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Roma squadra

Nei titoli di coda di questa Serie A c’è spazio per la netta vittoria giallorossa a San Siro, ma gli uomini di Spalletti rimangono al terzo posto e dovranno affrontare i preliminari di Champions all’inizio della prossima stagione.

80 punti. E pensare che a gennaio la stagione della Roma era a dir poco disastrosa. Garcia cacciato e Trigoria nel caos più totale. Neanche le prime partite di Spalletti davano fiducia ad una squadra atterrita dalla malinconia e dall’apatia. Poi un lampo, la luce. La squadra torna a faticare, lavorare e a parlare di calcio e tattica. La melma del quinto e sesto posto è diventata presto un ricordo, arrivando a sfiorare il secondo posto di un Napoli e di un Higuain in stato di grazia.

LUCI SPENTE A SAN SIRO – Il Milan di ieri è stato il fantasma di sé stesso. Una prestazione sicuramente preoccupante in vista della finale di Coppa Italia contro una Juventus cannibale affamata ancora di titoli. Il passivo, se la Roma avesse giocato in modo meno accademico, sarebbe potuto essere abissale. Salah semina il panico tra la retroguardia rossonera, appesantita dalla lentezza e dall’età di Mexes e Alex. Ma tutta la squadra rossonera non ha mai dimostrato di poter lottare sul piano del gioco contro la qualità dei giocatori giallorossi: da un inesperto quanto incolpevole Locatelli fino a uno spento Balotelli.

ROMA PADRONA – La Roma tiene le chiavi del centrocampo. La linea De Rossi-Strootman-Pjanic-Nainggolan è rocciosa. Una diga incontrastabile, tanto più per un centrocampo esile come quello milanista. I giallorossi giocano molte bene in fase di palleggio, ma risultano un po’ troppo leziosi al limite dell’area. Così si rischia di vanificare l’intera produzione di gioco offensivo. Il Milan però non è sembrato intenzionato ad approfittarne. La difesa alta impostata da Brocchi fa acqua da tutte le parti e presto riceve le incursioni avversarie che fanno ammattire Donnarumma e compagni.

NEL SEGNO DI EMERSON – La Roma in compenso gioca molto bene ma non alza mai il ritmo. Finché il ballo viene condotto dai giallorossi solitamente va tutto bene, il problema però arriva quando una grande squadra impone il proprio ritmo più veloce e scandito. E’ lì che la Roma ha dimostrato di andare in difficoltà. Un elogio speciale al primo gol di Emerson Palmieri. Il giovane brasiliano si è guadagnato la fiducia del mister, diventando una delle prime riserve a subentrare a partita in corso. Porta un nome importante per la piazza giallorossa, visto che il Puma, fino al passaggio alla Juve, è stato uno degli idoli del tifo romanista dell’era del terzo scudetto.

MISTER LUCIANO – Il merito di questo finale di stagione va attribuito a Luciano Spalletti. Ha completamente stravolto in pochi mesi la squadra e non solo, arrivando a dialogare in modo pregevole con società, stampa e tifosi. Una gestione totalizzante da 9 in pagella. Eppure sono stati molti i casi, mediatici e non, scoppiati durante il girone di ritorno. La lunga querelle Totti (ancora non sopita…) è stata forse la bomba più grossa da disinnescare. Spalletti ha arginato al meglio tutte queste situazioni, dimostrando di essere maturato anche lui rispetto alla prima esperienza in giallorosso.

DE ROSSI DIXIT – Si chiude dunque una stagione che era partita con Garcia in panchina, la vittoria sulla Juve alla seconda giornata che aveva dato l’illusione di una cavalcata vincente verso lo scudetto. Poi la disillusione, la paura e il fallimento, fino al momento della rinascita nel segno dei nuovi acquisti (El Shaarawy, Perotti) che hanno mandato in soffitta quelli vecchi (Dzeko). Come dice De Rossi: “Ora bisogna vedere se la squadra rimarrà con gli stessi giocatori. Fossi nei dirigenti io terrei tutti”. Giusto, ben detto. Peccato che le possibilità che il desiderio del vicecapitano si avveri rasentano il minimo. Qualche partenza di lusso per rimpinguare le casse potrebbe esserci (Nainggolan e Pjanic su tutti) e il mercato al momento è in mano a Sabatini, direttore sportivo dimissionario. Arrivederci alla prossima stagione con un banale suggerimento: che il buon lavoro fatto sin qui non venga ora dissolto nel nulla.

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