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Higuain-bomber_2015-16

Sì, sono trentasei. In trentacinque partite, nel campionato italiano, da punto di riferimento di una squadra che, nonostante i numeri, ha accusato nove punti di distacco dalla Juventus. Il pallone alzato al cielo dopo Napoli-Frosinone racconta l’ultimo Higuain: tripletta da urlo, sforbiciata da copertina e uno stadio incredulo di fronte ad un’interpretazione magica, degna di Eduardo. La pioggia e la pressione, il desiderio di superare in volata il record di Nordahl e la voglia di strafare. Quarantacinque minuti di lotta senza costrutto, di lucidità solo apparente. E l’obiettivo (personale) lontano, troppo distante dalla realtà; farne tre in mezzo tempo, troppo finanche per il Pipita. Poi il Cross di Hysaj e la serpentina brasiliana di Allan per eguagliare i trentacinque. Potrebbe bastare, il pareggio in casi del genere può essere appagante. Non per l’argentino, tanto famelico da far paura. La poesia della sforbiciata ha emozionato tutti, il San Paolo ha gridato e ha pianto, lasciandosi coinvolgere da un vortice emozionale travolgente. Picchi di adrenalina capaci di sconfiggere simpatie e campanilismi.

Non c’è rivalità che tenga di fronte ad un campione di tale portata, capace di polverizzare il record di reti precedentemente stabilito da Nordahl, in sella per sessantasei anni con le sue trentacinque realizzazioni con la maglia rossonera. Eppure c’è spazio per qualche rimpianto, legato alla lunga squalifica che gli ha impedito di correre fino in fondo per la scarpa d’oro, conquistata da Suarez con 40 gol. Troppi? Non per un ragazzo che quest’anno ha saputo vincere le insicurezze, migliorando e arricchendo un repertorio già vasto, grazie allo splendido lavoro, tattico e psicologico, portato avanti da Maurizio Sarri, determinante per l’ascesa senza freni del Pipita. Si pensa, senza andare troppo lontano, a Napoli Bologna sei a zero, con l’argentino in tribuna a mangiarsi le mani.

Quanti ne avrebbe fatti? La domanda offre lo spunto per quel piccolo margine di crescita magari irraggiungibile ma in fondo è pratica scorretta pretendere la perfezione assoluta da un ragazzo di ventinove anni, appena entrato nella storia del calcio italiano. E ci è entrato da gran signore, con un gesto balistico da vedere e rivedere che ha emozionato non solo i tifosi ma anche gli addetti ai lavori, increduli di fronte a cotanto talento. Commentatori lucidi e imparziali hanno perso il controllo, dando libero sfogo alle loro sensazioni, alle loro emozioni, stravolte dal nove argentino. Tre gol e la festa, con il pressing di Blanchard più duro fuori che dentro il campo: venti minuti di attesa per aggiudicarsi una maglia che già vale oro.

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