Uruguay, i volti della sconfitta: Tabarez, Suarez e Cavani

Uruguay, i volti della sconfitta: Tabarez, Suarez e Cavani

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L’Uruguay di Oscar Washington Tabarez nemmeno inizia la sua avventura in Copa America del Centenario che già deve abbandonare competizione e sogni di gloria, dopo un avvio shock e un prosieguo ancora più disastroso. Il passo falso della gara d’esordio contro il Messico era stato campanello d’allarme abbastanza rumoroso per le orecchie del tecnico uruguaiano, ma quella del Chicharito e di Herrera è squadra ostica, una realtà in crescita, tutto sommato la sconfitta poteva starci e passare anche quasi indolore. Quel ronzio alle orecchie di Tabarez, però, è rimasto continuo, incessante e il tecnico l’ha ascoltato: testa al Venezuela, cambi mirati, in campo l’esperienza e la freschezza dei vari Gonzalez, Ramirez e Gaston Silvia per cercare di sbrigare anzitempo la pratica Vinotinto e rilanciarsi nel girone. Il destino, beffardo, ha riservato all’Uruguay  ben altro finale: 0-1 il risultato, rete di Rondon e un’eliminazione che sa di disfatta. A nulla è servita la vittoria di ieri contro la davvero poco irresistibile Giamaica, orgoglioso saluto ad una Copa America del Centenario disastrosa: incapacità della Celeste di creare gioco, poche manovre offensive degne di nota, non adeguate risposte difensive e uno spirito di squadra che sembra ormai un lontano ricordo. Sul volto di Tabarez un’espressione triste, disarmata, quasi a sentenziare la fine di un’era e la frustrazione di chi non è riuscito a ricreare e rimpolpare un gruppo mai così in difficoltà.

Tristezza, ma anche tanta rabbia è quella che si legge sul volto di un grande assente, Luis Suarez: un infortunio mai così maledetto e indesiderato, in un momento di forma eccezionale, proprio nel periodo della tanto amata Copa America. Il riposo contro il Messico, il sacrificio e i denti stretti per prendere parte, seppur invano, alla gara contro il Venezuela: la panchina, quel riscaldamento, la corsa irregolare, ma tanta voglia di aiutare la sua selezione. Tabarez non rischia, Suarez non entra. La rabbia del bomber della Celeste è un misto di romantico ardore patriottico e malcelata insoddisfazione personale: la casacca scagliata a terra e il pugno alla panchina, è tutto lì. Palese ed evidente. La delusione per l’eliminazione, la rabbia per non aver partecipato alla Copa e aiutato i compagni, i rimpianti per una presenza assente come mai era capitato a Suarez con la maglia dell’Uruguay: “Ringrazio Tabarez per non avermi fatto giocare, perché se mi avesse chiesto di entrare io l’avrei fatto col rischio di peggiorare la situazione. La mia era una rabbia impotente, io per il mio paese farei qualsiasi cosa“, ma stavolta Suarez non ha potuto davvero far nulla.

Poi c’è Cavani, nervoso come mai visto fino ad ora. Nemmeno ai tempi del Napoli quando, cannibale d’aria di rigore, agognava ogni pallone che orbitasse in area avversaria, fulminando con lo sguardo chi avesse deciso di calciare in porta e non di servire il Matador lì, a pochi metri. Mai così nervoso e mai così impreciso. Impresso nella mente di tutti gli estimatori di Cavani è l’errore contro il Venezuela: movimento palla al piede, due avversari saltati e tiro sul palo lontano, fuori. Non da Cavani. Non da Matador. E giù con lo sguardo cattivo, rabbioso, ma di una rabbia non agonistica: quello si chiama nervosismo, sofferenza. Inspiegabile, o forse no. Sarà che la mancanza di un vero e proprio “complice” lì in avanti ha creato disagio all’attaccante del Psg, nel particolare l’assenza di Suarez. Coppia d’oro, due bomber di razza, mai insieme in questa competizione. Cavani chiude questa edizione della Copa America a zero reti e, detta così, sembra irreale solo a sentirla. Eppure è vero. Tre partite complete, 270 minuti in campo, intoccabile, inamovibile: zero gol, ma anche pochi tiri in porta. Ed è la seconda cosa che, a sentirla, sembra irreale. Ma è vera anche questa.

Il volto bello di questo Uruguay è senza dubbio quello scolorito, ma sempre concentrato, di capitan Godin: tre gare da incorniciare per lui in questa Copa America, leader indiscusso di un pacchetto difensivo lacunoso, che è riuscito spesso a limitare i danni soprattutto per la verve, la caparbietà e il talento del difensore dell’Atletico Madrid. Tre prestazioni importanti, una rete contro il Messico e la prima vittoria della Celeste in questa competizione che arriva insieme alle centesima gara di Godin con la maglia della sua selezione. Se ora tutto sembra perduto, c’è ancora il capitano al quale aggrapparsi per sperare in un ritorno ai vecchi fasti: da questa Copa America la Celeste ne esce scolorita, come il volto del suo leader. Ora, però, occorre ritinteggiare il futuro e il volto dell’Uruguay.