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de biasi

Una finestra sul calcio internazionale, dopo innumerevoli panchine di provincia. La “seconda giovinezza” di Gianni De Biasi giungerà a definitivo compimento tra qualche giorno, quando la sua Albania prenderà ufficialmente parte ai campionati europei. Un sogno ad occhi aperti, raccontato ai microfoni della gazzetta dello sport:

Molti italiani conoscono solo il c.t. e due giocatori dell’Albania: Hysaj e Manaj. Che cosa si può aggiungere?

«Siamo una squadra unita, che vive dell’entusiasmo della nostra gente. A volte è un difetto: i tifosi ci spingono e ci chiedono di attaccare, attaccare sempre, un po’ come nel calcio africano. Invece a questo livello è importante stare calmi, pensare. Se parliamo di Manaj, è facile: vede la porta come pochi, ha grandi qualità fisiche ma non so se potrà fare la prima punta al massimo livello. Per come sgomita mi ricorda un po’ Boninsegna e di sicuro ha personalità. Io a quell’età ero in camera con Mazzola e non avevo nemmeno il coraggio di fargli spegnere la luce di notte. Rey è diverso. Prima della partita col Kosovo gli ho chiesto di non strafare e lui: “Mister, io faccio gol”. Entra, corre e dopo 12 secondi, gol».

E Hysaj?

«È uno dei più bravi in assoluto. Tre anni fa l’ho fatto esordire a Oslo contro la Norvegia, sull’1-0 per noi. Il presidente federale alla fine mi ha detto: “Mister, sei un pazzo, è un ragazzo di 19 anni”. Gli ho risposto: “Presidente, se ne avessi cinque così… li farei giocare tutti”».

L’Albania è una squadra abbastanza giovane. Come l’avete formata?

«La prima pietra è stato lo scouting. Paolo ha fatto una cinquantina di voli, ha parlato con tutti, ha cercato di capire com’erano i ragazzi. Nel primo biennio ci prendevano tutti in giro, dicevano: “Avete speso, avete viaggiato”. Ma era importante far capire che eravamo lì per un passo storico. È stato quasi un bluff, ma ci abbiamo sempre creduto».

Ci sono giocatori albanesi praticamente in tutta Europa. Dove li cercate?

«Abbiamo persone di riferimento in Grecia, Italia, Svizzera, Germania, Belgio, Austria, Turchia. Facciamo selezioni per le nazionali giovanili e abbiamo introdotto l’Under 15. Prima non c’era e la Svizzera a quell’età prendeva tantissimi giocatori di origine albanese o kosovara».

La storia più interessante di questi anni?

«Paolo ha visto Lenjani in serie B svizzera a Winterthur. La sera l’ha aspettato per parlargli e lui era stupito. Ha detto: “Ah, mi cercate per l’Under 21?”. E Paolo: “No guarda, hai 22 anni, non puoi giocarci. È per la nazionale maggiore”. Non ci credeva. Anche con Berisha non è stato male. Lo abbiamo visto a Kalmar, in Coppa di Svezia: ha parato un rigore e segnato il successivo. Mi ha ricordato Higuita e ho pensato: “Questo è il mio portiere”».

Tatticamente, come si descrive l’Albania in due parole?

«Per noi è fondamentale giocare più ravvicinati possibile, facendo densità davanti alla difesa. In questo modo è più facile avere superiorità numerica nella zona della palla, aiutare i difensori e avere un appoggio facile in caso di riconquista».

Concetti da calcio difensivo e in effetti l’Albania non somiglia al Barcellona. Nell’anno del Leicester e dell’Atletico Madrid, è il vecchio italianismo che ritorna?

«Ranieri e Simeone usano quello che hanno. Il Cholo cerca solo di portare a casa pranzo e cena e ha ragione: nel calcio si fanno poche cose, non si possono inventare 100mila situazioni. Puoi vincere con il 64% di possesso palla o ripartendo, ma il senso è sempre lo stesso: più tiri fai, più possibilità hai di segnare».

Quindi l’Albania si difende e poi…

«Io la vedo così. Se hai una tecnica superiore all’avversario puoi tenere la palla, altrimenti è inutile fare lo spaccone con l’aggressione alta. L’importante è vincere le partite, trovare il vestito migliore per i calciatori che hai. Noi ad esempio abbiamo cambiato modo di giocare: per fare più possesso, siamo passati dal 4-4-2 a un centrocampo a tre. Io consiglio sempre di sperimentare, cambiare: per un allenatore, fissarsi su un sistema di gioco è la cosa più sbagliata».

