Simeone: “Il mio segreto è il ‘Brain training’, ora sono un altro giocatore”

Simeone: “Il mio segreto è il ‘Brain training’, ora sono un altro giocatore”

(fonte: sito ufficiale genoacfc.it)
(fonte: sito ufficiale genoacfc.it)

Giovanni Simeone, figlio del “Cholo”, ha segnato il primo gol in Serie A contro il Pescara. Intervistato al “Corriere della Sera” l’argentino si racconta.

Non sono il figlio di…

“Vede, signore, con tutto il rispetto, se lei oggi è venuto fin qui per intervistarmi è soprattutto perché sono figlio di Diego Simeone, e a me questo va bene fino a un certo punto. Di mio padre sono fiero, lui è il mio sangue, la mia guida. Però, dica la verità, mica andrà a intervistare tutti i ragazzi che segnano un gol: prima o poi, un gol lo fanno tutti. Ecco, io questo voglio: voglio essere Giovanni Simeone, Giovanni e niente più. Non è facile convivere con la sua grandezza. Ecco perché diventerò più forte di lui. Devo provarci, devo dimostrare che, se sono qui, è solo per merito mio. Poi sarà quel che sarà”.

In comune con papà

“La garra, che è il modo nostro argentino di definire la determinazione, la cocciutaggine, la rabbia. Papà è un maestro ancora oggi. Avete visto l’altra sera in Champions contro il Bayern? Un capopopolo. Lui, la squadra, lo stadio: una cosa unica. È magia, quella, non è calcio”.

Il mio segreto

“Brain training. Diciamo che è una specie di videogioco che aiuta a migliorare attenzione e rapidità di pensiero. Con il mio iPad prima della partita mi metto lì mezz’ora. Da quando l’ho scoperto sono un altro giocatore”.

Infanzia

“Ho ricordi di Milano, la scuola cattolica. A Roma ero più grandicello, vivevamo all’Olgiata. Su Facebook ho ritrovato gli amici di allora. Uno di loro, Emanuele, è morto qualche tempo fa: oggi gioco anche per lui. Comunque per me viaggiare è un’avventura: adoro Genova, vivo ad Arenzano. Questo è un posto magnifico: la città vecchia, Portofino, Boccadasse. La pasta al pesto la mangiavo anche quando vivevo in Argentina. Pensi che la nonna di mia mamma era ligure. Alla fine sono un po’ tornato a casa”.

Il sogno

“Giocare nella Selecciòn deve essere una magia unica, ma io scelgo la Champions: a 14 anni mi sono tatuato il logo sul braccio. Papà si arrabbiò moltissimo”.