Romagnoli confessa: “Sono laziale, non mi sono mai sentito romano”

Dario Marotta
14/05/2016

Romagnoli confessa: “Sono laziale, non mi sono mai sentito romano”

Una stagione in chiaroscuro con la maglia del Milan, i trenta milioni spesi che hanno inevitabilmente condizionato il rendimento di Alessio Romagnoli che in un’intervista concessa a sport week ha parlato della sua avventura meneghina:

Ricorda il primo pallone?

«Un Tango. Una replica da 5 euro, in plastica. Me lo regalò mio padre, avrò avuto un anno e mezzo. Credo che dopo di quello me ne avrà comprato un altro ogni due o tre ore: li calciavo da tutte le parti, li perdevo, li squartavo. I miei avevano un negozio di alimentari: all’inizio, quando ero un ragazzino, facevano a turno per accompagnarmi a Roma: 50 km ad andare e 50 a tornare. A un certo punto non sono più riusciti a tenere insieme tutto e hanno venduto il negozio. Hanno scommesso su di me. E hanno vinto».

Quando lo hanno capito?

«Quando ho esordito in prima squadra».

E lei, quando lo capì?

«Quando Zeman in estate mi portò in ritiro e disse: basta Primavera, tu adesso stai con noi».

E la prima partita allo stadio?

«La ricordo. Ma non dico quale fosse. Era all’Olimpico e io avevo 4 anni».

Cosa vuol dire la romanità?

«Io sono nato e cresciuto a Nettuno, Roma non l’ho mai frequentata moltissimo. Anche quando giocavo lì, preferivo tornare a casa mia. Perciò, mi sento romano ma non sono molto romano, non so se mi spiego. Roma però è Roma, la città più bella del mondo».

La prima differenza che le è saltata all’occhio…

«Tra Nettuno e Milano?».

Se preferisce…

«Il mare».

E tra i romani e i milanesi?

«I milanesi sono molto più freddi di noi. Ma qui mi sento a mio agio, perché anch’io sono fatto così. Non do confidenza, soprattutto all’inizio. Abito in piazza Castello: palazzo tranquillo, non ci sono rumori, nessuno mi disturba».

E per strada?

«Capita mi chiedano foto o autografi, ma se sono impegnato non si azzardano. A Nettuno ogni volta che torno è un casino».

Il compagno di classe del cuore?

«Ne ho avuto uno, mi piaceva perché sapevo di potermi fidare. Ogni mattina alle 8 passava a prendermi per andare a scuola. Al ritorno mi riaccompagnava e proseguiva. Non ci siamo mai frequentati molto fuori: ho sempre avuto amici più grandi perché stavo dietro a mio fratello Mirko, maggiore di 6 anni. Pure la mia ragazza è più grande, di 2. Si chiama Alessia, anche lei di Nettuno. Studia Scienze infermieristiche».

Che cosa fa suo fratello?

«Niente. Riposa. Insieme ai miei genitori mi ha portato in giro per una vita da casa»

E Mirko? Non era bravo a calcio?

«No. La sua passione sono i motori. Pure la mia: lui più le moto, io moto e macchine. Ho unaYamaha R1, una Vespa 50 Special del ’77, diverse auto. Stanno a Nettuno affidate alle sue cure. Io sono un po’ principino».

Suo padre quando decise di scommettere sul suo futuro da calciatore?

«Credo che papà abbia sempre saputo cosa sarei diventato. Aveva tutti contro, gli dicevano di pensare al lavoro, al negozio. E lui: “No, penso prima a mio figlio”».

Il compagno che porta nel cuore?

«Uno in particolare non c’è. Alla Samp mi sono fatto degli amici: tanti erano della mia età e altri con la famiglia lontana, quindi si usciva spesso insieme. Anche al Milan ho legato con qualcuno, ma molti meno. Vado a mangiare a casa di Bertolacci, però: la moglie cucina benissimo».

Lei qui vive da solo?

«Pure a Nettuno vivevo per conto mio, anche se difronte ai miei. Ma in casa non faccio niente».

La prima partita importante giocata?

