domenica, Gennaio 23, 2022

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Juan Román Riquelme, l’idolo introverso della Bombonera

“Non giocherò più a calcio”. Ce l’ha detto così, il 25 gennaio del 2015, in un’intervista televisiva. El Mudo Juan Román Riquelme di parole non ne ha lasciate molte, ma son sempre state molto chiare. Così come il linguaggio che ha usato sul prato e col pallone. Tanto netto quanto divisivo. Strano, o forse no, che l’ultima grande incarnazione del concetto squisitamente argentino – e per questo sempre da tenere in considerazione quando si parla di calcio – di enganche (gancio, in questo caso fra i reparti di centrocampo e attacco) sia anche stata una delle figure che ha diviso di più. E non è solo una questione Boca-River, qui si parla di massimi sistemi del pallone. Si parla del giocatore che è stato il più iconico dei “10” nel momento storico in cui si è praticamente estinto il ruolo del “10”. Uno di quei personaggi che, pur essendo fuori dal tempo comune, lo segnano: un grande lirico in un’epoca ultrapop, un introverso principe dell’individualismo ritrovatosi ad essere icona nel mondo della condivisione di massa. Non però un lupo solitario: Riquelme non si è mai posto fuori dal sistema, altrimenti non sarebbe stato uno dei giocatori più influenti del calcio argentino degli ultimi vent’anni. Piuttosto, ha tentato di plasmarlo attraverso i suoi codici. Codici molto strani, fatti di parole secche, rare e mirate fuori dal campo, e di arabeschi, costruzioni e pennellate soavi dentro: uno così, divide per forza. A proposito di cose strane, lo è anche il fatto che l’uomo che ha presentato al calcio il diciottenne Juan Román Riquelme, il 10 novembre del 1996 alla Bombonera in un Boca-Union de Santa Fé, sia stato Carlos Salvador Bilardo, simbolo della versione “risultatista” della filosofia calcistica moderna argentina: il Bilardismo, contrapposto al Menottismo più improntato all’estetica e alla restaurazione della “Nuestra”, il vecchio e meraviglioso modo di giocare degli argentini. Fra Bilardo e Menotti fanno un mondiale a testa e un conto sostanzialmente pari, per questo ancora oggi siamo prossimi al 50-50 a livello di adepti nell’opinione pubblica argentina.

Juan Román Riquelme, introverso principe dell’individualismo

Riquelme viene dal vivaio dell’Argentinos Juniors, e lì ha anche finito la sua carriera appena dopo aver riportato il “Bicho” in Primera: non poteva più continuare, semplicemente perché se fosse rimasto un altro anno avrebbe dovuto affrontare da avversario il Boca Juniors. E lui lo ha detto chiaramente: “ho un sentimento speciale per il Boca, quella è casa mia e non potrei mai giocarci contro”. Più che una casa, un tempio. Perché alla Bombonera nessuno è idolo tanto quanto Román. Nemmeno D10S: quando – ai tempi in cui Maradona era il CT dell’Argentina – Diego e Riquelme entrarono in rotta di collisione. E il popolo boquense si schierò all’unanimità dalla parte del Mudo. Una dimostrazione impressionante.

La storia di Riquelme al Boca è formalmente divisa in tre cicli, ma in realtà sono due. Il primo, ha coinciso con un periodo irripetibile per il club e inarrivabile per la maggioranza delle società del mondo. Quello del grande Boca Juniors di Carlos Bianchi. Riquelme ha detto: “Sono stato fortunato, io ho giocato nella squadra migliore della storia del club”. Chiedendo anche scusa a tutti quelli che hanno vinto in oltre un secolo di storia xeneise, ma la sua affermazione è indiscutibile. La squadra di Palermo, di Guillermo Barros Schelotto, della coppia centrale Samuel-Bermudez, del portiere Cordoba e del mediano Diego Cagna. Una squadra che ha dominato totalmente il cambio di millennio nel calcio sudamericano: in patria ha vinto sempre, infilando una striscia di quaranta partite senza sconfitte e stabilendo primati in ogni settore statistico. In campo internazionale, si è preso consecutivamente le Libertadores del 2000 e del 2001.

