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Un omaggio o un credo di ferro? Quel 4-3-3 del Krasnodar la dice lunga sulla formazione calcistica e professionale di Igor Shalimov, personaggio controverso, un tempo giovane scapestrato, si sarebbe detto. Folle a tal punto da ritirarsi a trent’anni, quando le carriere, talvolta, cominciano a fiorire. Lui era appassito, tra donne, alcol e vita eccentrica. Passato non da prendere ad esempio e presente da tecnico serioso, nell’aspetto finanche più giovane. Una seconda vita, dopo aver trascorso del tempo ad allenare la nazionale femminile russa, tanto per non contraddire le passioni che hanno scandito la sua vita.

L’allenatore segue il maestro, colui che spinse per portarlo in Italia; il filo conduttore è Zeman, presente ieri e oggi, nelle idee portate avanti dall’ex allievo, non ancora diventato maestro ma pronto a costruirsi la sua chance. Ha condotto un manipolo di ragazzi semi-sconosciuti ai sedicesimi di Europa league, in un girone tutt’altro che semplice, completato da Schalke 04, Salisburgo e Nizza. Una piccola impresa che riporta in auge uno dei protagonisti di un calcio d’altri tempi che ha rischiato di finire nel dimenticatoio per una squalifica legata all’assunzione di sostanze dopanti.

SHALIMOV, PENULTIMO ATTO

Vedi Napoli e poi soffri, solo nel caso di specie, s’intende. La vecchia storia del mentore e dell’alunno prediletto si ripete alle pendici del Vesuvio: Ulivieri&Shalimov, ancora insieme, dopo la parantesi bolognese. Gli azzurri, freschi di retrocessione in serie B, mirano alla promozione immediata, con “Renzaccio” in panchina e Igor in cabina di regia. Il campionato è un flop, la compagine partenopea naviga a metà classifica, il tecnico si fa espellere una domenica sì e l’altra pure e il suo pupillo non ingrana affatto, finendo per perdere in un amen il posto da titolare. Le cronache dell’epoca raccontano di un calciatore spaesato, lento, ormai finito. Ma l’epilogo amaro arriva successivamente, quando Shalimov ha già lasciato Napoli per cercare nuova gloria in patria. Risulta positivo al nandrolone, dopo un Napoli Lecce dell’aprile del 1999. Una macchia indelebile, confermata dalle controanalisi, nonostante le smentite:

“Mi hanno rovinato, mi hanno rovinato perché’ dietro non c’era una grande squadra come la Juventus ad esempio. Non ho nulla contro Davids o gli altri giocatori squalificati per nandrolone. Però sono stati usati due pesi e due misure. Ho un brutto ricordo di quel periodo, ero in scadenza con il Napoli e nessuna squadra voleva più sentire il mio nome”. Nandrolone assunto inconsapevolmente, stando alla versione di Shalimov: “Avevo assunto carne cruda trattata con nandrolone su consiglio di un medico che mi stava curando un’emorragia”.

DAL GRANO ALLA GRANA

Shalimov arriva in Italia nel 1991, non è una stella, non è considerato un campione in patria ma gode di buona stima. Uno come tanti, insomma, scoperto da Peppino Pavone, direttore sportivo del Foggia dei miracoli. Il riccioluto centrocampista russo (o sovietico) sa fare l’interno ma ha eccellenti qualità tecniche. E’ perfetto per Zeman e così il Presidente Casillo dà il via ad una trattativa destinata ad entrare nella storia: 1 miliardo e 400 milioni più un camion di grano destinato in Russia. Shalimov firma per il Foggia, con lui c’è anche Igor Kolyvanov.

Incanta da regista, nelle nuovo abito disegnato dal boemo. Idolo indiscusso delle domeniche vissute con trasporto, entusiasmo e goliardia allo Zaccheria “L’ha mandato Gorbaciov, Igor, Igor Shalimov”. Segna nove gol e l’anno successivo passa all’Inter per oltre diciassette miliardi di lire. Dal grano alla grana, una plusvalenza d’oro. Si conferma anche a Milano (nove gol!) ma solo per una stagione. Si perde, gira in prestito un po’ ovunque e rinasce parzialmente a Bologna. Finito, dimenticato e ripescato a est, sulla panchina del Krasnodar. Bentornato, Igor.