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Baggio Inter

Lettera a Roberto Baggio, passione senza fine

Era un pomeriggio di maggio , il 16 maggio 2004, e in cuor mio sapevo che non avrei più rivisto in campo lui, il mio campione, il mio idolo, il mio acquisto fisso al fantacalcio, l’espressione massima del calcio nella sua creatività, nella sua capacità di sorprenderti e nella sua sfortunata fragilità. Uno stadio intero gli rese onore e milioni di persone lo fecero davanti alla tv, una standing ovation che ha attraversato l’Italia. Perché Roberto Baggio era così, unico sul campo da gioco, in grado di unire ogni tipo di tifoseria, di abbattere le rivalità e di strappare applausi anche ai nemici.  E’ stato e forse sarà il calciatore più amato nella storia del calcio, un po’ per il suo essere imprevedibile, un po’ per l’estemporaneità dei suoi colpi, un po’ per il suo essere così “umano”, nella fortuna e nella sfortuna, nelle discese ardite e nelle risalite piene di ostacoli.

Innamorarsi di Roberto Baggio

Mi innamorai di Baggio nei mondiali del 1990, avevo all’incirca 5 anni e poco potevo comprendere del calcio. Guardavo quelle partite più per l’importanza della manifestazione che per una vera e propria passione, ma io quella discesa palla al piede da centrocampo la ricordo come se fosse oggi. Una cavalcata leggiadra, gli avversari saltati come birilli ed un campo che sembrava sempre più piccolo ad ogni suo movimento. Io che fino a quel momento avevo vissuto solo il campo chilometrico di Holly e Benji. In quel momento l’immagine di quel dribbling infinito, senza tempo, diventò perenne nella mia mente. E poi l’apoteosi, il gol, l’esultanza, la gioia, la gloria.  Ero a casa insieme ai miei genitori in una calda estate italiana, ma nonostante la tenera età, quel momento lo ricordo ancora, ed è ancora vivo dentro di me. I miei occhi guardavano qualcosa di magico. Un artista, qualcosa di impossibile tramutato in realtà, un singolo uomo capace di attraversare tutto il campo e di segnare. Il calcio prima di quell’istante era solo una palla da spingere in porta, poi dal quel giorno divenne lo specchio di una società, un modo di comunicare, una metafora della vita, un sentimento puro, una passione inesauribile.

Da Maradona a Baggio

Da quel momento sapevo che accanto a Diego Maradona, la divinità mitologica che portava la mia squadra del cuore in trionfo, c’era un altro ragazzo, un campione, un calciatore che riusciva ad entusiasmarmi e a farmi amare una semplice partita. Era lui, era Roberto Baggio e da allora con il pensiero l’ho accompagnato in tutta la sua imprevedibile, beffarda, gloriosa e ineguagliabile carriera. Abbiamo attraversato insieme la vittoria del Pallone d’oro, i trionfi con la Juventus (sì, lui riusciva a farmi sopportare anche l’odiata Juventus) i mondiali negli States. In quel mese va in scena un’autentica opera teatrale, una tragedia moderna con protagonista l’antieroe per eccellenza. La crisi, la rinascita e la maledizione che torna a bussare. Non più operazioni e punti di sutura. Questa volta la beffa è ancora più atroce. Questa volta ha le sembianze di un pallone, di un dischetto e di un tiro alle stelle. Eppure fino a quel momento, non aveva mai fallito. Dopo gli Stati Uniti, l’anima di Roberto Baggio risplende e annulla il concetto di campione legato ai trofei. Diventa unico nel suo genere. Arrivano lo scudetto nel Milan con il ruolo da comprimario, la rinascita sportiva di Bologna, la staffetta con Del Piero in Francia e l’ultimo tentativo da trascinatore di una big. La coppia Ronaldo-Baggio nell’Inter di Moratti resta il più grande rimpianto negli ultimi 20 anni del calcio italiano. A Milano si ripercorre di nuovo la parabola costante della sua carriera. Da eroe a campione dimenticato. Sempre costretto a scalare posti e gerarchie con umiltà, questa volta con la beffa finale dell’abbandono. L’addio in grande stile con la maglia neroazzurra è la massima espressione di come un talento possa decidere le sorti di una squadra.

Ma il calcio divora tutto e tutti. L’acquisto esotico affascina troppo e Roberto Baggio è troppo ingombrante per una squadra che vuole lottare per lo scudetto. Arriva così la ricerca sconcertante, per uno come lui, di una squadra che gli permettesse di giocare ancora. Lì ci avevo sperato, ero fiducioso che un sogno coltivato per anni si potesse realizzare, il Napoli era a pochi passi ma non se ne fece nulla. Lo accolse Brescia, per me cambiò poco, non ero deluso, fece la scelta giusta. Furono annate esaltanti, le migliori vissute dalla società lombarda. La simbiosi con Mazzone, la coppia Pirlo-Baggio e la costruzione di un gruppo solido che ha dovuto affrontare il dramma di Vittorio Mero. Perché per Roberto Baggio, anche nelle migliori stagioni, la felicità è sempre stata fugace, come per ogni essere umano.

Baggio in ognuno di noi

Ma perché vedere giocare un calciatore può cambiarti la vita? Perché un unico essere può accomunare tante persone dando solo vita ad un pallone? Baggio è in ognuno di noi. Mille colori e una sola bandiera, quella della passione per il calcio. I suoi infortuni, la sua sfortuna, la sua voglia di vincere, di affermarsi. I trionfi e le cadute, le discese ardite e le risalite del maestro Mogol. La voglia di lottare, di rialzarsi, di vincere, di amare una maglia come quella italiana e cullare il sogno di essere decisivo in un Mondiale, il sogno di un bambino. Sentirsi importante, essere orgogliosi di ciò che si fa come potrebbe essere un impiegato nel proprio lavoro o uno studente ad un esame fondamentale. Tutto per una sola, singola notte di gloria. Baggio ha ispirato canzoni e poesie, ha ammaliato cultori ed esteti, tecnici e tattici, difensori ed attaccanti, compagni di squadra ed avversari. Non ha vinto tanto per le sue qualità, ma è il giocatore più umano che abbia mai calcato un campo da calcio. Umano nelle sue fragilità e nel suo istinto. Umano nella sua fantasia e nella sua umiltà.

“Immagino la vulcanica testa di Roberto Baggio nel bel mezzo di una partita, bombardato da sensazioni, idee sfruttate o no, finte che nascondono le vere intenzioni… tutto in un’eccitazione che racchiude il piacere, l’orgoglio, la vanità. Come si può pensare a tutto ciò in pochi secondi… Come può questo caos mentale terminare in una giocata armonica… È sempre stato così quando il talento ha incontrato la libertà. […] Un talento libero, delicato, preciso. Tutti corrono, mentre lui frena; tutti giocano a memoria, mentre lui crea; tutti sono stressati, mentre lui resta freddo. In un mondo di centrocampisti che non ragionano, Baggio è il simbolo del calcio che ci piace”. (J. Valdano)

“A vedere giocare Baggio ci si sente bambini. Baggio è l’impossibile che diventa possibile, una nevicata che scende giù da una porta aperta nel cielo”. (L.Dalla)