Senza parole: i limiti comunicativi di De Laurentiis

Dario Marotta
18/08/2016

de laurentiis mdc

Napoli – Nel calcio, possono le parole valere più dei risultati? Sì, se si prova a raccontare l’amore mai nato tra De Laurentiis e la piazza partenopea.

Successo e popolarità, felicità e risultati, guadagni e investimenti. Binomi automatici, spontanei, stravolti dal calcio che fa storia a sé, sempre, al di là di ogni logica considerazione. Il secondo posto apriva e riscopriva scenari magici, nel segno del piccolo capolavoro sportivo compiuto: secondo posto, scudetto assaporato e poi sfumato, non per responsabilità proprie ma per meriti altrui. Sullo sfondo la Champions League, le notti da cavalcare sull’onda dell’entusiasmo, decuplicato dalla passione un po’ da copertina che racconta la storia di una piazza che vive per il calcio. Una distesa di speranze e di ambizioni da percorrere, con una squadra da correggere appena. Così l’immagine di fine primavera e di inizio estate: l’alba di un nuovo giorno che ha segnato, nel solco dei paradossi sferici, il culmine del declino plebiscitario di Aurelio De Laurentiis. Strana la sua parabola “affettiva”, fatta di tanto odio (non solo sportivo) e di poco amore, nonostante gli ottimi risultati conseguiti da Presidente degli ultimi dodici anni napoletani.

De Laurentiis-Napoli

Spontaneo interrogarsi sul perché di un tale rapporto, certificato da una serie di numeri e di comportamenti impietosi se rapportati ai traguardi raggiunti e alla realtà dolce-amara del club che fu, prima del suo avvento. Alle spalle del massimo dirigente l’uomo, o meglio, il personaggio, spocchioso e un po’ sborone, diretto quanto beffardo nelle dichiarazioni, prosopopeico ma talvolta vuoto, almeno in apparenza. Lontano dal calcio giocato e vicino agli affari, nel segno di una gestione imprenditoriale oramai imperante con la quale i tifosi del Napoli non hanno alcuna voglia di fare i conti, tanto da rivalutare, ad ogni buona occasione, successi e miti di un passato più o meno lontano, per il quale De Laurentiis ha spesso dimostrato il suo totale disinteresse, svelando la volontà (peraltro confessata a più riprese) di rompere ogni ponte con il “vecchio Napoli”. Rivendicazioni, questioni di orgoglio che dividono, alterano la ragione, separano le parti, per una diversità di pensiero legittima ma poco “furba”.

Il comunicatore De Laurentiis, con i suoi exploit verbali, palesa scarse doti dialettiche e diplomatiche, si rende antipatico. Vende male un prodotto vincente e vende male sé stesso, provando ad indossare abiti non suoi. Chiarezza, il rimprovero condivisibile che gli viene mosso quando viene chiamato a parlare di obiettivi e progetti, annunciati e poi spariti. Una lunga lista di promesse non mantenute, saldate esclusivamente dal campo che continua a dargli ragione. C’è chi parla di fortuna, chi di audacia ma spesso le due cose viaggiano di pari passo ed effettivamente si incrociano nella figura fintamente alternativa dell’imprenditore cinematografico. Restano però nel limbo il centro sportivo per le selezioni giovanili (la celeberrima “scugnizzeria”) una sede di allenamento all’altezza e di proprietà, magari da riportare in città per riavvicinare squadra e tifosi, almeno dal punto di vista fisico e tante altre “piccole” cose, forse irrealizzabili (stadio?) che nel rapporto con la città e con i tifosi fanno la differenza.

L’ego del Presidente

Ad esso si aggiunge dunque la breve lista dei “tradimenti”, una certa noncuranza per il futuro che verrà dopo De Laurentiis, proprietario esclusivamente del marchio e di nient’altro. La volontà di non acquisire (e magari lasciare ad un possibile successore) un patrimonio immobiliare e non esclusivamente sportivo è legittima, soprattutto se rapportata al contesto non semplice in cui opera ma andrebbe spiegata, analizzata, raccontata, senza fronzoli e giri di parole, sempre nel solco di quella chiarezza forse dovuta, nel bene e nel male, che però cozza col deleterio egocentrismo del Presidente, uomo di cinema eppure pessimo comunicatore. Basterebbero le sette qualificazioni europee consecutive per spegnere sul nascere ogni problema e invece, quasi per assurdo, sono proprio i risultati sportivi ad alimentare un certo malessere, assolutamente ingiustificato da quest’ultimo punto di vista. L’ambizione tricolore è legittima ma il Napoli, col suo fatturato, fa quel che può anzi, va oltre i suoi limiti. Forse sarebbe il caso di dirlo, senza perdersi in tristi proclami che infangano quanto di buono costruito sul terreno di gioco.

Il problema di fondo, dunque, resta il medesimo e la gestione della vicenda Higuaìn, unita ai silenzi di Sarri e alle conferenze sui generis del Presidente, raccontano una strategia comunicativa ai limiti dell’assurdo che finisce per pregiudicare il rapporto con i tifosi e più in generale con la città. Il tutto alla vigilia del campionato, con la prima uscita in trasferta, prima dell’appuntamento casalingo con il Milan. Roba da ricchi, verrebbe da dire. L’ultima querelle sui prezzi (40 euro per i settori più popolari) vede De Laurentiis nelle vesti del padre-padrone, schierato contro il proletariato urbano. In un momento storico paradossalmente negativo, segnato dall’addio del Pipita e da un mercato non esattamente esaltante, era necessario aumentare in maniera esponenziale il prezzo del singolo tagliando? Scontato rispondere no ma De Laurentiis, forse deluso dalla disistima nei suoi confronti, ha provato a fare la voce grossa, già arrivata all’orecchio di una piazza in subbuglio. Levata di scudi, proteste, petizioni e chi più ne ha più ne metta. Aria di contestazione per una società reduce da una stagione eccezionale. Paradossi, appunto.