Alle origini del miracolo Galles, nel nome di Gary Speed

Dario Marotta
02/07/2016

Alle origini del miracolo Galles, nel nome di Gary Speed

williams galles belgio mdc

La realtà sottostante, nelle più comuni accezioni filosofiche, prende il nome di sostrato. L’origine del senso, del significato intrinseco che si cela dietro la comune superficie. La stessa che oggi pone al centro della scena il Galles, simbolo del miracolo sportivo, tra i più belli visti in anni recenti, magari ancora da completare. Il richiamo ai prodigi e ai fenomeni soprannaturali o paranormali è sacrosanto, quasi doveroso visto l’exploit dei dragoni che continuano a vincere divertendosi, esaltando (senza falsa retorica) lo spirito propriamente sportivo. Risultati e imprese, salvo effimere avventure, non sono mai legate al caso, all’elemento fortuito che magari può incidere, ma solamente a breve termine, senza resistere alla perentorietà della clessidra. E’ necessario partire da molto lontano per arrivare a comprendere segreti e ricette di una squadra, per scoprirne virtù e debolezze, per entrare a contatto con una storia da raccontare, intensa e avvincente, da leggere in un solo respiro.

Un racconto fatto di piccoli passi, di drammi che valicano e al contempo abbracciano i confini sportivi, stravolti d’improvviso dalla scomparsa di Gary Speed, prima calciatore talentuoso ammirato in Premier e poi commissario tecnico del Galles. Una figura simbolo del calcio d’oltremanica, la stella polare che ha ispirato e costruito la meravigliosa realtà esaltata oggi con eccessiva faciloneria. Dal 2010 sulla panchina dei dragoni, per andare oltre le competenze che spettano al commissario tecnico, per ridisegnare criteri di convocazione e metodi di allenamento.

Un rivoluzionario passato sotto traccia, scoperto tardi e rimpianto subito per quella scomparsa prematura, ancora avvolta dal mistero. Restano i fatti: una fitta rete di osservatori per seguire tutti (ma proprio tutti!) i calciatori gallesi e una battaglia condotta e vinta per facilitare la naturalizzazione degli atleti che non trovavano spazio nelle altre selezioni britanniche che solitamente snobbavano (e chissà se continueranno a farlo) i giocatori figli di una terra nata per altro, certamente non per il calcio. Dietro i risultati (tre vittorie nelle ultime quattro partite valide per le qualificazioni a Euro 2012) il lavoro, la voglia di cominciare a volare, di trascinare la nazionale in una nuova dimensione, lontana da sorrisi ironici e sprezzanti.

Fin qui il cammino di Speed, interrotto senza spiegazioni tali da poter svelare le origini di quel terribile gesto, poi il passaggio di consegne con Coleman, l’attuale selezionatore: cinque sconfitte consecutive, i volti ancora stravolti dall’addio del vecchio coach, le difficoltà nel mettere da parte un dramma umano e in seconda battuta sportivo. Le dimissioni consegnate e respinte, poi la tabula rasa del passato, nel ricordo e nel rispetto di chi non c’era più: nuove metodologie di allenamento, riunioni tecniche tenuti in giorni e in orari diversi, nuovi alberghi per i ritiri. E, soprattutto, un capitano nuovo di trinca, Ashley Williams, l’autore del gol del momentaneo uno a uno con il Belgio. Un sollievo per Ramsey, suo predecessore, addolorato e sconvolto per la scomparsa di Speed, tanto da parlarne a fatica ancora oggi. Il resto è storia nota, superficie che fa bella mostra di sé.