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Zinedine Zidane, tecnico del Real Madrid
Zinedine Zidane, tecnico del Real Madrid

Yo creo que va a salir todo bien. Viaggio nel sistema Zidane

4 Gennaio 2016, un anno fa. Il Real Madrid, nel pieno della più grande crisi istituzionale del Florentino-bis, terzo in classifica, fuori dalla Copa del Rey per aver schierato un giocatore squalificato e contestatissimo da un mese e mezzo per lo sconcertante 0-4 preso in casa dal Barcellona, fa una mossa disperata: affida la panchina a un allenatore esordiente a quei livelli, Zinedine Zidane.

La sensazione generale è che Florentino Perez, accerchiato e invitato ad andarsene da tutto il madridismo, abbia calato l’ultima carta per provare a spostare l’attenzione dalla propria, traballante figura. Che l’ultima trincea del presidentissimo sia il sorriso di una delle più grandi icone viventi della storia blanca, ma che dietro a quello ci sia l’inevitabile declino portato da un non-allenatore. Il sorriso, in effetti, Zizou ce lo mette, in un atto di presentazione in cui se ne vedono pochi. Ma aggiunge anche una frase, che oggi è la didascalia da accompagnare alla foto dell’allenatore del momento: “Yo creo que va a salir todo bien”. Credo che andrà tutto bene, in un castigliano timido come il suo carattere, imprevedibile come le sue idee, ma che arriva dritto al punto come le sue giocate. Il ricordo di Zidane giocatore è da una parte il motivo della sua chiamata, dall’altra il primo obiettivo da superare. Perché adesso Zizou si sente un allenatore, nonostante col Castilla (la seconda squadra del Real Madrid) non abbia combinato granché. Nonostante si dica che non sappia gestire la comunicazione e che servirà solo come parafulmine. Zidane ascolta e pensa. Ha già un piano. E in pochi mesi, abbiamo capito che era quello giusto.

STAFF ITALIANO E ANCELOTTI COME GUIDA

Zinedine Zidane si è preparato per questa occasione. E si è ispirato chiaramente a una figura, quella di Carlo Ancelotti, del quale è stato il vice nell’anno della Décima e dal quale ha capito fondamentalmente due capisaldi: che la cosa più importante quando siedi su di una panchina del genere è il rapporto coi campioni che sei chiamato a dirigere, e che per vincere c’è bisogno di una squadra.

Infatti, il primo passo è quello di costruire la sua squadra, uno staff molto italiano in cui inserisce, forzando anche un po’ i regolamenti, un secondo come David Bettoni, dimenticato centrocampista di Alessandria, Lucchese, Brescello e Avezzano ma figura di totale fiducia del francoalgerino, e un preparatore atletico come Antonio Pintus, col quale aveva già lavorato alla Juventus e al quale affida il primo compito fondamentale: ricostruire fisicamente una squadra che va troppo piano per poter essere competitiva ai massimi livelli. In cinque settimane, Pintus – sfruttando un calendario favorevole – rifà la preparazione al Real Madrid e lo fa decollare.

Messe a posto le gambe, tocca alle teste. Dei giocatori, dei dirigenti, dei tifosi: tutte, perché l’unica testa che comanda è la sua. E mentre gestisce in modo sorprendentemente positivo ogni apparizione pubblica (il sorriso, quello sì, era davvero l’idea giusta…), crea un Real che fonde le caratteristiche storiche del club e le necessità della rosa: una squadra ordinata, compattissima nella convinzione di essere il meglio che ci sia e ora anche attorno a un comandante che tutti rispettano per storia e carisma. Una squadra magari non appariscente, ma tremendamente letale nello spingerti indietro e nel colpirti con folate irresistibili. Se i tuoi cavalli migliori sono Ronaldo e Bale, se a farli giostrare piazzi un triangolo di architetti travestiti da operai come Benzema, Modric e Kroos, se hai motorini laterali inesauribili come Carvajal e Marcelo e se puoi contare anche su un sostegno solido garantito dalla base Ramos-Pepe-Casemiro, tutto calza semplicemente (avverbio da sottolineare) alla perfezione. Lo si vede chiaramente il 2 Aprile, notte di un Clasico storico al Camp Nou: Zidane si presenta per la prima volta nella casa di un Barça che rivolge un grazie eterno al suo più grande mito e che per farlo vuole sentenziare una Liga considerata già vinta. Ma che invece viene messo in crisi dal primo grande Real Madrid marchiato Zizou, un Real che prima circuisce i baldanzosi catalani lasciando loro sì l’iniziativa ma pochissimo campo da sfruttare, poi li ribalta scatenando una forza reattiva incontrastabile. Un Real che ti aspetta con quel sorriso storto che promette scherzi cattivi e poi mantiene crudelmente la promessa.

