SHARE

thiago motta mdc

Storia di Thiago Motta, dagli exploit giovanili distrutti dagli infortuni alla rinascita in Serie A. Tra Nazionale, Triplete e la lentezza come punto di forza.

“Chi si diverte sul web a ridicolizzare Thiago Motta, venga a fare due palleggi con lui, poi si sciacqui la bocca. Uno che ha vinto tutto, che ha un’esperienza assoluta a livello internazionale. Sul piano tecnico qui nessuno merita la 10 più di lui.”. In una conferenza stampa che, a suo modo, è già passata alla storia, Daniele De Rossi ha così difeso il compagno di Nazionale Thiago Motta dopo la scelta di consegnare a lui la gloriosa maglia numero 10 dell’Italia, vestita in passato da fior di campioni. Uno sfogo che ha simboleggiato unità, fratellanza e rispetto. Ma che certifica soprattutto un’altra questione: anche Thiago Motta, in certi termini, può essere definito un campione. La sua carriera e le sue vittorie hanno parlato fragorosamente per lui, che il treno sembrava averlo perso anni prima in mezzo al pantano di infortuni e frustrazioni. D’altronde, la sua storia è la rappresentazione perfetta di come nel calcio gli alti e bassi siano determinanti: una piccola favola moderna che potrebbe non piacere a tutti ma che ha incoronato un vero e proprio principe del centrocampo.

Il giovane Thiago Motta, giocatore d’ordine maniacale

Sin da subito mostratosi ragazzo prodigio, Motta si fa notare giovanissimo in un Barcellona non di certo paragonabile all’armata invincibile di questi anni ma nemmeno ad una squadretta di quartiere. Dalla prima partita il tecnico Antic comprende come il ragazzo sia un predestinato: giocatore d’ordine, maniacale nella gestione della palla e bravo negli inserimenti senza la sfera. Per anni è lui il centrocampista centrale titolare in una squadra che può vantare, tra gli altri, Iniesta e Xavi. Poi, nel settembre del 2004, la svolta negativa della carriera: rottura dei legamenti del ginocchio destro contro il Siviglia. Motta perde posto da titolare e condizione migliore. Vivacchia per qualche anno in blaugrana ma la fiducia del Camp Noi ormai è più che esaurita. Così il brasiliano tenta l’avventura a Madrid, sponda Atletico. Clamorosamente all’esordio arriva un altro grave infortunio, ovvero la rottura del menisco interno del ginocchio sinistro. Motta il campo lo vedrà solo in 6 occasioni, poi anche i colchoneros lo saluteranno senza rimpianti.

(fonte foto: vivoazzurro.it)
(fonte foto: vivoazzurro.it)

Gli infortuni di Thiago Motta e la rinascita

A 26 anni Thiago si ritrova con due ginocchia di cristallo e un calcio che non lo vuole più: nell’estate del 2008 farà un provino per il Portsmouth ma verrà scartato. Poi la lucida follia del Genoa: Preziosi punta sul nome nostalgico e pesca proprio quello del brasiliano. In una sola stagione, Thiago Motta dimostra al mondo che senza infortuni è uno dei migliori registi di centrocampo di sempre. Tanto gioco, qualche gol, moltissimi assist e una valutazione che passa da 7 milioni scarsi a quasi 15. La Serie A è il teatro della rinascita definitivo, in particolare il palcoscenico di San Siro: nelle sue stagioni all’Inter Thiago Motta vincerà ogni cosa, prendendosi le rivincite necessarie dopo le batoste post infortuni. Certo, per affermarsi a volte bisogna anche snaturare le proprie qualità: “Nell’anno del Triplete dell’Inter, nell’intervallo del primo derby, Mourinho mi disse: ‘Non siamo al Barcellona, qui palla lunga’. Vincemmo 0-4 e mi adeguai”, spiega il calciatore in un’intervista concessa a La Gazzetta Dello Sport. Attualmente l’oriundo è in attesa di capire cosa fare della propria carriera, dopo tanti anni vincenti al PSG: “Se sto bene continuerò a giocare, al Psg o altrove. Altrimenti studierò da allenatore”.

I macroperiodi di Thiago Motta

Come per Pablo Picasso, anche l’esperienza di Thiago Motta si può dividere in periodi, magari persino “colorati”. In particolare, almeno per quanto riguarda la sua vita a contatto con le reazioni del Bel Paese, Motta può aver vissuto due macroperiodi. Nel primo, quello del riscatto, è stato individuato giustamente come un calciatore di livello primario, tecnico come pochi e grande ragionatore. Nel secondo, che ha messo radici negli ultimi anni, al ragazzo sono state imputate colpe varie, soprattutto nell’ambito di una lentezza comunque atavica: “Se mi accusano di essere lento, sorrido: lo sono sempre stato, è come dire che la Gazzetta è rosa. Ho altre qualità”, la risposta recente del calciatore.

