Margiotta si racconta: “Italia e Venezuela, due mondi ed un pallone”

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Massimo Margiotta ha girato il mondo, col pallone sempre nella valigia. Dal Venezuela all’Italia, un viaggio ricco di aneddoti e di storie da raccontare

Da un capo all’altro del mondo, come un novello conquistatore, partito palla al piede dal Venezuela e tornato in Italia a quindici anni, per scoprire il calcio europeo, per incontrare opportunità e origini. Andata e ritorno con la nazionale vinotinto, piccolo eroe internazionale, bomber di provincia che un giorno si ritrova a sfidare, da protagonista, i più grandi del globo. E’ la storia di Massimo Margiotta, di una carriera fatta di svolte, di gol storici e anche di opportunità mancate. Ma non c’è spazio per i rimpianti quando si ha la consapevolezza di aver lasciato tutto sul terreno di gioco e anche oltre. Oggi, dopo aver lasciato il calcio giocato a trentaquattro anni, si dedica ai ragazzi e alla passione di sempre: il pallone, trattato e guardato con l’entusiasmo di un bambino.

Lontano dai riflettori, senza rinunciare alla passione di sempre: una scelta consapevole?

“Sì, mi è sempre piaciuto curare il settore giovanile da responsabile dell’intera area. L’esperienza con il Vicenza si è conclusa, mi piacerebbe ricominciare altrove. E’ un mondo affascinante e vorrei continuare a percorrere questa strada. Mi ci vedo molto bene, anche per questioni caratteriali. Hai l’opportunità di toglierti tante soddisfazioni sul piano professionale e umano e questi riconoscimenti valgono più di ogni altra cosa”.

Giovani e campionato italiano, un binomio difficile da costruire: perché?

“Secondo me il problema non è alla base, i settori giovanili lavorano molto bene, fanno il massimo per formare nuovi calciatori, pronti a cimentarsi in una realtà così importante. Il problema è strettamente legato alle pressioni che coinvolgono allenatori e presidenti, alla necessità di mettere sempre davanti a tutto e a tutti il risultato. E’ un pensiero sbagliato ma è un dato di fatto. Ci sono anche delle eccezioni, penso ad esempio al Milan, all’Atalanta ma lo sforzo che devono compiere questi ragazzi è enorme: devono dimostrare di valere tecnicamente, tatticamente e, soprattutto, caratterialmente e a quell’età non è sempre semplice perché andrebbe concesso loro il tempo e il modo di sbagliare ma ovviamente non è così”.

Com’è nata la tua carriera? Quando hai capito di potercela fare?

“E’ stato sempre il mio sogno, giocavo già in Venezuela, prima di arrivare in Italia. Non c’è stato un momento preciso ma ci ho sempre creduto, forse è stato questo il segreto. Certo, dopo la doppietta al Leverkusen con la maglia dell’Udinese, ho capito di poter resistere a certi livelli. Forse quella è stata la gara della svolta sul piano personale. Nel percorso di un calciatore ci sono tante situazioni che fanno la differenza, incidono i momenti, le persone che trovi sul tuo cammino e ovviamente anche la fortuna di trovarsi al posto giusto nel momento giusto”.

Ci racconti il tuo primo gol da professionista?

“Lo ricordo benissimo. Lo realizzai in un 5-2 contro il Verona, quando indossavo la maglia del Pescara. In quel momento coronai il mio sogno, dopo tanti anni di sacrificio. In occasioni del genere non riesci nemmeno a capire e percepire la cosa straordinaria che hai fatto ma te ne accorgi quando smetti, quando ti ritrovi a ripercorrere la tua carriera. Ed in quel momento realizzi, capisci di esserci riuscito e sei felice, senza alcun rimpianto”.

Margiotta nasce attaccante?

“Ho sempre giocato davanti, da bambino ero il più alto del gruppo, per questo volevano che giocassi in attacco e ovviamente a me non dispiaceva. Però per difendere tornavo sempre dietro, anche quando giocavo con i ragazzini del mio paese, in Venezuela. All’epoca ero sia difensore che attaccante (ride, ndr)”.

Copa America e qualificazioni mondiali con la maglia del Venezuela: l’esperienza più bella della tua carriera?

“Qualcosa di straordinario, di unico. Ti ritrovi catapultato in un calcio totalmente diverso, è un’altra realtà e te ne accorgi dal modo di preparare le gare. Non si avvertono pressioni particolari, ti senti più libero, non sei schiavo del risultato. E i giornalisti lo comprendono, non ti pressano, ti lasciano vivere tranquillamente. C’è meno concentrazione nell’approccio alla gara e non so dire se sia un bene o un male. Però non è un calcio minore. Anche in Venezuela il livello di competitività è cresciuto moltissimo”.

Il compagno più forte con cui hai giocato?

“Ce ne sono tanti, è difficile sceglierne soltanto uno. Dico Andrea Carnevale a Pescara, Giannini a Lecce, Gannichedda, Fiore e Muzzi all’Udinese, Grosso al Perugia. Giocare con calciatori di un livello così ti aiuta molto, soprattutto quando sei giovane”.

L’allenatore che porti nel cuore?

“Non vorrei far torto a nessuno. Ho avuto la fortuna di conoscere Spalletti, De Canio, Mandorlini, Maran ma tatticamente, quello che più mi ha impressionato, è Maurizio Viscidi, un tecnico preparatissimo. Sotto il profilo umano resto legatissimo a Ivo Iaconi e Francesco Oddo, l’allenatore che mi fece esordire a Pescara”.

Da spettatore, come vivi il calcio di oggi?

“Con immutata passione, aspetto la Champions e l’Europa League in settimana, i campionati nel weekend. Vedo tantissime partite e non sopporto le soste perché senza calcio proprio non resisto”.