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Stefan Schwoch

Nove, come il numero stampato sulla maglia. Nove, come le reti che consentono a Stefan Schwoch di sedere da solo sul trono dei capo-cannonieri di serie B. Nove, appunto, come i gol che lo separano da Daniele Cacia, attaccante dell’Ascoli, partito quest’anno con la volontà di realizzare il sorpasso. Centotrentacinque contro centoventisei, epoche diverse e storie da raccontare, come quella dell’attaccante altoatesino che a quarantasette anni non si è ancora allontanato dal calcio. Si lascia ancora trasportare dalla passione, la stessa che gli ha consentito di segnare gol a grappoli e di farsi amare ovunque, da Vicenza a Napoli, da Torino a Venezia. Racconti d’amore, imprese che restano, così come le etichette, le stesse che lo hanno imprigionato nell’icona dell’attaccante di categoria, quello bravo solamente tra i cadetti. Oggi, ad anni di distanza, Schwoch ci scherza su. Non ci sono rimpianti, c’è anzi la consapevolezza di aver portato a termine una grande carriera.

L’ultima sfida la giochi da spettatore interessato: Cacia è lì, sei pronto a cedergli il posto?

“Sai, lasciare lo scettro non è mai piacevole, sono onesto. È un record che dura da tanto tempo ma prima o poi cadrà, è scritto nelle regole. Certo, più sei avanti con gli anni e più diventa difficile segnare, dunque non è detto che Cacia riesca a superami (ride, ndr)”.

Schwoch, attaccante di categoria: un pregiudizio che ti ha fatto soffrire?

“Sono sempre stato dell’idea che un attaccante bravo riesce a segnare ovunque. A Venezia, nei pochi mesi in cui ho avuto l’opportunità di giocare in serie A, ho realizzato due gol, prima di essere ceduto, con la squadra ultima in classifica. Il mio compagno di reparto, quel Pippo Maniero che inserisco tra gli attaccanti italiani più forti di quel periodo, ne aveva segnato appena uno. Poi arrivò Recoba e quella squadra riuscì clamorosamente a salvarsi. Lo sottolineo perché l’attaccante da solo non riesce a risolvere nulla, ha sempre bisogno del contributo e dell’aiuto della squadra per esprimersi al meglio”.

Un anno e mezzo a Napoli, un’esperienza che ti porti ancora dentro…

“Sentivo quella maglia addosso, sulla pelle. A Napoli ho vissuto sensazioni inimmaginabili, sono stato da Dio. Un ricordo bellissimo anche se breve. Arrivò Corbelli al posto di Ferlaino e decise di cedermi al Torino per circa undici miliardi. Ci rimasi male, credevo di potermi finalmente giocare le mie carte in serie A ma non andò così. Con Zeman mi sarei trovato bene per il tipo di calcio che proponeva ma la società fece altre scelte. Certo, rinunciare a cifre importanti per un calciatore già avanti con gli anni non era semplice e poi non sono mai rimasto in un club che non mi voleva più perché da calciatore avevo sempre bisogno di sentire la stima dell’ambiente che mi circondava”.

Sei contento di ciò che hai realizzato nel calcio?

“Assolutamente sì, rimpianti non ce ne sono, in serie B mi sono sentito molto a mio agio, ho vinto diversi campionati, ho trovato sulla mia strada allenatori fantastici che mi hanno migliorato molto, come Novellino – a cui resto legatissimo – e Mandorlini . Sono contento di ciò che ho fatto perché ho sempre visto il riconoscimento e l’apprezzamento del pubblico. Tanto mi è bastato per essere felice”.

Tanti gol e tante botte ricevute: come si comportavano i difensori di serie B?

“Eh, ne ho prese un bel po’. Mi ricordo in modo particolare Diego Lopez, l’attuale allenatore del Palermo. Ce ne davamo di santa ragione, era uno molto fisico e molto tosto in campo, difficile da superare. Ma tutto fa parte del gioco. I difensori più forti li ho affrontati in serie A, da Maldini a Cannavaro fino a Thuram. Lì era davvero difficile vedere il pallone”.

A quarantasette anni suonati, Schwoch gioca ancora: non ti arrendi proprio mai?

“Do una mano agli amici napoletani della Planet, una squadra del campionato intersociale. Ci provo ma ho dolori ovunque (ride, ndr). Sai, è difficile rinunciare alle passioni. Ho provato a restare nel mondo del calcio da direttore sportivo ma ho preferito rinunciare. È decisamente meglio scendere in campo e giocare, nonostante il dolore”.