Il ritorno di Zeman, un’oasi di calcio spregiudicato ma felice

Il ritorno di Zeman, un’oasi di calcio spregiudicato ma felice

La prima di Zeman al Pescara si trasforma in trionfo

Poco più di un anno fa, in una grigia mattinata alle porte di Roma, proprio nelle vicinanze di quei laboratori antidoping dei quali Zdenek Zeman aveva menzionato l’importanza del lontano 1997, l’allora allenatore del Lugano aveva accettato l’idea di farsi intervistare dal sottoscritto. Complice uno stage di allenamento invernale della squadra svizzera contemporaneo ad un mio periodo di passaggio nella natale Napoli, non potevo lasciarmi sfuggire l’occasione di un incontro desiderato da tempo. E fu così che, seduti nel parco dell’hotel dove pernottava, il boemo ed io iniziammo una chiacchierata fluida e sensibile volta a carpire da vicino i segreti del suo calcio. Dopo la prima e, incredibilmente, ultima sigaretta, rimasi immediatamente rapito da una sua frase: “Io faccio calcio per la gente, non per me”. E, in effetti, è impossibile smentire quanto asserito dal tecnico che è di nuovo tornato a Pescara, per prendere le redini di una squadra ormai in B e mai vittoriosa. Perché ovunque lui sia andato, i tifosi hanno apprezzato e goduto il suo calcio, raramente vincente, ma sempre divertente.

Da Pescara a Pescara

Ritorno alla Roma a parte, con gli alti e i bassi che caratterizzarono la sua seconda tappa a Trigoria, l’ultima grande creatura di Zeman fu il Pescara che dominò il campionato di Serie B 2011-12 nel quale si mise in mostra il terzetto magico composto da Marco Verratti, Lorenzo Insigne e Ciro Immobile, che sono oggi imprescindibili per Paris Saint Germain, Napoli e Lazio e calcano ogni anno scenari internazionali sfigurando raramente.

Ed ecco che, senza colpo ferire, il boemo trasforma un Pescara abulico in una bestia affamata di gol, travolgendo il Genoa per 5 a 0 e facendo finalmente sentire alla gente l’ebbrezza di una vittoria in A, oltre a giustificare il prezzo del biglietto. Con la cinquina di ieri gli abruzzesi hanno raggiunto quota 17 gol in campionato, il che significa che nei 90 minuti dell’Adriatico hanno messo a segno quasi un terzo delle marcature realizzate finora.

Perché Zeman, che ha girato in lungo e in largo, ha sempre parlato la lingua del gol e dello spettacolo, incurante dei giudizi e dei trofei. Con 10 punti di distanza dalla zona salvezza, occupata dall’Empoli, restare in Serie A ha più le fattezze di un’utopia che di un sogno, eppure c’è da scommettere che il Pescara ci proverà comunque, fino a quando la matematica non lo condannerà.

Morire con le proprie idee

A comandare la riscossa sarà un allenatore in età da pensione ma ancora stimolato dal calcio, specie se quello della provincia meridionale, dove secondo lui la passione è più forte e le emozioni hanno un altro sapore. L’ideale del boemo, che ha cambiato i gradoni per altri metodi di allenamento, è sempre quello, cercare nel gioco prima l’estetica e poi la concretezza, un po’ come predicato da un certo Marcelo Bielsa, al quale due anni fa chiesi se il bene della gente fosse più importante dei titoli. La sua risposta, lunga e rilassata, fu affermativa. E non ho dubbi che anche Zeman avrebbe risposto così. Perché i maestri di calcio predicano il loro verbo incuranti del deserto che li circonda, creando oasi di calcio spregiudicato ma felice, dove l’acqua è limpida e mai contaminata. Fino a morire con le proprie idee.