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Sacchi Milan
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Il Milan di Sacchi-Berlusconi: storia dell’Allenatore e del suo Presidente.

Tutto inizia con l’insediamento di Berlusconi. Politica e calcio: il massimo comun divisore è “nulla lasciato al caso”. Ci deve essere un’attenta pianificazione che, alla fine, porti alla creazione di un prodotto spendibile. Berlusconi, appena insediatosi nell’organigramma rossonero, era già intenzionato a fare del Milan un’azienda. Per riuscirci, però, aveva bisogno di un alfiere che avesse fiducia nel suo stesso metodo, che idolatrasse l’organizzazione puntigliosa, che lavorasse fino allo sfinimento per cancellare eventuali elementi casuali e imprevedibili. È in questo contesto storico-culturale che nasce una creatura nuova, il Milan di Sacchi.

Le storie del potente di Arcore e dell’Omino di Fusignano sono profondamente intrecciate e procedono insieme fino all’epilogo, diverso per entrambi i protagonisti. Entrambi sono neofiti del gioco del pallone: il primo è un leader aziendale, il secondo un (molto bravo) venditore di scarpe. Entrambi sono ricchi. Entrambi desiderano smussare le asperità del Caso, disinnescare la miccia della Fortuna, che vaga rovinando piani ben congegnati. Ma qui c’è la prima, fondamentale differenza: Berlusconi cerca di eliminare la casualità anche nel fattore umano, con programmi specifici e un carisma che puote ciò che si vuole; Sacchi vuole imprigionare il casus solo sul campo da calcio, facendo rimanere le relazioni, la passione, insomma l’elemento umano, nella torbida confusione della casualità. Sono due scienziati, ma il Presidente già sapeva di dover sezionare e programmare se stesso; l’Allenatore sarà cannibalizzato dalle sue stesse nevrosi, dalla sua dedizione fanatica, dall’elemento umano che non ha voluto o potuto sradicare dalla sua natura. Il Presidente sarà lo scienziato-sperimentatore, l’Allenatore lo scienziato-cavia. Sacchi è un trentunenne romagnolo, divorato dalla noia di un’esistenza che gli concede tutto.

ARRIGO SACCHI, L’EMARGINATO

Ed è per questo che è annoiato: uno spirito inquieto come lui non è fatto per una vita tranquilla, la scintilla di irrequietezza deve essere incendiata e non sopita. Trova la valvola di sfogo nel calcio: poiché è un giocatore assai mediocre, decide di fare l’allenatore. Ma, agitato com’è da un fuoco interiore, viene “escluso” dall’ambiente calcistico, emarginato ed etichettato come “Matto”. Sacchi è uno che deve stare ai margini dell’ambiente che adora e che vorrebbe mutare radicalmente. È costretto a guardare mentre i passatisti violentano un calcio che ha bisogno di rinnovarsi, di rinascere.

E lui avrebbe ben più di qualche idea. Solo che è relegato nelle categorie inferiori dell’Emilia Romagna: Fusignano, Alfonsine, Bellaria. Non c’è nessuno che sia disposto a credere alla sua pazzia, a quella luce folle e che cerca solo fiducia per poter dimostrare il proprio valore. Si iscrive a Coverciano, allena il Cesena e, finalmente, il Parma. Nella sua mente uno zodiaco di schemi e geometrie inizia a prendere forma, emerge un’idea di fondo, quella di plasmare i giocatori per esaltare le caratteristiche individuali inglobandole in un solo organismo.

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Adriano Galliani, Silvio Berlusconi e Nils Liedholm nel 1986

LA SCINTILLA

Non una banale catena di montaggio in cui i calciatori-operai fanno un certo lavoro. La squadra ideale di Sacchi non è una macchina, assomiglia più a un banco di pesci che si muove fluido nell’oceano. È il binomio tra precisione scientifica ed essenza vitale: è Natura nel vero senso della parola. Il Parma di Sacchi elimina il Milan di Liedholm, appena comprato da Berlusconi. Sacchi è il nuovo, il Barone è un’anticaglia, simbolo di un calcio remoto.

