mercoledì, Gennaio 26, 2022

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Giovanni Simeone, non chiamatelo “figlio di”

Simeone Chiesa figli – La stagione 2016/2017 continua all’insegna dei figli d’arte, che stanno dimostrando di non essere solo “figli di”

È uso comune dire che nell’Italia di oggi a comandare sono i “figli di”, termine dispregiativo per intendere figli messi al loro posto dai padri nonostante non spicchino per capacità. Da questo punto di vista il calcio può dimostrarsi estremamente meritocratico: puoi avere una chance in più o in meno, ma saranno sempre le tue capacità a dimostrare se e quanto vali, in barba alle raccomandazioni. Si è parlato molto del giovanissimo Federico Chiesa, classe 1997 della Fiorentina che si è fatto largo fra i grandi a spallate. Paulo Sousa ha creduto nelle potenzialità del figlio di Enrico, bomber viola, ed è stato ampiamente ripagato a suon di gol e prestazioni. Nel calcio essere “figlio di” può aiutarti ad entrare in una scuola calcio migliore, a fare un percorso di crescita in una squadra primavera più forte, ma una volta giunto fra i grandi i pregi ed i difetti verranno messi a nudo, analizzati sotto la lente del confronto con le gesta del predecessore.

All’ombra della Lanterna, sponda rossoblu, in una delle terre più floride per i bomber argentini, sta brillando la stella di Giovanni Simeone, il cholito. Per struttura fisica, tenuta mentale e doti tecniche il giovane Simeone è ciò che più si avvicina alla definizione di attaccante moderno. Un metro e ottanta, spalle da rugbista e buona accelerazione nelle brevi distanze, buon colpo di testa e soprattutto la grande capacità di essere sempre mentalmente all’interno della partita. L’attitudine mentale e la capacità di rimanere sempre sul pezzo sono qualità che puoi maturare più facilmente se sin da quando hai coscienza di te stesso vedi quotidianamente Diego Simeone al lavoro, ma mettere poi gli insegnamenti in pratica, soprattutto se hai avuto una vita agiata in grado di cullare e addormentare la fame, richiede molta consapevolezza di se stessi e di dove si vuole arrivare. Cresciuto nelle giovanili del River Plate, ha mosso i primi passi calcistici fra la prima squadra dei Millionarios ed il Banfield. 61 presenze e 14 gol in tre anni, bene ma non benissimo per un classe 1995.Un bel viaggio nella spedizione argentina nelle Olimpiadi di Rio ed il biglietto per l’Europa. “Gli voglio molto bene, ma tra di noi di calcio ne parliamo poco. Ha fame, ha voglia e sa ascoltare, lavora molto per la propria squadra”, queste le parole di papà Diego dopo il primo gol di Giovanni in Serie A. Da quel momento ne è passata di acqua sotto i ponti: era il 29 settembre e nel giro di quattro mesi il cholito ha messo a segno altre nove reti, centrando la doppia cifra nella sua prima stagione europea. Una doppietta alla Juventus e una alla Fiorentina, ma soprattutto molti ripiegamenti, tantissimo pressing, giocate per la squadra e posizionamenti da opportunista. Facendo una proiezione di qui a fine stagione Giovanni Simeone chiuderebbe la sua prima campagna d’Italia a quota 18 gol, più di quelli messi a segno nei suoi primi tre anni da professionista in Argentina.

Un’infelice parentesi nelle capigliature di Giovanni Simeone

La gradinata nord dello stadio Luigi Ferraris in Marassi sa bene come si culla un attaccante argentino. Da Hernan Crespo a Rodrigo Palacio sino ad arrivare, in tempi recenti, a Diego Perotti. Negli occhi nostalgici dei tifosi del Grifone scorrono ancora le immagini delle prodezze del Principe di Bernal, quel Milito che dal mare della Liguria è arrivato a danzare nella finale di Coppa dei Campioni a Madrid. A tifare per lui, c’è da scommetterlo, il suo popolo d’adozione, la sua casa europea lontana da Avellaneda. Pochi posti sono migliori di Genova per far crescere un ragazzo argentino dalla mentalità europea la cui grande missione è quella di far ricordare Diego Simeone come “padre di”.

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