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Ormai è chiaro: anche l’avventura più inaspettata, più incredibile, più importante e più valorosa che il calcio mondiale ci abbia regalato negli ultimi anni sta volgendo al termine. L’Atletico Madrid del Cholo Simeone non sarà il Manchester United di Sir Alex: finirà al massimo nel 2018, se non addirittura prima. La decisione estiva di ridurre il vincolo ne è la prova definitiva. Un “che peccato!” esce quasi spontaneo…ma la cosa bella, è che non si va verso un finale malinconico: al contrario, l’idea è quella di chiudere col botto.

NON UNA FAVOLA, UN CICLO

cholo simeone cholismo gazzettaIn cinque anni, Diego Pablo Simeone ha reciso un paio di nodi gordiani: ha dimostrato che il calcio spagnolo non è una diarchia e lo ha fatto distruggendo il dogma del tiki-taka. La ricostruzione di un club e la costruzione di uno dei più importanti allenatori di quest’epoca è stata progressiva ma rapida: Europa League al primo anno, Copa del Rey vinta al Bernabeu contro il Real al secondo, Liga strappata nel feudo blaugrana al terzo. E due finali di Champions nelle ultime tre stagioni. Non una favola, un ciclo.

Per di più straordinario, perché vincere contro ogni pronostico (anche contro ogni logica) può capitare. Ma confermarsi, crescere e migliorarsi continuamente nel tempo, produrre risultati sia sportivi che imprenditoriali in serie alzando costantemente l’asticella è la vera impresa. Un’impresa con un unico neo. Che non è l’essere arrivato solamente a qualche secondo o a qualche centimetro dalla conquista del trofeo più illustre del mondo, anche se quella rimane la ferita più dolorosa. L’ultima frontiera del “Cholo colchonero” non è una conquista empirica, bensì la voglia di cancellare un altro stereotipo del pensiero calcistico di massa, ovvero che il suo Atletico abbia ottenuto il risultato sacrificando l’estetica.

IL GRAN FINALE DI SIMEONE

Questo è il Gran Finale che Simeone sta preparando: un calcio sempre inscalfibile, sempre tremendamente duro, ma anche bello. Spettacolare. E la dimostrazione sta proprio nell’Atletico Madrid di questa stagione: se parliamo di potenziale offensivo, è sicuramente il più forte che Simeone e il suo staff abbiano mai avuto in mano, probabilmente il migliore di sempre.

Rispetto a un anno fa, nel roster dei giocatori spiccatamente d’attacco sono usciti Jackson Martinez e Vietto, di contro sono entrati Gameiro e Gaitan, due che non solo hanno più qualità, ma anche un grado di esperienza nel calcio europeo di alto livello sensibilmente più elevato. Oltre a ciò, va registrata la crescita costante e ormai stabilizzata su livelli di eccellenza di Carrasco e Correa, la presenza di un Fernando Torres che in riva al Manzanarre è ancora un fattore e soprattutto la figura di Griezmann, che in questo momento entra nel lotto dei cinque più importanti giocatori al mondo e dà garanzie che forse nemmeno Falcao o Diego Costa avevano presentato nei loro tempi biancorossi.

Con questo tesoro a disposizione, il Cholo ha elaborato la fantastica idea di un 4-2-4 che, a pieno regime, può pensare di fondere la brutalità agonistica insita nel dna di questa squadra con un ventaglio di soluzioni offensive estremamente accattivante. Praticamente, come servire champagne d’annata in una flute di vetrocemento. Molto, molto cholista.

IL NUOVO METODO

Un’idea potenzialmente meravigliosa, ma da sviluppare per gradi. “Partido a partido”. Infatti, fin qui l’introduzione del nuovo sistema è stata prudente e progressiva. Per spiegarlo, scomponiamo la rosa in due insiemi, quello dei “centrocampisti” e quello degli “attaccanti”:

atletico-madrid-centrocampisti-attaccanti

Nelle prime nove partite di stagione (sette in Liga e due in Champions League), solo due volte Simeone ha varato dal primo minuto una formazione con la presenza di quattro attaccanti: è successo negli impegni casalinghi contro Sporting Gijon e Deportivo La Coruña, gare delicate ma con le prerogative giuste per poter osare. Il risultato? Due vittorie, sei gol fatti e zero subiti. Con una media di 19,5 tiri a partita.

