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L’aspetto social nel mondo del calcio ormai è sempre più preponderante al giorno d’oggi: il social network viene utilizzato sempre più spesso in maniera più o meno corretta da tanti tesserati, per condividere momenti, sensazioni, pensieri e opinioni. Il mondo virtuale sembra sempre più inglobato in quello reale e nel gioco del pallone questo discorso viene ampiamente amplificato. Abbiamo discusso di questo ed altri aspetti dei social network con il giornalista di Mediaset Dario Donato, toccando svariati temi in questa intervista esclusiva.

 

Ti abbiamo visto spesso nel corso della stagione svolgere il ruolo di bordocampista, specialmente per le gare delle squadre milanesi. Vivendo la partita da una posizione piuttosto privilegiata, c’è qualche dettaglio che magari hai captato in maniera particolare e che ad occhio nudo può sfuggire? Sostanzialmente, come si vive una partita da bordocampo?

La prima cosa che mi viene in mente è che per un appassionato di calcio essere a bordocampo e sentire il rumore della palla quando viene calciata è una cosa totalmente diversa da quando invece questa cosa capita durante una normale partita di calcetto: la prima differenza che noti è quella, il modo di calciare il pallone e il rumore che fa la palla quando a calciarla è un professionista. Anche sentire gli schemi, i movimenti è molto interessante. Per certi versi seguire la partita da bordocampo è anche più difficile, non a caso in Inghilterra le panchine sono rialzate perché si ha una visione più di insieme. Da bordocampo invece devi essere davvero un tecnico per notare certe cose. Poi certo, ci si rende conto anche della presenza del pubblico, tutti i cori dei tifosi che spronano i calciatori. Queste sono le differenze sostanziali”.

 

Sei molto giovane ma hai saputo già importi come uno dei volti principali di Mediaset, creando molta sinergia con il pubblico e i colleghi. Da chi credi di aver assorbito maggiormente i segreti del mestiere?

“Ho una formazione mista e per quasi 10 anni ho parlato di finanza ed economia in TV in un network americano, CNBC. Ho imparato soprattutto la precisione e il riscontro delle fonti in quegli anni. Per quanto riguarda lo sport, i punti di riferimento sono tanti. Io poi sono molto esigente con me stesso, non sono mai contento delle cose che faccio e cerco di rielaborare un po’ da tutte le persone che mi piacciono nel mondo del giornalismo. Cerco di prendere qualcosa di ognuno ma anche di lavorare con ciò che ho imparato da solo nelle mie precedenti esperienze. Da alcuni colleghi ho preso l’aspetto analitico, anche se io lo sono poco e non amo parlare di tattica e numeri, da altri invece ho preso il modo un po’ più leggero di prendere lo sport”.

 

Possiamo notare in maniera costante quanto tu sia attivo sui social, che al giorno d’oggi rappresentano un potentissimo strumento di comunicazione. Pensi che per un giornalista siano diventati ormai imprescindibili per poter parlare di sport con una copertura adeguata?

Francamente penso di si, perché il contatto immediato con il pubblico spesso ce l’hai proprio attraverso i social. Io quando conduco una trasmissione ho riscontro immediato del gusto del pubblico, vedo quali sono i commenti e quindi posso anche variare il mio modo di condurre o i temi affrontati in base a quello che leggo sui social, quindi è uno strumento davvero fondamentale soprattutto nel giornalismo sportivo perché si riferisce a qualcosa che piace a tutti in Italia. Certo, non deve diventare una prigione o un vincolo questo aspetto, non può diventare un limite: dev’essere una fonte di ispirazione ma con la dovuta cautela e le dovute distanze”.

 

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“Premium Weekend” è la trasmissione condotta da Dario Donato per Mediaset: anche qui l’aspetto social ottiene molta importanza

Anche tantissimi calciatori utilizzano i social per condividere qualcosa di personale. E’ capitato però che in molti siano incappati in qualche scivolone o qualche polemica. Andrebbe posto un limite all’utilizzo dei social per i calciatori o devono essere anche loro libero di sbagliare?

