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Geoffrey Kondogbia in azione. Fonte - Account Twitter @F.C.Internazionale

Geoffrey Kondogbia, Inter - Serie A

Non sempre il tempo è galantuomo e, alle volte, può presentare il conto di affermazioni e giudizi affrettati, conclusioni avventate e voli pindarici ben oltre la realtà. Questi giudizi hanno il potere di influenzare l’opinione pubblica del tifoso medio, gravando sulle spalle del giocatore in questione. Evidentemente pagato troppo rispetto alle proprie qualità.

Difficile dire cosa resta di Geoffrey Kondogbia a un anno e qualche mese il suo arrivo all’Inter. Più facile liberare il campo da qualsiasi ardito paragone, proposto ad arte da addetti ai lavori e operatori di mercato, che ha coinvolto il centrocampista nerazzurro e il suo coetaneo e connazionale Paul Pogba. A riaccendere il dibattito, proprio Frank De Boer. Il tecnico che soltanto due settimane fa bocciò senza appello il suo giocatore richiamandolo in panchina dopo appena 28’ nel match con il Bologna.

Come Pogba

“E’ giovane, per me ci sono dettagli da migliorare. Ha fisico, qualità, deve lavorare sui dettagli. E’ come Pogba. E’ lo stesso ruolo. Deve vincere duelli, giocare semplice, deve lavorare sui dettagli ma per me ha tutto per essere un top player”. Dichiarazioni per certi versi sorprendenti, che tuttavia mostrano una volta di più il singolare approccio alla panchina dell’ex bandiera dell’Ajax, ormai interamente coinvolto nel progetto Inter. Scomparso dai radar, superato nelle gerarchie dal giovane Gnoukouri e dal veterano Felipe Melo. Kondogbia ha ingoiato il boccone amaro, tornando a lavorare in allenamento alla ricerca di quella continuità nelle prestazioni mai pienamente raggiunta. Un po’ come in mezzo al campo, dove dopo l’intercetto arrivava quasi sempre l’errore gratuito.

Perché se è vero che “non c’è più sordo di chi non vuol sentire”, è altrettanto innegabile che chi ha considerato questo giovane talento francese scuola Lens in grado di ricoprire un ruolo di primo piano nel campionato italiano, per di più pagandolo la bellezza di 31 milioni di euro più bonus, ha evidentemente preso una topica clamorosa. Siamo alle solite. Perché dovrebbe essere il giocatore a fare la valutazione e non il contrario, come troppo spesso avvenuto negli ultimi anni con altri casi illustri (Vargas dal Catania alla Fiorentina per 12 milioni di euro, Bertolacci valutato dal Milan 20 milioni). Tanti soldi che generano aspettative e responsabilità che talvolta questi ragazzi non riescono a gestire. Venendo travolti da un vortice che prescinde dalla sfera umana ed emozionale, mostrandoli nudi agli occhi dei tifosi.

Cambio di passo?

Titolare nelle prime due uscite stagionali con Chievo e Palermo, in panchina nel successo sulla Juventus. Kondogbia era rientrato in campo dal 1’ a Empoli, trovando la riconferma anche nella gara interna del 25 settembre scorso con il Bologna (complice anche l’assenza per infortunio di Joao Mario). De Boer aveva sottolineato nel dopo partita come proprio i forfait dell’ultimo minuto potevano aver destabilizzato la squadra. Coinvolgendo in prima persona i giocatori deputati a sostituirli. Sensazioni divenute certezze dopo i tanti errori in fase di disimpegno. Fino alla palla persa sul pressing portato dai centrocampisti rossoblù. Palla che aveva innescato l’azione della rete del momentaneo vantaggio ospite firmato Destro. Colpevole, al di là della leggerezza tecnica, di un atteggiamento nel complesso troppo molle, al momento del cambio il francese aveva preso immediatamente la via degli spogliatoi davanti a uno stadio ancora incredulo per quanto visto.

L’impressione è che il tecnico nerazzurro abbia voluto mettere il giocatore davanti alle proprie responsabilità, supportato da numeri e statistiche che confermano un rendimento comunque ben al di sotto delle potenzialità, reali o presunte. Non inganni l’85,5% di passaggi riusciti nei 282’ complessivi disputati. Troppo semplice intuire che si sia trattato di appoggi scontati e mai decisivi. Carente in fase di non possesso (21% di intercetti, 46% di duelli vinti), il giudizio su Kondogbia resta tendente al negativo anche per quanto riguarda la fase di inserimento e finalizzazione delle azioni, prerogativa fondamentale per il ruolo di interno in un centrocampo a tre. A mancare, fra le altre, soprattutto la componente psicologica, elemento essenziale nella crescita di un giocatore.

Un nuovo inizio

Non più titolare inamovibile, vista l’abbondanza di soluzioni in mezzo al campo, il francese dovrà dunque guadagnarsi stima e considerazione giorno dopo giorno. Mostrando di aver imparato fino in fondo la lezione (di tecnica e comunicazione) del suo allenatore. L’ultimo tentativo di recuperare un sicuro talento smarritosi nella vana rincorsa al suo falso clone.