Questo è il prodotto di un sistema che prevede la presenza di una prima punta (Gamiero di base, alternativamente Torres anche se il Niño presenta caratteristiche differenti) che si tiene in continuo movimento, pressando in fase di non possesso e svariando – a seconda dello sviluppo dell’azione – sia con movimenti ad aprirsi, sia con la ricerca della profondità. Alle sue spalle, l’obiettivo è quello di portare Griezmann su piste più centrali, per sfruttare la sua tecnica in spazi stretti e la sua capacità di associarsi con i compagni, soprattutto per tenerlo il più possibile vicino alla zona di definizione.

Gli esterni, nella sua idea di base, lavorano a piede invertito: Carrasco parte da sinistra e Gaitan da destra, così da poter convergere per creare un turbinio tecnico negli ultimi venti metri di campo, lasciando contemporaneamente le fasce libere per le scorribande offensive dei laterali, che guadagnano enormi spazi da attaccare e la cui pressione, unita al posizionamento sempre aggressivo degli interni di centrocampo (Koke in primis), crea le condizioni per un assedio costante e asfissiante.

Una teoria molto affascinante, che ha anche variazioni previste in quanto a interpreti: per sopperire alla necessità di ambientamento di Gaitan, il Cholo ha pensato di far diventare Correa un’ala, utilizzandolo come generatore di corrente elettrica sulla destra. La sua idea è che il talento argentino sia ancora materia plasmabile ma che, dopo aver convinto e deciso a partita in corso, sia ormai pronto anche per un eventuale ruolo da titolare. Anche perché la sua principale pecca rimane lo sbagliare qualche gol di troppo, quindi allontanandolo dalla porta si possono lasciare spazi a chi sa centrarla con continuità.

MECCANISMI PERFETTI

L’unica condizione imprescindibile per poterlo proporre stabilmente è che i meccanismi funzionino alla perfezione, altrimenti il rischio di uno sbilanciamento è molto alto. Perciò, fino a ieri Simeone negli appuntamenti più delicati ha preferito iniziare con prudenza, andando poi a scatenarsi a partita in corso. Infatti, per sette volte nelle prime nove gare l’undici iniziale dei Colchoneros ha visto la presenza di almeno tre centrocampisti, con la conseguenza che nei primi tempi di questi sette incontri l’Atletico Madrid è andato in rete solo due volte (entrambe in Champions), ma ha incassato solamente il gol di Rakitic al Camp Nou. Le cose sono cambiate dopo l’ultima sosta, quando il Cholo ha deciso di accelerare il processo, proponendo per tre volte consecutive il 4-2-4: la prova ha retto alla grande contro i modesti Granada e Rostov (due vittorie, un 7-1 e un 1-0 esterno), ma è inciampata al primo test importante.

Al Sanchez Pizjuan, contro il fantastico Siviglia di Sampaoli, l’Atletico ha trovato la sua prima sconfitta stagionale: colpa dello sbilanciamento avvertito in una partita in cui l’avversario ha tenuto la palla per oltre il 60% del primo tempo, anestetizzando completamente gli esterni, impedendo all’offensiva colchonera di prendere continuità e limitandola a fiammate per lo più in ripartenza (anche se pericolose), il che – unito alle condizioni meteo proibitive – ha finito per stancare presto, innervosire e di conseguenza imbruttire un sistema che funziona solo se riesce a essere bello, cosa che invece è risultata perfettamente a un maestoso Siviglia.

Per il momento, quindi, Simeone deve ancora lavorare per ottimizzare gli ingranaggi ma continua a perseguire la sua idea: il tempo ci dirà se questa ipotesi diventerà teorema e se questa strada condurrà il Cholo a rompere un’altra convenzione, a scardinare un altro pensiero comune e a fare un’altra rivoluzione. Quel che è certo, è che l’orizzonte del suo Atletico Madrid rimane sempre

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