Questo è il Real di Zinedine Zidane, e lo abbiamo rivisto anche nel primo derby di questa stagione, il 3-0 rifilato al Caderon in una serata che ricorderemo come centrale alla fine dell’attuale Liga, perché è stata quella in cui i Merengues hanno messo ko una concorrente tradizionalmente difficile da gestire e hanno scavato il primo (decisivo?) solco. O in quella di una fredda Barcellona di inizio Dicembre, che ha provato a riscaldarsi con il ritorno del sole manchego ma che il Real ha tenuto al buio, eclissandola con la testa del suo capitano.

Sempre allo stesso modo: ordine, sfruttamento delle proprie caratteristiche migliori e soprattutto una fortissima autostima. Tre concetti che formano il sistema-Zidane, un sistema che permette di superare le assenze – visto che negli ultimi mesi sono mancati a turno Benzema, Bale, Kroos, Modric, Casemiro, Pepe, Ramos, Marcelo, Morata &co. e il Real non perde comunque una partita ufficiale dal 6 Aprile – perché esalta chi entra a farne parte, con il risultato che ha portato ad essere figure di grande valore anche insospettabili come Casemiro, Isco, Lucas Vazquez e persino Mateo Kovacic. Particolarmente impressionante è la gestione che Zizou ha fatto del triangolo di centrocampo: Casemiro vertice basso con Modric e Kroos intermedi è stata e sarebbe sempre la base su cui far poggiare tutto il gioco del Real, il problema è che in questa stagione i tre hanno giocato insieme solo 146 minuti su 2070, il 7%. E la mossa del tecnico è stata quella di ruotare il triangolo, di spostare il vertice in alto e di mettere lì Isco, visibilmente un grande personaggio in (disperata) cerca di autore. E di affidare la base ai due croati, un Modric ormai stabilizzato nella cerchia dei centrocampisti più completi, e di conseguenza più grandi, del mondo e un Kovacic che finalmente ha trovato la sua, positiva dimensione. Questa è solo una fotografia di come Zidane abbia creato una squadra compattissima, organizzatissima e di conseguenza fortissima. I numeri poi incoronano la dimensione del gruppo, visto che quest’anno il Real Madrid ha già utilizzato tutti e ventiquattro i giocatori della prima squadra (compreso il terzo portiere), ha fatto anche debuttare tre ragazzi del Castilla e ha mandato in rete diciannove giocatori diversi, con diciotto differenti assistmen.

In mezzo a tutta questa evoluzione c’è stata Milano. Ma quella è un’altra cosa. La Undécima, la Champions League vinta da Zizou meno di cinque mesi dopo il suo debutto, non è stata tanto il frutto della mano tecnica dell’allenatore, quanto una questione di status. Lì, più che i piani tattici e il lavoro atletico svolto dal copro tecnico, si è visto quanto la grandezza della figura calcistica di Zinedine Zidane abbia fatto presa su di un gruppo passato dal canzonare Rafa Benitez (che nello spogliatoio del Bernabeu veniva chiamato “El Diez”, il numero dieci, per la pretesa che aveva di insegnare la tecnica calcistica ad alcuni dei migliori giocatori del mondo senza poter presentare un adeguato curriculum da calciatore) a ritrovarsi di fronte quello che per tutti era stato un idolo, uno le cui parole non suscitano più una dispregiativa ironia, bensì una magnetica ammirazione. E poi, se vinci una Champions ai rigori, in un derby contro la tua nemesi arrivata all’appuntamento all’apice del proprio ciclo, vuol dire che anche fortuna e destino sono dalla tua parte.

L’ORIZZONTE

Infatti, adesso Zizou regna. Si è ripreso un trono che era già stato suo e ha riportato al Real Madrid i simboli della sua storia: la Champions League e l’aura di imbattibilità, sancita scrivendo il nuovo record di risultati utili consecutivi che resisteva dai 34 di Leo Beenhakker nella stagione 1988/1989. Chiaramente non è finita qui, perché il 2016 di Zidane ha ancora un grandissimo obiettivo, quello di un Mondiale che chiuderebbe già un primo cerchio perfetto. Eh, il Mondiale…ve la ricordate l’ultima immagine di Zidane giocatore? Espulso, finito, mentre esce di scena passando di fianco a una coppa che non può più essere sua? Dieci anni dopo, Zidane è tornato. Da una testata alla testa del calcio mondiale, con una sua tipica ruleta abbacinante, non più frutto del genio dei piedi ma di quello dell’intelletto.

E se Zidane ha imparato anche a usare la testa nel modo giusto, allora l’orizzonte può essere davvero sconfinato.

 

La Liga su Fox Sports, i prossimi appuntamenti:

  • 10 dicembre 2016 – Osasuna-Barcelona ore 13
  • 10 dicembre 2016 – Real Madrid-Deportivo ore 20.45