Berlusconi rimane folgorato da Arrigo Sacchi. Il Presidente è animato da una frenesia pari a quella dell’Allenatore, ha il medesimo desiderio di rimodernizzazione, anzi rivoluzione: cambia solo l’ambito, da quello calcistico a quello politico. E dunque gli serve qualcuno che incarni i suoi valori: similia similibus solvuntur e il vecchio Barone è fatto da parte. Il tecnico romagnolo rivoluziona tutto: innanzitutto odia il catenaccio e spezza una tradizione che si consumava da decenni.

Il catenaccio è paziente attesa e ripartenza, un metodo che dipende dal guizzo dei singoli e, soprattutto, dagli avversari. Per eliminare il caso, il gioco deve essere sempre tra i piedi della propria squadra. Sacchi tiene a mente i modelli del Liverpool e del calcio totale olandese e li combina in una “eresia dinamica” (celeberrima definizione di Brera). Ha un’Idea e le dona corpo e vocabolario. Per fare ciò il labor limae deve essere maniacale.

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Arrigo Sacchi “catechizza” i giocatori del Milan

VIAGGIO ALL’INTERNO DEL MITO

Gli allenamenti devono essere funzionali al progetto calcistico dell’Allenatore, che si consuma subito in una personale quest della perfezione tecnico-tattica. La rivoluzione di Sacchi è prettamente chimica: la squadra non è più un solido, un minerale composto da vari pezzi; al contrario, diventa liquida, deve saper cambiare forma in base al contenitore, l’avversario. Per Arrigo il calcio si gioca senza palla, attraverso movimenti elastici, sincronizzati.

Assolutamente vietato azzardare lanci lunghi o dribbling, elementi che potrebbero far saltare la perfezione così cercata e curata durante la settimana. L’Allenatore è l’emblema del pensiero del suo Presidente: “Per vincere ci vuole la paranoia della vittoria”. E Sacchi la paranoia ce l’ha. Dorme poco e male, studia tutto, perseguita i giocatori (Van Basten gli darà del fanatico più volte), cerca di prevedere l’imprevedibile. Si sfianca in un esperimento riuscito nel breve periodo.

Porta la squadra e lui stesso, fisicamente e intellettualmente, a condizioni estreme. Vince, in Italia e soprattutto in Europa. Corona il sogno di imporre dovunque il proprio gioco, di giocare sempre all’attacco, sempre per vincere, per togliere ossigeno agli avversari, per tagliare loro le linee cerebrali. È estenuato dal suo stesso misticismo, il fanatismo folle gli toglie tutte le energie. E Sacchi si spegne definitivamente quando si spengono le luci a Marsiglia, nella finale di Coppa Campioni persa dal Milan nel 1993.

LA FINE DI UN’ERA

Psicologicamente distrutto, soffre anche di problemi di salute. Il più era stato fatto e il Presidente capisce che la sua cavia è moribonda. È pronto per sostituirlo con un prototipo più consolidato, un’Arma X, il calciatore-figura aziendale Fabio Capello: più robotico e senza l’ossessione umana di Arrigo. Berlusconi ne esce vincente, ha raggiunto il suo obiettivo, creare un gruppo che si identifichi e creda in lui.

È pronto per la sua discesa in politica, che infatti arriverà nel 1994. Per Sacchi l’epilogo sarà più amaro: CT della Nazionale, a dispetto del secondo posto ai Mondiali in USA, sembra logorato dai suoi fantasmi. Svuotato, tremante quasi, lascia il calcio e va in TV, proprio come il suo capo. Ma mentre l’uomo di Arcore vende se stesso e rispetta il suo programma con precisione scientifica, l’Omino di Fusignano si è consumato nel fuoco di un esperimento per tre anni da cavia, credendo di essere lo scienziato che dirigeva il laboratorio.

di Antonio Ferrara