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Ieri sera allo stadio Pierre Mauroy di Lille c’era aria di impresa, presa di coscienza di una realtà consolidata all’interno dell’èlite del calcio europeo, un miracolo sportivo che tanto miracolo non è. Per la prima volta nella sua storia il Galles approda alle semifinali di un campionato Europeo, eguagliando il record della Svezia nell’edizione del 1992. Un Europeo indimenticabile, con la Danimarca campione, la madre di tutte le imprese, al pari della vittoria della Grecia di Otto Rehhagel capace nel 2004 di avere la meglio dei padroni di casa del Portogallo nella finale di Lisbona. Ecco, proprio il Portogallo, prossimo avversario dei gallesi, ultimo ostacolo all’appuntamento con la storia, la finale del 10 luglio a Parigi.

COME LA SVEZIA Da Brolin, Eriksson e Andersson a Williams, Ramsey e Bale, a distanza di ventiquattro anni dall’ultima volta, una nazionale esordiente è ancora semifinalista nel massimo torneo continentale. Un paragone azzardato che fa bene al calcio, in un Europeo che pende decisamente verso Nord, dopo la splendida cavalcata dell’Islanda, attesa dalla sfida alla Francia nei quarti di finale. Eguagliato il primato della Svezia, si punta a replicare quello della Danimarca, ripescata al posto della Jugoslavia e campione il 26 giugno ’92 a Goteborg; un paragone che stuzzica la fantasia dei tanti romantici appassionati di questo sport, ma racconta di un percorso vincente molto diverso da quello del Galles di Coleman. Euro 1992 fu l’ultimo a vedere ai nastri di partenza 8 squadre, mentre quello in corso è stato allargato a 24, nonostante qualcuno avesse storto il naso lamentando un conseguente livellamento verso il basso di competitività. Non raccontatelo al Belgio di Marc Wilmots, troppo sicuro di se, sorpreso dalla voglia, dal cuore, dall’orgoglio, ma soprattutto dall’organizzazione di una squadra vera, solida, difficile da affrontare, leggera nella mente ma estremamente convinta dei propri mezzi. Abbandonato sul più bello dal compianto Gary Speed, ex ct mai dimenticato, vero artefice della rinascita internazionale dei Dragoni, il movimento calcistico gallese sembrava destinato a mancare l’appuntamento con una manifestazione ufficiale (ultima qualificazione, il mondiale del 1958) ancora a lungo.

APPUNTAMENTO CON LA GLORIA L’allargamento a 24 squadre voluto da Michel Platini ha dato una concreta possibilità, al resto ci ha pensato la generazione d’oro del calcio gallese, costruita da Coleman sull’asse Williams-Ramsey-Bale. Dalle cinque sconfitte consecutive che l’avevano quasi convinto a gettare la spugna, alla semifinale, in un percorso tortuoso e per questo ancora più bello e coinvolgente; dimostrare di meritare quella panchina lasciata vacante da uno dei miti del calcio gallese assieme a John Charles, Ian Rush e Ryan Giggs, sembrava una responsabilità troppo grande per l’ex tecnico Fulham e Real Sociedad. Il campo ha cancellato i dubbi, dimostrando ancora una volta che anche un gruppo di grandi talenti può soccombere davanti a un organizzazione di gioco degna delle migliori interpreti a livello internazionale, ma soprattutto che nulla arriva per caso. Un motivo in più per gustarsi la sfida al Portogallo di Cristiano Ronaldo, senza successi nei 90′ in cinque gare disputate fino a questo momento, ultimo baluardo tra sogno e realtà.

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