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foquinha kerlon

Non fosse stato per l’innumerevole serie d’infortuni subiti, già in giovane età, non staremmo qui a parlare di Kerlon Moura Souza, fantasista brasiliano classe 1988, come di Foquinha, di un calciatore capace solo di numeri da circo come, appunto, controllare in corsa la palla di testa portandosela avanti, come una foca: avremmo probabilmente di fronte un calciatore dalle qualità tecniche elevatissime che avrebbe mietuto successi in patria e in Europa.

LA CARRIERA DI FOQUINHA KERLON

L’ipotetico film, invece, trova la sua sliding door nel febbraio 2008, quando Kerlon, all’epoca giovane stella del Cruzeiro, già capocannoniere e miglior giocatore del torneo ai Sudamericano Under 17 nel 2005, viene operato per la ricostruzione dei legamenti crociati. Dell’intervento si occupa un medico di fiducia dell’Inter: i nerazzurri hanno da tempo messo gli occhi su questo fragile gioiello e decidono di puntare su di lui. Con un’operazione che all’epoca andava in voga e già messa in pratica con Obinna e Julio Cesar, i nerazzurri lo fanno tesserare dal Chievo.

Il ragazzo alto 1.67 per 63 kg di peso esordisce in Serie A contro la Lazio a ottobre del 2008, ma giocherà solo 4 partite. In tutta la stagione? No, in tutta la sua esperienza italiana. Sì, perché dopo Chievo, l’Inter si assume la responsabilità di tesserarlo e lo tiene sotto contratto per 3 anni, mandandolo in continui prestiti in giro per il mondo sperando che recuperi dai continui infortuni che tormentano le sue ginocchia. Andrà via definitivamente nel 2012, lasciando un sorriso sulle labbra a chi lo ricorda come l’ennesimo brasiliano da circo che non aveva la concretezza e la mentalità per giocare in Europa.
Dopo anni in cui non si è più sentito parlare di lui, ho intervistato Kerlon in esclusiva.

Partiamo dalla fine della sua esperienza in Italia: cosa è successo dopo che lei è andato via? Abbiamo un po’ tutti perso le sue tracce.

“La vita di un calciatore a questi livelli è davvero dura e difficile. Il successo è un momento, tutto passa rapidamente, molto rapidamente: quando ho lasciato il vostro Paese sono andato all’Ajax e mi sono nuovamente infortunato al ginocchio. Quindi sono tornato in Brasile per giocare, ma il ginocchio non mi consentiva ancora di essere al top. E oggi per giocare devi essere al 100%: se sei all’80, o anche al 90, non giochi. Ora però ho lavorato duro con il mio preparatore atletico personale, ho fatto davvero un bel lavoro e sono pronto per tornare a giocare al massimo livello”.

Ora si trova in Slovacchia, me lo conferma?

“Sì: ho trovato un bravo manager, Sasa Djordjevic, che è qui insieme a me per aiutarmi a rientrare nel calcio europeo. Penso che questa possa essere la porta principale per farmi tornare nel calcio che conta. Stiamo parlando con lo Spartak Trnava: sono due giorni che stiamo trattando con la società per trovare un accordo”.

Tornando alla sua esperienza in Italia, in generale che ricordo ha?

“Un’esperienza più che positiva. Mi piace molto l’Italia, lì da voi ho imparato molte cose perché quando sono arrivato avevo poco più di 19 anni. Ero un bambino e in Italia sono diventato un professionista: è il Paese dove ho imparato cosa significhi essere un calciatore. Ho trovato grandissimi giocatori da cui ho imparato molto, non solo all’Inter ma anche al Chievo con Di Carlo e Mario Yepes. Mamma mia, sono davvero grato a tutti!”

In particolare cosa ricorda dell’Inter? Lei era arrivato come un grande talento, ma non ha avuto mai l’occasione di dimostrare il suo valore.

