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Jonas Eriksson. Fonte - Uefa.com
Jonas Eriksson. Fonte - Uefa.com
Jonas Eriksson. Fonte – Uefa.com

Negli ultimi tempi Jonas Eriksson e i suoi due assistenti hanno fatto vittime illustri, accumulando errori in serie che hanno finito per scontentare tutti ma che non hanno impedito alla terna svedese di arrivare a dirigere alcune delle sfide più importanti andate in scena in questa stagione, ultima la finale di Europa League di mercoledì scorso tra Liverpool e Siviglia.

E se a marzo, nella pancia dell’Allianz Arena, Beppe Marotta aveva tuonato contro il direttore di gara e l’intera terna (“Non si può uscire da una competizione così importante per errori così macroscopici come per esempio il gol annullato a Morata ma non solo quello. Spero che il calcio italiano venga protetto e tutelato perché non meritiamo questo tipo di arbitraggi”), stavolta è toccato a Jurgen Klopp masticare amaro, dopo i due calci di rigore negati ai Reds durante il primo tempo della finale, persa per 3-1 dagli inglesi dopo la rimonta degli uomini di Unai Emery. Errori gravi, quelli dell’arbitro svedese e dei suoi collaboratori, che tuttavia non gli impediranno di prendere parte ai prossimi Europei in Francia (è da tempo nella lista definitiva dei 18). Promosso da Collina, bocciato senza appello dagli addetti ai lavori, eppure assolutamente in buona fede, non fosse altro che per via di un conto da far invidia a molti dei calciatori in campo a Basilea. Sì perchè la vita di Eriksson era già cambiata molto prima di diventare arbitro internazionale, esattamente quando ha deciso di investire assieme a un gruppo di amici, nella “Iec in Sports”, start up nata per acquistare e rivendere diritti tv di manifestazioni sportive.

La stessa fa oggi parte del gruppo Lagardere, con ha sedi sparse in tutto il mondo, che nel 2007 ha reso Eriksson milionario. Iec venne infatti venduta a Lagardere per una cifra equivalente a 80 milioni di euro, che garantì al quarantaduenne gigante svedese (alto 1,94) di incassare qualcosa come 10 milioni di euro, rendendolo certamente un caso più unico che raro all’interno della classe arbitrale. Un lavoro portato avanti al netto di qualche evidente distrazione, per cui Eriksson, c’è da giurarci, si dispererà ben poco.

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