La convocazione agli Europei 2016

Ebbene, la polemica più grande è nata senz’altro a ridosso degli Europei: in molti non volevano il regista per la spedizione francese, a causa soprattutto della sua mancanza di velocità e della sua vecchiaia calcistica, nonostante nel 2009 il suo approdo in Nazionale fosse stato salutato con grande giubilo. Guardando ai numeri citati da Transfermarkt, le critiche perdono però valore: nell’ultima stagione con il PSG Thiago Motta ha giocato 45 partite per un totale di quasi 3500′, segnando una rete e servendo due assist. Statistiche che certificano una grande tenuta fisica e, soprattutto, un approccio mentale ancora vincente. Specialmente in un centrocampo come quello dell’Italia, povero di talento e desideroso di contributo tecnico, Thiago Motta rappresentava il compromesso necessario per le idee di Conte: capace di giocare nel 3-5-2, utile a partita in corso per dettare geometrie e conservare palloni, esperto a livello internazionale quel tanto che basta per dare al reparto maggiore solidità. Le tante critiche non lo hanno di certo scalfito: “Continuo per via della passione per il calcio ed il privilegio di vestire questa maglia e la possibilità di fare un altro Europeo”, aveva dichiarato sempre alla Gazzetta un mesetto fa l’originario di Polesella. Un giocatore, dunque, che ha sempre fatto discutere. Non a caso la stampa inglese da anni gli ha affibbiato il soprannome di “Marmite man“, in riferimento ad un cibo inglese dal sapore molto forte il cui slogan è, per l’appunto, “lo ami o lo odi”.

Uno degli atleti più vincenti

Motta nel giorno della presentazione al PSG - FOTO: sito ufficiale PSG
Motta nel giorno della presentazione al PSG – FOTO: sito ufficiale PSG

Un’altra faccia della medaglia è rappresentata nuovamente dalla sua caratteristica peculiare: la lentezza può aver infatti precluso a Thiago Motta un altro tipo di carriera, magari con un ruolo più avanzato all’altezza della trequarti e quindi più vicino alla porta. L’osservazione più importante da fare riguarda però la percezione che nel calcio moderno si ha della lentezza: un giocatore con caratteristiche simili viene spesso tacciato di scarsità perché, al giorno d’oggi, se non si corre più degli altri probabilmente si perde. Un altro esempio cristallino è quello di Riccardo Montolivo, calciatore che paga costantemente pegno per non essere un fulmine di guerra nonostante quest’anno, per dire, sia stato uno dei recuperatori di palloni più costanti d’Europa. Ironico dunque che in un calcio al di fuori delle sue percezioni e quasi ossessionato dalla perfezione atletica un giocatore come Thiago Motta abbia portato a casa in carriera ben 23 trofei di squadra, titoli che lo impongono come uno degli atleti più vincenti di questo sport. Decidere autonomamente che un calciatore lento debba essere per forza non all’altezza dei suoi compagni e degli avversari sembra una brutta abitudine dura a morire.

La forza di Thiago Motta

Certo, sarebbe impensabile e tracotante non sottolineare i limiti. In particolare, il centrocampista ha dimostrato spesso e volentieri di avere un carattere focoso: in molti, ad esempio, ricordando le svariate espulsioni in carriera ma soprattutto il famoso episodio della testata subita da Brandao dopo una gara contro il Bastia: l’attaccante fu addirittura condannato ad un mese di carcere, e si difese parlando di una provocazione subita proprio da Motta. Anche queste problematiche, però, a conti fatti non hanno inciso troppo sulla storia del calciatore nei campi da gioco professionistici. Così, anche in virtù di questi contesti, la carriera di Thiago Motta assume importanza fondamentale non solo per quanto vinto ma soprattutto per gli sforzi e i sacrifici messi in atto per “farsi accettare” in un pallone che anno dopo anno ha cambiato abitudini, metodologie, schemi e contraddizioni. La forza di Thiago Motta è stata tutta qui: imporsi al meglio in uno spazio angusto e lontano dalle sue possibilità, facendosi pioniere di un modo di giocare a calcio che rappresenta il passato ma che non per questo va criticato a priori. Perché in fondo lo cantano anche i Baustelle “So che tornerà tra 100.525 anni la moda del lento. O forse no”.

SHARE