«Finale scudetto dei Giovanissimi Nazionali, Roma-Milan. Perdemmo 3-0».

L’allenatore cui deve dire grazie?

«Bruno Conti, che è di Nettuno come me. Avevo 9 anni e giocavo nella squadra dell’oratorio. A dirigerla era Giuseppe D’Agostino, padre di Gaetano, che ora gioca nella Lupa Roma. D’Agostino chiamò Conti e gli disse: “Ne ho 4-5 buoni, vieni a dargli un’occhiata”. A 10 anni entrai nelle giovanili della Roma. Bruno mi passava dei soldi, una specie di rimborso spese per aiutare i miei. Quando avevo 16 anni convinse la società a farmi il primo contratto da professionista».

La sua miglior qualità, in campo e fuori.

«Eh… Fuori, l’umiltà e il saper sorridere sempre. In campo, l’età» (ride).

E il difetto peggiore?

«Anche in questo caso, in campo è l’età. So’ giovane e ogni tanto sbaglio, difetto in concentrazione. Fuori: troppo buono».

Ha detto di sé: sono tranquillo e freddo. Quando perde la pazienza?

«Quando mi prendono per il culo».

E perché dovrebbero prenderla per il culo?

«Perché ad alcune persone fa comodo l’amico calciatore».

Ha detto pure: ho voluto dimostrare di meritare tutti i soldi che il Milan ha speso per me. Ci è riuscito?

«No, ancora no. Ci vorrà una vita intera, non una stagione o due».

Sincero: c’è mai stato un momento, uno solo, in cui, guardandosi allo specchio, ha pensato ai soldi spesi per lei?

«Sì. Però mi è passata subito».

Cosa vuol dire essere leader?

«Guidare un gruppo, essere un punto di riferimento per tutti».

Pensa di avere le qualità per diventarlo?

«In futuro lo spero».

Parla tanto nello spogliatoio?

«Non tantissimo, per scelta ma anche per carattere».

Se la definiscono sopravvalutato, Romagnoli cosa risponde?

«Niente. Non mi interessa. Non mi sono mai sentito tale: il Milan su di me ha fatto un investimento, e se ha speso tanto è perché pensa che li valga, quei soldi. Non credo che una società come questa faccia cazzate».

Quanto si sente rossonero Romagnoli?

«Sento il peso di questa maglia. Insieme a quella della Juve, è quella che pesa più di tutte».

E com’è possibile che una maglia così pesante non spinga chi la indossa a evitare figuracce come quelle con Carpi, Verona e Frosinone?

«Non lo so. O ci sentiamo troppo bravi e diventiamo presuntuosi, oppure andiamo in difficoltà quando dobbiamo fare la partita».

Quante partite pensa di aver sbagliato quest’anno?

«Intere prestazioni non credo, diciamo che ho commesso errori isolati, come a Firenze nella prima giornata, quando ho fatto un fallo da rigore su Ilicic. Pollo io e bravo lui a mettere il corpo tra me e la palla».

Il momento migliore, invece?

«La striscia di partite con Fiorentina, Empoli, Inter, Genoa…».

Dopo una partita giocata bene, come si sente? E dopo una andata male?

«Alla stessa maniera: tranquillo. Quando l’arbitro fischia, per me è finito tutto. È solo una partita di calcio. Non sento neanche lo stress del pre partita, per me una gara vale l’altra. E non voglio guardare calcio in tv».

Cosa vorrà dire tornare all’Olimpico?

«Tornare nello stadio più bello che c’è, quello in cui spero di finire la carriera».

Con quale maglia?

«Non si può dire…Ma sì, tanto si sa quale passione ho io.Tutto è nato in una partita della Lazio nell’anno dello scudetto del 2000, o forse dell’anno prima. Però alla Roma devo solo dire grazie, è stata come una famiglia per me, e ha il miglior settore giovanile d’Italia: io, come allenatori, ho avuto Montella, Tovalieri, il papà di De Rossi…».

Mai fatto un provino con la Lazio?

«Hanno provato a contattarmi, ma ero già dall’altra parte…»