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Diego Armando Maradona - Fonte: account Facebook ufficiale di Maradona
Diego Armando Maradona - Fonte: account Facebook ufficiale di Maradona
Diego Armando Maradona – Fonte: account Facebook ufficiale di Maradona

Diego Armando Maradona è stato per moltissimi appassionati di calcio il più grande di tutti i tempi: non solo tecnica, ma anche carisma e leadership oltre ad una sfrontatezza che si è vista poche volte su un campo da calcio. Nel 1986 è passato alla storia il suo gol di mano contro l’Inghilterra, con il quale ha certificato il passaggio ai quarti di finale della sua Argentina che si sarebbe poi laureata campione del mondo. In un brano del suo libro ‘La mano di Dio, Messico ’86. Storia della mia vittoria più grande’, riportato dalla Gazzetta dello Sport, Maradona ha raccontato tutto l’episodio, escludendo ogni tipo di rimorso per il gesto:

“Quando la diedi a Valdano, gli rimbalzò male e la controllò un po’ lunga, con Hodge al suo fianco. L’inglese lo anticipò. E in quel momento commise l’errore, che io non considero un errore perché in quel momento poteva solo dare la palla indietro al portiere, di alzarla verso Shilton invece di rinviarla. Se Hodge avesse rinviato, il pallone non mi sarebbe mai arrivato. Mai. E invece mi cadde proprio lì, la vidi spiovere dall’alto come un palloncino. Ah, che regalo fantastico… Questa è mia, dissi. Non so se ci arriverò, ma ci provo. Se me lo fischia, pazienza.

Saltai come una rana, e fu la cosa che Shilton non si aspettava. Dico che nel salto sembro una rana perché ho le gambe piegate, divaricate, come quando stiri gli adduttori, di spalle a Shilton, e lì mi si vedono anche le costole. Si nota che non avevo neanche un grammo di grasso, e avevo le gambe forti. Tornato a terra, iniziai a correre quasi subito per esultare. Il pallone era partito fortissimo. Lo colpii con il pugno ma schizzò via come se l’avessi colpito con il sinistro invece che con la testa. Arrivò in fondo alla rete senza problemi. Fu un gesto fulmineo, tac, e non avrebbero mai potuto vederlo… Né l’arbitro né il guardalinee né Shilton, che rimase lì inebetito a cercare il pallone. Quello che se ne accorse fu Fenwick, che era il più vicino alla porta insieme a me. Ma oltre a lui niente, nessun altro. Abboccarono tutti, perfino Shilton, che non sapeva più neanche dove si trovava.

Guardai l’arbitro, che non prendeva alcuna decisione; guardai il guardalinee, lo stesso. Io corsi via esultante. Decisi io che non avrebbero avuto il coraggio di decidere. Bennaceur, me lo raccontò in seguito, diede un’occhiata al guardalinee. E il guardalinee, che era il bulgaro Dotchev, a sua volta aspettava lui; non alzò la bandierina ma neppure corse verso il centrocampo. Scaricò tutta la responsabilità sul direttore di gara, mentre era lui che si trovava nella posizione migliore per vedere l’azione. Poi litigarono tra loro per questo motivo, credo, e ognuno disse che la colpa era dell’altro. Io continuai a correre senza guardarmi indietro.

Prima di tutti gli altri mi raggiunse il Checho e mi chiese: L’hai presa con la mano, vero? L’hai presa con la mano?. E io gli risposi: Non rompere, e pensa a festeggiare. Di quel goal con la mano non mi pento assolutamente. Nessun pentimento! Con tutto il rispetto che meritano tifosi, giocatori e dirigenti, non mi pento affatto. Perché con questo genere di cose ci sono cresciuto, perché a Villa Fiorito segnavo gol di mano continuamente. E la stessa cosa feci davanti a centomila persone che non si accorsero di nulla… Perché tutti esultarono per il gol. E se esultarono fu perché non avevano il minimo dubbio“.

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