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fonte foto: sito ufficiale Valencia

Prandelli dimissioni Valencia – Le recenti dimissioni sono solo la punta dell’iceberg per l’anima di un allenatore che sembra esser rimasto in Brasile due anni fa.

La notizia delle dimissioni a sorpresa di Cesare Prandelli da tecnico del Valencia è di quelle che fanno rumore, molto più di un botto inesploso o preparato ad arte illegalmente, perché coinvolge quello che fino a non più di due anni fa era considerato tra i migliori allenatori del panorama nazionale, massima espressione della gloriosa scuola italiana, vero e proprio modello da seguire per tutti coloro i quali avessero intenzione di aprire un ciclo vincente, esattamente ciò che era riuscito all’ex coach di Parma e Fiorentina nel corso del quadriennio alla guida della Nazionale, conclusosi mestamente il 24 giugno 2014 a Natal con l’eliminazione degli azzurri per mano dell’Uruguay del Maestro Tabarez.

Cesare Prandelli, Ex CT Italia - Fonte Italia Twitter account ufficiale
Cesare Prandelli è stato ct della Nazionale dal 2010 al 2014 – Fonte Italia Twitter account ufficiale

Capro espiatorio

L’apertura agli oriundi, la creazione del famoso “codice etico”, la svolta messa in atto per restituire la Nazionale agli appassionati di calcio italiani, i risultati conquistati sul campo. La vita dà e toglie, il calcio non dimentica. Sì, perché e due anni e mezzo di distanza dal disastro del mondiale brasiliano, nessuno è disposto a dimenticare quanto accaduto nel corso di quei giorni trascorsi (forse troppo allegramente) nel ritiro di Mangaratiba, né a giustificare il fallimento di una spedizione che alla vigilia veniva indicata dagli addetti ai lavori come una delle possibili protagoniste del torneo. Un’apertura di credito giustificata dal percorso che aveva accompagnato le fasi di avvicinamento all’appuntamento con la storia: dopo la sconfitta all’esordio nell’amichevole di Londra con la Costa D’Avorio, la Nazionale azzurra aveva ottenuto la qualificazione agli Europei 2012 conseguendo 22 punti in 8 gare disputate (record di precocità nella qualificazione a un campionato europeo), e stabilendo il nuovo primato di imbattibilità (644’) nel girone di qualificazione, venendo sconfitta nella finalissima dalla Spagna campione del mondo in carica. L’ottima Confederation Cup dell’estate successiva, persa ai calci di rigore sempre contro le Furie Rosse di Del Bosque, aveva confermato l’ottimo trend, con Prandelli che a fine 2012 si era classificato al secondo posto come miglior commissario tecnico secondo la classifica IFFHS alle spalle del santone spagnolo. 23 vittorie, 22 pareggi, 13 sconfitte (soltanto 4 in gare ufficiali), il bilancio di tutto rispetto raccolto nel corso delle 56 panchine complessive. Numeri e statistiche dissoltisi improvvisamente nella memoria di quanti l’avevano sostenuto e adesso sembrano accogliere positivamente l’ennesimo naufragio sportivo, consumatosi all’interno di un contesto complicato, reso ancora più indecifrabile da alcuna dinamiche societarie che hanno reso evidentemente difficile il lavoro quotidiano che Prandelli e il suo staff erano stati chiamati a svolgere nel tentativo di restituire il sorriso all’esigente pubblico del Mestalla.

Sedotto e abbandonato

Additato, assieme a Mario Balotelli, come la principale causa del fallimento mondiale, Prandelli è entrato in una sorta di crisi mistica che l’ha portato a compiere scelte affrettate, rivelatesi successivamente sbagliate e che ora rischiano di porre fine alla carriera di quello che resta tra i più validi e preparati tecnici di casa nostra. Poche settimane dopo le irrevocabili dimissioni in diretta tv da ct azzurro, che all’epoca non trovarono d’accordo la federazione già rimasta orfana del presidente Abete, ecco l’accordo con il Galatasaray del discusso presidente Aysal, l’uomo che l’aveva convinto a rimettersi immediatamente in gioco. “Al mio arrivo mi ha parlato di rinforzi del calibro di Pato, Ibarbo, Doria, Balanta, Marcelo e Douglas, abbiamo cominciato a trattare giocatori come Campbell e Song. Volevo almeno due di questi rinforzi, ma venti giorni dopo la mia firma mi hanno detto che non c’erano i soldi per queste operazioni di mercato”, disse all’epoca dell’esonero, arrivato dopo la pesante sconfitta in Champions League sul campo dell’Anderlecht. Una storia che ricorda molto quella vissuta nei 90 giorni da tecnico del Valencia, reduce dal triplice avvicendamento in panchina della scorsa stagione tra Nuno Espirito Santo, Gary Neville e Paco Ayestaran. L’avvento del miliardario cinese Peter Lim, interessato in passato anche al Milan, sembrava poter rappresentare la svolta dopo alcune stagioni al di sotto delle attese ma, a conti fatti, ha finito per trasformare il Valencia in una polveriera nella quale ogni componente sembra andare in  una direzione tralasciando il bene comune della squadra. Prandelli aveva capito che gli attesi rinforzi nel mercato di gennaio ormai alle porte non sarebbero arrivati e ha preferito uscire di scena, rinunciando a diversi milioni di euro pur di salvaguardare la sua integrità morale e professionale. Una sorta di maledizione, un vicolo cieco senza fine, una punizione eccessiva. Oggi più che mai, riannodare le fila ed essere credibile, appare sempre più difficile per un professionista esemplare, nuovamente sedotto e abbandonato.