In mezzo, ha anche conquistato il mondo con l’indimenticabile successo nella Coppa Intercontinentale del 2000, vinta il 12 novembre a Tokio contro il Real Madrid di Del Bosque. Quella è stata probabilmente la prestazione più emblematica del primo Riquelme azul y oro. Lì Riquelme, a ventidue anni e in procinto di conquistare il quinto dei suoi undici titoli boquensi, ha regalato un’esibizione di se stesso totale, per di più di fronte a Figo, Raul, Guti, Casillas, Hierro e Roberto Carlos fra gli altri: strabiliante l’assist per il 2-0 di Palermo, una pennellata che testimonia la qualità, la sensibilità e l’orizzonte del suo piede; magistrale soprattutto la gestione della partita, a dimostrare che lui è soprattutto un catalizzatore di gioco. Uno che gestisce la contesa attraverso il pallone, difendendolo con quella tipica postura che lo caratterizzerà sempre e smistandolo a totale piacimento. Un unicum.

L’arrivo in Europa

L’Intercontinentale dell’anno successivo non la gioca, perché nel frattempo è sbarcato in Europa: ci rimarrà cinque anni, fra Barcellona e Villarreal. Al Camp Nou arriva per prendersi il trono ma finisce per non combinare nulla, colpa della chiara incompatibilità con il calcio di Van Gaal. Al Madrigal, con Manuel Pellegrini, scrive invece la storia, sbagliando però il finale. Dopo aver portato per mano il club di una cittadina di provincia fra le quattro migliori d’Europa, è arrivato quel rigore calciato fra le braccia di Lehmann, costatogli una finale di Champions e la possibilità di consacrarsi anche al di qua dell’Oceano. A centimetri dalla gloria, cosa che gli è capitata anche in Nazionale.

Soprattutto nel 2007, l’anno forse più incredibile della sua carriera. Probabilmente il migliore. Lo inizia rompendo con l’Europa a metà stagione e, grazie all’intermediazione del sempre presente Mauricio Macri, tornando al Boca dove aspettavano il suo ritorno da cinque anni. L’accordo è per un prestito di sei mesi, giusto il tempo per vincere una Copa Libertadores che Román domina sotto tutti i punti di vista: tecnico, temperamentale e anche realizzativo. Guida il Boca come se avesse davvero un volante fra i piedi, segna anche una doppietta in finale contro il Gremio: Riquelme ha ventinove anni ed è al top assoluto della sua espressione, in ogni partita regala qualcosa di indimenticabile.

E infatti, il CT dell’Argentina Alfio Basile – suo spasimante dichiarato – gli dà le chiavi della spedizione albiceleste alla conquista della Copa America in Venezuela. Il Coco lo definiva, semplicemente, un “futbolista fundamental”. Attorno alla sua regia costruisce un’Argentina fortissima, con gente come Zanetti, Ayala, Mascherano, Veron, Cambiasso, Tevez e ovviamente Leo Messi. Un’Argentina che vola, incantata dal suo numero 10: Román segna due gol alla Colombia nel girone, due al Perù nei quarti e uno anche al Messico in semifinale. È il momento più alto della sua carriera, quello in cui si presenta al Pachencho Romero di Maracaibo per la finale col Brasile.

E lì, ancora, ci arriva solo vicino. Il Brasile segna a freddo con un gol fantascientifico di Julio Baptista, Riquelme prova ad inventarsi una magia per l’1-1 ma colpisce il palo e l’Argentina crolla schiacciata dalla pressione, perdendo 3-0. Non c’è niente da fare, il destino sembra dirgli che non può ambire a vincere nulla senza la maglia del Boca addosso. Anche se l’Oro olimpico di Pechino ha avuto la sua splendida griffe.

Il ritorno al Boca e l’addio al calcio

Al Boca rimane praticamente fino alla fine, regalando un altro ciclo d’oro con un paio di campionati storici, l’Apertura del 2008 vinto nell’inedito spareggio a tre con San Lorenzo e Tigre, e l’Apertura del 2011, conquistato dopo un imperioso testa a testa con il Racing del Cholo Simeone, anche se in quel semestre Riquelme gioca poco a causa degli infortuni. Nel mezzo anche giocate rimaste nella storia del calcio come il famoso caño ai danni Mario Yepes nel Superclasico contro il River. Adesso, il mondo Boca e in generale tutto quello del calcio aspettano di capire cosa può fare Riquelme dopo che ha deciso di non giocare mai più. Di sicuro non l’allenatore, perché come ha avuto modo di dire “Non mi trovo con i calciatori di oggi, non ho molto in comune. Non capisco niente di social, internet…”.

In effetti, Riquelme in panchina è molto difficile da immaginare. Magari da presidente, quello sì…Sicuramente, nonostante ormai da quasi due anni sia uscito definitivamente dal campo, rimane sempre tatuata nelle cornee la sua immagine. La sua postura altera e le sue linee liriche, quel modo di far frenare il pallone a metà del passaggio e quelle punizioni dolcissimamente letali. Il requiem del “numero 10” è giusto che lo abbia suonato lui.

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