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Joe Hart, Emiliano Viviano - Serie A 2016/17
Joe Hart, Emiliano Viviano - Serie A 2016/17
Joe Hart, Emiliano Viviano - Serie A 2016/17
Joe Hart, Emiliano Viviano – Serie A 2016/17

Viviano ha iniziato la stagione alla grande, Hart continua la sua parabola discendente. I club cercano prospetti all’estero ma non si accorgono di averne di top a due passi da casa.

Li andiamo a prendere da fuori eppure potremmo puntare su quelli che abbiamo. Di chi stiamo parlando? Dei portieri, ovviamente. La classe lavorativa (calcistica) più bistrattata di sempre al pari dei metalmeccanici e degli insegnanti. L’ultima giornata di Serie A ha, nuovamente, sentenziato ed è il campo a parlare: meglio l’estremo difensore italiano – criticato e sbertucciato – che non uno straniero osannato.

Viviano, gatto di provincia

Emiliano Viviano - Sampdoria
Emiliano Viviano – Sampdoria

Perfetto per 90 minuti abbondanti, è uscito dall’Olimpico a mani vuote ma con una bisaccia ricca di encomi. Emiliano Viviano è così: un gatto di provincia capace di esaltarsi davanti alle grandi. Gli archibugeri di Spalletti lo hanno impallinato a dovere per almeno 45 minuti, lui però non ha mai mollato, salvando ripetutamente la sua porta e il risultato prima di inchinarsi, a tempo scaduto, al Re di Roma. Bravissimo a deviare i fendenti dalla distanza di Totti e compagni, splendido nel dire di no per ben tre volte ad uno scatenato Salah. Soprattutto il portierone dal cuore viola è apparso sciolto sia nelle uscite alte che con la sfera tra i piedi, garantendo così sicurezza ad un reparto costruito da Giampaolo sull’esperienza spicciola di Silvestre e la foga agonistica di Regini.

Nessuna grande ha pensato a lui recentemente, i passi falsi commessi in carriera tra Inter e Fiorentina ne hanno delegittimato i voli pindarici, eppure la sensazione che si ha nel vederlo giocare è quella di ammirare un pezzo pregiato su cui nessuno ha puntato davvero o per il quale ci si è spesi in soccorsi mediatici. Adesso Viviano è patrimonio della Sampdoria, Ferrero l’unico a scommettere ciecamente su di lui, chissà che un domani il patron blucerchiato non possa scritturarlo per un film autobiografico.

Hart, nome e posto sbagliato

Joe Hart - Torino
Joe Hart – Torino

Se a Roma andava in onda il “tutti contro Viviano”, a Bergamo Joe Hart continuava nella sua inesorabile parabola discendente. Scartato in fretta e furia da Guardiola e parcheggiato a Torino, l’ex capitano dei Citizens è stato accolto come meglio non si poteva con i tifosi granata in giubilo. E’ però bastata una settimana per svelare l’arcano: il Toro sbaglia la distinta – ilarità a non finire oltremanica –, lui si trasforma in una vedova allegra svolazzante sulle palle alte, pronta a farsi uccellare dagli avversari con gli spettatori tutt’intorno che non posso fare altro che attorcigliare la faccia nemmeno fosse l’Urlo di Munch.

Una novità? Un caso? Manco per sogno. Bravo negli interventi ravvicinati per via della sua stazza, Hart ha sempre dimostrato grandi limiti di posizionamento tra i pali, così come scarsa propulsione negli arti inferiori; combinato disposto di fattualità che lo fanno assomigliare ad un gattone sgraziato e perennemente in ritardo, la punizione di Bale ad Euro 2016 uno dei più chiari esempi di quello che abbiamo davanti. Però, se ci pensate bene, nessuno ha mai provato a mettere in discussione il valore dell’estremo difensore britannico. Altri portieri, rei di topiche ben più esigue, sono stati fagocitati, distrutti dalla critica. Hart no. Chissà allora che non gli basti un anno in Italia per rimettere il conto in pari.

I portieri e la fiducia

“Il portiere è un uomo solo” diceva José Mourinho. Aveva ragione. Solo e contro tutti, verrebbe da aggiungere. Rinchiuso in quei 7 metri di larghezza e 2 e mezzo di altezza. Di quel “rettangolo” vuoto lui sa tutto, ne conosce i sapori, ne vive l’angoscia. In quei centimetri è racchiusa la sua vita. Un mondo fatto per dire “no” con l’incombenza di non poter sbagliare mai. A nessun altro giocatore viene chiesto tanto. Un portiere la combatte la vera partita contro se stesso, addomesticando le proprie paure, fronteggiando l’ansia. Per fare tutto questo però ha bisogno di avvertire la fiducia dell’ambiente che lo circonda, senza è perso, anzi è più solo che mai.

Il calcio italiano (ad eccezione della galassia Juventus) è fin troppo acerbo sotto questo profilo: bollare come “inadatti” i giocatori, magari giovani italiani distruggendone la carriera, in fretta e furia disquisendo a partire solo e soltanto dal risultato finale il più grave dei peccati. Bisognerebbe cercare di analizzare l’intero incontro per individuare le pecche con maggior buonsenso, da lì comprendere dove, come e se è possibile migliorare. Solo a quel punto è possibile esprimere un giudizio. Se poi si riuscisse anche a filtrare nome e casacca allora beh, saremmo nell’iperuranio delle idee. Per questo però non servirebbe solo il buonsenso ma un vero e proprio cambio di mentalità.

Stefano Mastini

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Nato il primo Maggio dell'87, l'anno dei mostri sportivi Messi-Vettel-Sharapova, maremmano d'Albinia. Amante del bel calcio, della strategia e della tattica. Laureato in Informatica Umanistica e studente di Knowledge Management presso l'Università di Pisa, con lo spiccato interesse per i Social Network e la gestione di dati.