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Atletico Nacional-Chapecoense era la finale di Copa Sudamericana. Stefano Borghi avrebbe dovuto fare la cronaca di quella partita

Adoro il mio lavoro: vivi nello sport, viaggi, conosci gente e storie splendide. Le racconti. Oggi è stato uno di quei rarissimi giorni in cui avrei voluto farne un altro. Non essermi svegliato con una telefonata che mi convocava in redazione, perché la squadra che domani avrei dovuto commentare, raccontare, vedere impegnata nel momento più importante della sua storia non c’era più. Caduta. Finita. E in un secondo, la consapevolezza che il racconto sarebbe stato tutt’altro.

Nel concreto, la cosa più difficile è coniugare i verbi: ti viene da dire “è”, “sarà”, e invece devi usare “era”. Quel che rimane, è la storia della Chapecoense, una storia che era pronta ad essere raccontata a tutto il mondo. La storia di una squadra fondata nel 1973 con l’obiettivo di portare il calcio a Chapecò, una cittadina industriale di meno di duecentomila abitanti nello stato brasiliano di Santa Catarina. Provincia pura, stretta fra i colossi di San Paolo e Rio Grande do Sul, diventata in questa fine di 2016 il cuore del movimento calcistico brasiliano, perché dopo tre anni di risultati pessimi il futebol brasileiro riportava una sua rappresentante in una finale continentale.

Dalla serie D alla Copa Sudamericana

Una rappresentante sicuramente inattesa, se si pensa che dieci anni fa la Chapecoense militava nella Serie D brasiliana, che poco più di un lustro fa ha rischiato di scomparire per problemi economici, e che sulla sua strada verso la finale della Copa Sudamericana ha buttato fuori colossi come Independiente e San Lorenzo. Però non una sorpresa assoluta, perché che questo progetto fosse interessante lo si era capito già da un anno, dalla scorsa edizione della Sudamericana, quando il Verdao catarinense arrivò fino ai quarti di finale, cedendo solo in extremis al poderoso River Plate, tra l’altro non senza qualche polemica.

Quest’anno nessun dubbio e nessuna polemica, la Chapecoense in fondo ci è arrivata: la favola del semestre, in un continente molto più abituato dell’Europa a vivere cose incredibili ma non per questo meno trascinato da esse, visto che – come dice il mio amico Carlo Pizzigoni nella sua ultima opera – se il calcio è nato in Inghilterra, la passione per il calcio si origina indubbiamente in Sudamerica.

Una favola che parla fondamentalmente di una famiglia: lo abbiamo capito in modo straziante dal presidente del consiglio direttivo della Chapecoense Plinio Davis de Nes Filho, il primo dei dirigenti a parlare. O meglio, a gridare: “Dove sono i miei familiari? Dove sono i miei amici?”. Non ci sono più.

Non c’è più Bruno Rangel, il massimo cannoniere nella storia del club, arrivato nel 2013 quando non c’era nemmeno un campo di allenamento di proprietà o una palestra dove allenarsi, e arrivato – 81 gol dopo – a portare la sua “squadretta” sul tetto del continente. Non c’è più Danilo, il portiere miracoloso, quello che ha parato i rigori all’Independiente e respinto, con il piede sulla linea, il colpo di testa di Angeleri del San Lorenzo al novantaquattresimo minuto della semifinale di ritorno: era seduto vicino al suo secondo Follman e al terzino Alan Ruschel, due che si sono salvati. Lui no. Non ci sono più nemmeno Thiego e Dener, prìncipi della difesa che avevano già in tasca nuovi e remunerativi contratti con Santos e San Paolo, di quelli che ti svoltano la vita.

Il capitano e l’allenatore

Non c’è più Cleber Santana, il capitano, l’unico già famoso del gruppo per aver giocato col Flamengo e con l’Atletico Madrid, che appena prima di partire aveva postato una sua foto sull’aereo, scrivendo “in tutte le vite che vivrò, ti amerò sempre”. Messaggio che sottoscrive anche l’ala sinistra Thiaguinho, al quale i compagni pochi giorni fa avevano fatto lo scherzo con il finale più bello del mondo: gli avevano preparato una busta in hotel, dentro c’era scritto che sarebbe diventato presto papà. Papà lo era già il tecnico Caio Junior: per la trasferta che avrebbe potuto dargli la gloria definitiva aveva deciso di portarsi anche il figlio, che però si è scordato a casa il passaporto. Lui è rimasto giù, papa Caio è partito. E non c’è più.

L’eterno racconto della Chapecoense

Quasi tutta la Chapecoense non c’è più, e non ci sono più nemmeno quelli come me, perché a bordo del volo si trovavano tanti giornalisti, sei di Fox Sports Brasile, fra cui il miglior telecronista, il miglior bordocampista, il miglior cameraman. Quelli che erano partiti per raccontare la storia, e hanno finito per farne parte. Una favola spezzata, ma una storia indimenticabile. E non per l’epilogo, ma per quella che è stata la vita della Chapecoense. E quella che sarà, visto che forse le assegneranno la Copa Sudamericana e che tutti i club del Brasile si sono già mobilitati per prestare giocatori in modo da far ripartire il prima possibile il calcio a Chapecò. Tutto deve ripartire e tutto ripartirà. Anche il racconto. Questo, intanto, rimarrà eterno.

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