“Ogni squadra ha già regolamenti interni a riguardo, che magari non si conoscono nella fattispecie ma che ci sono. Anche riguardo i diritti d’immagine, non a caso i calciatori non condividono mai foto dallo spogliatoio o durante l’allenamento. La regolamentazione c’è, poi è evidente che possano usare i social e fortunatamente li usano perché spesso anche involontariamente offrono punti di vista. Bene che li usino, anche perché dietro il calciatore si nasconde un ragazzo come noi, dunque la cosa può essere vista anche come un divertimento”.

 

Con questo processo si sta forse raggiungendo una maggiore tangibilità del giocatore, visto che prima il calciatore poteva essere visto quasi come una divinità inavvicinabile mentre ora con questi strumenti è più umanizzato. Questo aspetto può aver tolto un po’ di magia o tutto sommato può risultare positivo?

“Secondo me i social rendono i calciatori più normali. Basta guardare gli account social di Pogba, nei quali ad esempio posta video dove balla con gli amici. Dimostra che i calciatori possono essere milionari quanto si vuole ma che alla fine sono ragazzi come tanti e si divertono come tali. I calciatori ora sono umanizzati e smitizzati, poi bisogna anche capire l’utilizzo che viene fatto dello strumento: un utilizzo “umano” è quello appunto di Pogba, poiché lui posta cose divertenti dove balla, si diverte, fa le cose tipiche di un ragazzo. Ci sono invece dei modi di intendere i social più istituzionali, dove ci sono degli account controllati in realtà non dai calciatori che risultano più formali. Ci sono degli uffici stampa dietro che si occupano dell’immagine sui social, una cosa importante: alcuni giocatori possono avere anche ricavi positivi da ciò. Per esempio ci sono calciatori che diventano fenomeni di costume sui social senza poterlo essere in campo o sportivi che sono più famosi per la loro presenza su queste piattaforme piuttosto che per le loro prestazioni, poiché magari non sono dei crack. Certe volte in questa maniera ci si procura anche degli sponsor che altrimenti non arriverebbero per soli meriti sportivi. C’è un calciatore di cui non posso fare il nome, un super big che non gioca in Italia, che per fare un tweet prende 250.000 a post. Per certi giocatori questo diventa un introito molto grosso”.

 

Una delle critiche principali che vengono mosse a queste piattaforme è quella di dare voce a persone inesperte o che manifestano una certa maleducazione nelle loro idee. Tenendo conto del contesto sportivo e calcistico, questa situazione diventa molto più esasperata. Di conseguenza il tifoso medio andrebbe educato all’utilizzo dei social, magari proprio dalle stesse società di appartenenza?

“Mi sembra un’opera ciclopica, non so come possa accadere una cosa del genere. Molto più semplicemente: i social non sono altro che la trasposizione tecnologica della nostra vita comune, quindi se l’educazione non la trovi in mezzo alla strada non la potrai trovare di certo sui social, di conseguenza. Educare ai social equivale ad educare alla vita comune ma se non si riesce a farlo nella normalità per milioni di persone risulta difficile farlo in quell’ambito. Anzi, nei social molte persone si sentono più protette perché credono di potersi garantire l’anonimato. Quindi, mettere in pratica una cosa del genere sarebbe impossibile”.

 

L’impatto dei social nelle vite e nelle vicende calcistiche nel corso del tempo può aumentare o è destinato a scemare, prima o poi?

“Credo che non possa far altro che aumentare, non vedo un mercato saturo. Certo, alcuni non li sfruttano abbastanza, ma semplicemente perché non hanno ancora capito quanti introiti e quanta pubblicità possono portare. Potrebbe essere un modo per avvicinarsi alla gente o costruirsi un’immagine, quindi ci sarà sicuramente una crescita. Poi ovvio, probabilmente in futuro si arriverà ad un punto di saturazione. Ma per adesso vedo margini per crescere ancora”.

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