A proposito di allenatori: Stellone. Si aspettava che diventasse un collega?

«Mai nella vita. È sempre stato intelligente, sveglio, però, quando lo allenavo io, non aveva mai voglia. Era tutto un “ma come mister, dobbiamo correre?” oppure “mister, ma perché la corsa in salita? Il campo mica è in salita…”. Chi correva poco una volta, fa sempre correre di più i giocatori».

Facciamo un esempio di preparazione di una partita?

«Doppia sfida contro la Francia. Abbiamo contenuto l’avanzamento di un terzino mandando una mezzala a prenderlo, in modo che il nostro terzino potesse marcare a uomo. Poi abbiamo visto che loro abbassavano un mediano per fare gioco, così ci siamo allenati su prima pressione e orientamento della prima giocata».

Che si fa in questi casi?

«Noi lasciamo al centrale difensivo una giocata laterale, copriamo il lato più forte e lo facciamo giocare dall’altra parte. In generale concediamo la salita con la palla ai terzini, aspettiamo nella nostra metà campo e diamo molta copertura davanti alla difesa con Kukeli. Di solito non soffriamo sulle seconde palle, quelle respinte dalla difesa, perché le mezzali stringono verso il centro. In caso di palla lunga, pochi problemi: copriamo bene la profondità con i centrali di difesa».

E i giocatori più offensivi?

«Vogliamo che la punta centrale vada in pressione, così da guidare i tempi di tutta la squadra. Quando abbiamo la palla, a volte facciamo in modo che gli avversari ci vengano a prendere alti, così scarichiamo e mandiamo una mezzala nello spazio. Alla Francia abbiamo fatto male 10 volte in questo modo. Poi lavoriamo molto su liberazione spazi e inserimenti: la punta si muove, una mezzala si allarga, l’altra si inserisce al centro».

Come si allenano questi meccanismi?

«In un ritiro standard ci troviamo il lunedì ma i ragazzi sono preparati: mandiamo dei video nei giorni precedenti. Martedì mattina video, da martedì pomeriggio a giovedì quattro allenamenti. Per lo staff tecnico, tanto Wyscout per vedere le partite e parecchia collaborazione chiesta ai preparatori atletici dei club».

Collaborano?

«Sì, chiediamo di valutare la condizione del calciatore da 50% a 100% e loro rispondono. Poi i ragazzi, ogni volta che vengono sostituiti, devono chiamare Paolo per spiegare se hanno avuto un problema».

Favorevole o contrario agli stage?

«Credo che bisogna adattarsi ai tempi che concede il calendario Fifa».

Che succederà ora che il Kosovo avrà una sua nazionale? Molti giocatori potrebbero cambiare.

«In Kosovo ci sono state tragedie di famiglie sterminate e anche qualche calciatore ha perso dei parenti. Dopo l’Europeo decideranno ma insieme abbiamo fatto qualcosa di importante: penso che difficilmente ci lasceranno, soprattutto se andremo bene in Francia».

Come è stato il percorso?

«Quando hanno sorteggiato il girone, con Portogallo, Serbia e Danimarca, il presidente aveva una faccia… Pensavamo di lottare per il quarto posto, invece siamo arrivati secondi e ora per strada mi fermano e mi dicono: “Oh, possiamo anche vincere l’Europeo”. Cosa?!»

Il gruppo di qualificazione mondiale sarà Albania, Italia, Spagna, Israele, Macedonia, Liechtenstein. Quale squadra allenerà De Biasi?

«L’Albania, sicuramente. L’Italia in un campionato di 38 giornate avrebbe qualcosa in più dell’Albania ma in una partita secca c’è equilibrio, si può sempre vincere e perdere».

Come andrà l’Italia all’Europeo?

«Tatticamente è una squadra indecifrabile, può giocare con 3 o 4 difensori. E poi Conte sa tirare fuori dai giocatori il 120%: l’Italia otterrà più di quanto ha».

Favorite?

«Prima la Francia, che gioca in casa. Però occhio alla pressione. Seconda, il Belgio, ha qualità. Terza, la Germania».

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