“Questo è stato davvero un peccato, perché quando ero un bambino il mio sogno era quello di giocare nell’Inter, in una grande squadra: ma il calcio è fortuna. C’è un momento in cui la sorte gira dalla tua parte e un altro in cui ti volta le spalle: io non ho avuto fortuna ed è arrivato l’infortunio al ginocchio. Però ho comunque fatto quattro anni di contratto con loro e sono grato all’Inter e a Mino Raiola che mi ha aiutato molto. Spero di avere di nuovo l’occasione di giocare in una grande del calcio”.

E il Chievo invece come andò? Li ha avuto anche l’occasione di giocare in serie A.

“Chievo è stata per me un’esperienza che pochi giocatori hanno la fortuna di poter fare: misurarmi in un grande campionato contro squadre e giocatori di altissimo livello. Sono davvero grato al Chievo per avermi dato questa opportunità e per avermi fatto imparare davvero tanto”.

Lei è ancora in contatto con qualche compagno di quando giocava in Italia?

“No, non ho più occasione di parlare con nessuno di loro: il calcio di oggi cambia rapidamente, i calciatori cambiano spesso numero di telefono e squadre in cui giocano. Le uniche occasioni di contatto sono i profili Facebook o Instagram”.

Che rapporto aveva con Mourinho?

“Quando sono tornato all’Inter dal Chievo, ero pronto a partire con la squadra per la tournee negli Stati Uniti. Ma Mourinho al suo arrivo ha deciso che avrebbe lavorato solo con quella che riteneva essere la sua squadra: perciò disse a me e ad altri 8-9 giocatori che non facevamo parte del suo progetto e che eravamo liberi di andar via e trovarci un’altra sistemazione. Il calcio è così”.

Quindi lei non se l’è presa? O non ce l’ha con Mourinho?

“No, no”.

Come ha vissuto il suo famoso soprannome di Foquinha? Come una cosa simpatica o come un’etichetta che l’ha in qualche modo penalizzata? Nel senso che ha aiutato a costruirsi un’immagine di lei come di un giocatore solo acrobatico e poco concreto?

“Sicuramente ci sono momenti in qui quest’aspetto prevale nel giudizio su di me, quando la squadra ti considera solo come un giocatore di fantasia. Ma se io so fare qualche giocata è perché c’è qualità nel mio gioco e nelle mie caratteristiche, che mi permette di saper giocare la palla anche a terra, non solo in aria. Quindi in alcune situazioni è penalizzante, perché c’è chi pensa , o ha pensato, che io sappia fare solo quel tipo di numeri: la Foquinha, invece, è solo un piccolo dettaglio, una piccola cosa che posso fare per aiutare la mia squadra. Non faccio quel numero in ogni momento, in ogni partita, ma solo quando so che può servire per aiutare la mia squadra”.

Arrivato a 28 anni, che punto è della sua carriera? Che obiettivi e che prospettive ha?

“Voglio giocare altri 10 anni. Adesso sono più maturi, sono davvero un professionista e so bene cosa un calciatore deve o non deve fare. Dentro e fuori dal campo”.

La nazionale brasiliana è un obiettivo per lei?

“No, oggi no. Al momento penso giorno per giorno, voglio vivere l’oggi perché il calcio è un momento. Se stai facendo bene, poi c’è un premio: per me la vittoria che mi fa sentire felice e realizzato è già l’opportunità di poter giocare a calcio e di aver trovato, qui a Trnava, chi vuole puntare su di me. Ci vuole una grande forza mentale per risalire come ho fatto io: è difficile che un giocatore, dopo tanti infortuni subiti come me, riesca ancora a giocare. Io mi sento già realizzato nell’avere una squadra che mi faccia giocare, questo è l’importante: è come quando tu vai a comprare un’automobile che, però, si è già rotta in passato. Tu non te la senti di comprare quella macchina, perché hai il timore che si possa rompere di nuovo. Ma io ora ho trovato un bel posto in cui ricominciare a giocare a calcio”.

Un’ultima curiosità: all’epoca del suo arrivo in Italia, lei era una star di Football Manager. Ci giocava?

“Ci giocavo sempre e mi mettevo sempre titolare! Mi piace troppo quel gioco”.

Grazie, Foquinha. Grazie, Kerlon. Boa sorte.

di Emanuele Giulianelli
@EmaGiulianelli

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