Pelé a GdS: “A Trapattoni dissi: ‘Vai a giocare!'”

Pelé a GdS: “A Trapattoni dissi: ‘Vai a giocare!'”

O Rei Pelé alla Gazzetta dello Sport
O Rei Pelé alla Gazzetta dello Sport

Pelé alla Gazzetta dello Sport 26 anni dopo: “Totti il Pelé italiano. Adesso il mio preferito è Messi”, e bacchetta la Nazionale verdeoro: “Abbiamo solo Neymar come fuoriclasse, troppo poco”.

E’ stato il protagonista di un’era di calcio, quella a cavallo tra gli anni 60 e i 70. Edson Arantes do Nascimento, detto “O Rei” Pelé, un mito del mondo pallonaro, attraverso tante generazioni rivivono le passioni di un passato ormai andato ma affatto obliato. Intervenuto nella redazione della Gazzetta dello Sport, quello che viene definito “genio del calcio” ha raccontato la sua storia anche in vista dell’uscita nelle sale del film sulla sua vita: “I miei fuoriclasse? E’ molto difficile. C’è sempre stato qualcuno con cui confrontarmi. Prima Di Stefano, poi Cruijff, Beckenbauer, Bobby Charlton, Maradona e adesso Messi. Leo è quello che mi piace di più, il più completo. Messi è il mio giocatore preferito, ma anche Cristiano Ronaldo e Neymar sono bravi“.  

PELE’, O REI “Finale di Champions? Sono due squadre molto forti. Ai miei tempi avevo avuto delle proposte dalla Spagna e avrei potuto venire a giocare anche nel Milan“, spiega Pelè il retroscena che portò poi Amarildo a vestire la casacca rossonera: “Devo dire che mi hanno fatto tante volte questa domanda, con la storia di Trapattoni che mi aveva fermato, impedendomi di giocare. Per me non è stata così importante, era un’amichevole, niente di memorabile. Trapattoni era un buon giocatore difensivo. Mi stava sempre attaccato e a un certo punto gli ho detto: “Vai a giocare!”“.

Sul miglior giocatore italiano rivela: “Ai miei tempi di Mazzola ce n’erano due, perché per tutti noi, in Brasile, Altafini era “Mazola”. Beh, Paolo Maldini è stato un grande. E anche Totti, credo che adesso sia il più conosciuto nel mondo, lui il Pelé italiano? Si, potete dirlo – si ritorna subito in ambito europeo – Mi piacerebbe giocare nel Barcellona. I blaugrana sono quelli che mi piacciono di più e se potessi tornare in campo. mi troverei bene a giocare con loro. Il calcio è una cassa di sorprese, è difficile dire chi vincerà la Champions League. Infelicemente la vittoria è diventata più importante della bellezza del gioco. Oggi mi piace di più il Real, perché ha un gioco più aperto, meno difensivo, più artistico. Giocare bene è importante, io preferisco sempre un pareggio per 3­-3 o 5-­5 che un pari per 0­-0. Il calcio è poesia, fantasia. Non è vero che lo 0-­0 è il risultato perfetto”.

Sulla Nazionale brasiliana guidata da Dunga: “E’ un uomo molto onesto, con una propria moralità, e ha cambiato il suo modo di intendere il gioco. Adesso è meno difensivo, pensa di più all’attacco. L’ultimo Mondiale è stato molto triste. Abbiamo preso sette gol dalla Germania. Va bene perdere, ma sette gol sono tanti… – sulla storia del Brasile, Pelé ha i suoi ricordi – Avevo 9 anni quando ho visto mio padre piangere. Era dopo il Maracanazo, la sconfitta del Brasile contro l’Uruguay nell’ultima partita del Mondiale 1950. Due anni fa, quando siamo stati umiliati dalla Germania per 7­-1, mio figlio mi ha quasi visto piangere. Per il Brasile è stato un disastro senza spiegazioni. Noi brasiliani abbiamo perso le due Coppe del Mondo disputate in casa, quella del 1950 e quella del 2014. Oggi abbiamo soltanto Neymar come fuoriclasse, ed è troppo poco“.

La vittoria più importante della sua carriera? “Nel 1970 in Messico, la finale del Mondiale, il 4­-1 contro l’Italia. In Messico ero un giocatore completo, avevo esperienza, sapevo che sarebbe stato il mio ultimo Mondiale, ne ero cosciente e lo avevo pure dichiarato. Per la prima parte della mia carriera, però, il culmine è stata la Coppa del Mondo in Svezia, nel 1958. Ero matto, avevo 17 anni. Quando sono arrivato in Svezia, immaginavo che tutti ci conoscessero, ma nessuno in realtà sapeva chi fossimo. Ci confondevano con gli uruguaiani e con gli argentini. Prima del Mondiale non importavamo a nessuno. I giornalisti mi chiedevano: “Scusa Pelé, ma tu arrivi dall’Argentina o dall’Uruguay?”. Il Brasile in Europa non era conosciuto, né come Paese né come nazionale, non avevamo ancora vinto nulla”.

Stefano Mastini