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fonte foto: profilo ufficiale Instagram Michele Pazienza
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Michele Pazienza, ex Udinese, Bologna, Napoli e Juventus, ha rilasciato un’interessante intervista ai microfoni di gianlucadimarzio.com. Queste alcune delle sue dichiarazioni: “La palla ce l’ho tatuata anche sulla gamba destra, le corro dietro da una vita. Per me è esistito solo il calcio. Ho fatto una semplice pulizia al ginocchio, voglio ripartire senza alcun problema fisico. Al Vicenza le cose non sono andate come mi sarei aspettato e a gennaio ho rescisso, poi la chiusura della breve esperienza con la Reggiana. Mi sono buttato senza pensarci troppo, è andata male. Alla mia età servono gli stimoli giusti per rendere al meglio. Ho una voglia matta di tornare a giocare. L’importante è che ci sia un progetto serio. Nei sei mesi alla Juve ho lavorato con campioni veri. Buffon, Del Piero, Pirlo mi hanno lasciato tanto. Ti fanno capire che non puoi permetterti di mollare un centimetro. La loro forza sta nella testa. A Napoli con Gargano al mio fianco ho reso tantissimo, come non mai nel resto della carriera. Ci compensavamo. A livello di squadra siamo andati oltre le aspettative, fino in Champions. E’ la piazza a cui sono più legato. L’ultimo anno al Bologna da fuori rosa è stato difficile. Mi allenavo con la Primavera di mister Colucci. Mi sono rotto il crociato a Firenze, avevo il numero 17 su sfondo viola. Tendenzialmente non sarei scaramantico, però se poi succedono questi episodi qui…”.

“Il salto di categoria avvenne nell’anno in cui ho vinto il campionato di C2 con il Foggia e poi sono andato direttamente all’Udinese, in Serie A grazie a Carnevale: un giorno è venuto a vedermi giocare persino a Gela. Pensavo fosse matto. Il legame con Elio Di Toro è speciale. Ci siamo conosciuti al Foggia, lui un veterano, io giovanissimo alla prima esperienza. Abitavamo insieme, avevamo lo stesso ruolo. In competizione solo in campo, ci menavamo ad ogni allenamento. Fuori invece eravamo sempre insieme, si è creato un rapporto vero, di amicizia, che dura tutt’oggi. Con Rinaudo più o meno uguale, altro mio grande amico. Spalletti mi ha trattato come un figlio, ero un ragazzino di 20 anni alla sua prima esperienza lontano da casa. Mi ha saputo dare schiaffi e carezze, sempre nel momento giusto. Conte era schietto, determinato. Vero. A tratti insopportabile, ma ti accorgi solo dopo quanto ti lascia dal punto di vista agonistico, umano e tattico. Che facesse saltare in aria qualcosa all’interno dello spogliatoio era all’ordine del giorno. E’ uno che vive molto la partita, diciamo così. Mazzarri era maniacale nel modo in cui preparava le partite. Curava tutto, noi scendevamo in campo e sapevamo già che fare, il suo obiettivo era quello di farci pensare il meno possibile”.

“Tra HamsikMarchisio qualitativamente siamo lì. Claudio aveva qualcosa in più a livello mentale, una maggiore autostima che nasce dalle vittorie. Di Natale era molto timido, poi ci siamo rincontrati 10 anni dopo e l’ho ritrovato uomo. Cavani era il classico grande attaccante, egoista. Pensava solo a segnare, segnare, segnare. Sembrava avesse il paraocchi. Lavezzi era più uomo squadra di Cavani, anche fuori dal campo, se deve dire le cose come stanno non si tira indietro. Vidal, un animale. Come ragazzo simpaticissimo, come giocatore davvero fortissimo. Faceva di tutto e sempre allo stesso ritmo e modo”.

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