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La storia di Christian “Chucho” Benitez, l’icona ecuadoriana che ha lasciato il suo testamento in campo

Gli ultimi minuti da calciatore di Christian “Chucho” Benitez riassumono bene quello che è stato come giocatore. Entra a venti dalla fine, col suo Al Jaish avanti di due gol. La passerella ideale per un nuovo acquisto, la situazione ideale per uno con le sue caratteristiche. Il primo pallone lo prende sulla fascia e rientra rendendo subito chiaro quanto sia più veloce degli spauriti difensori avversari. Quando rientra però non pensa neanche per un attimo al tiro e la scarica a un compagno. Nell’arco di un paio di minuti fa un tunnel a centrocampo e poi va via sulla fascia ma, ancora una volta, non affonda mai il colpo cercando sempre il compagno libero dall’altra parte. In quei venti minuti è lo stesso Chucho che va a prendersi la palla a centrocampo costruendosi da solo i presupposti per mettersi in mostra davanti al nuovo pubblico. Alla fine del match Chucho non ha mai tirato in porta. Non perché non sappia segnare (le cifre dimostrano il contrario), semplicemente fa quello che è più utile alla squadra. In quel momento, con la squadra sul due a zero, non c’è bisogno di un’altra segnatura. Quello che il pubblico vuole è vedere le abilità funamboliche del nuovo acquisto all’esordio. Quello che serve alla squadra è che si palesi qualcuno capace di accendere gli ultimi minuti di una partita senza più nulla da dire. Chucho Benitez fa sempre quello che serve alla squadra, fa sempre quello che fa felice il pubblico, anche se la cosa può metterlo in ombra.

Chucho Benitez era il prototipo di un attaccante che avrebbe incontrato maggior fortuna nel decennio precedente. Al suo debutto tra i professionisti, avvenuto nel 2004, Benitez ricordava quegli attaccanti veloci, dalla qualità tecnica ineccepibile, destinati sempre inevitabilmente a cercare più la giocata spettacolare che il gol decisivo. Quel tipo di attaccante era sicuramente più adatto al calcio edonista degli anni Novanta. Dall’alto del suo metro e settanta per settantadue chili, Benitez ha vissuto la sua carriera sempre in bilico tra i sostenitori, che ne rimarcavano la velocità e le qualità tecniche, ed i detrattori, il cui argomento principale era l’ insostenibile leggerezza del suo fisico. In campionati dove però la mancanza a livello fisico potevano passare più facilmente in secondo piano Benitez riusciva ad esprimersi, non solo nel ruolo che ci immagineremo per lui, quella della seconda punta tecnica ma un po’ fumosa, ma anche come principale terminale offensivo. Questo grazie ad una innata abilità nello sfruttare la sua velocità per concludere degnamente il contropiede o, nei casi in cui si trovava a fronteggiare una difesa schierata, sfruttare il tiro da fuori.

A testimoniare la vena realizzativa ci sono i 24 gol in 54 partite con la maglia dell’Ecuador, che ne fanno il terzo marcatore di sempre della Tri, pur con un numero di partite giocate sensibilmente più esiguo di chi lo precede nella classifica. In Messico era andato in doppia cifra ogni singolo anno. In mezzo aveva avuto una sfortunata parentesi al Birmingham City i cui motivi erano per certi versi intuibili. Al ritorno in Messico era riuscito nell’accoppiata Clausura-titolo di capocannoniere che lo aveva fatto diventare un idolo degli hinchas messicani ed un’icona del fùtbol nel suo Paese d’origine.

La storia del Chucho

La storia personale di Chucho risulta differente rispetto a quella di molti giocatori sudamericani. La retorica del ragazzo cresciuto con un pallone di fortuna per le strade non gli appartiene. Christian Benitez nasce a Quito, la capitale, il primo maggio 1986. In Ecuador lo sport nazionale non è il calcio. In realtà non c’è uno sport nazionale nel suo Paese. In Ecuador ogni regione ha uno sport con cui si identifica maggiormente. Pur non avendo una grande tradizione tennistica succede allora che quasi tutti i migliori tennisti si incontrino nella stessa piccola parte del Paese. Anche nel calcio questo fenomeno tende ad accadere. Il calcio si pratica soprattutto nella parte nord. I due Valencia sono nati a nord e da nord, dalla stessa città: Esmderaldas, vengono alcuni dei giocatori più rappresentativi della precedente generazione dorata del calcio ecuadoregno: i fratelli Tenorio e Ermen Benitez.

Quest’ultimo è il padre di Christian che, come detto, è nato e cresciuto nella capitale e sembra destinato ad altro. La figura paterna è abbastanza ingombrante: A cavallo tra gli anni 80 e 90 è diventato il giocatore ad avere segnato di più nel campionato ecuadoregno (record che ancora oggi gli appartiene). Christian poi ha un fisico differente dal padre, eccellente colpitore di testa.
Benitez figlio, durante la gioventù, non è il classico “nino del barrio”, che ha come unica opzione per divertirsi tirare calci a un pallone. Viene da una famiglia benestante, tanto da potersi permettere un Super Nintendo, che in quegli anni non era propriamente alla portata di tutti neanche in Europa.

Quando si giocava ancora nei campetti per strada chi scrive, che appartiene orgogliosamente all’ultima generazione ad essersi sbucciata le ginocchia sul cemento, a volte veniva retrocesso in porta. Quando la prestazione non era soddisfacente per i compagni neanche tra i pali, il sottoscritto veniva spedito direttamente a bordocampo con un compito: fare la telecronaca. Mentre io mi arrovellavo chiedendomi se i Caressa e i Tranquillo avessero iniziato in maniera simile, non sapevo che, alla mia età, prima di iniziare a calcare i campi in prima persona, Benitez si divertiva a fare il telecronista delle partite degli amici. A loro Benitez affibbiava i nomi dei suoi idoli: dalle leggende del posto, come Alex Aguinaga, si arrivava fino ai blasonati Batistuta e Crespo. Proprio i due argentini saranno i due giocatori a cui maggiormente dirà di essersi ispirato più avanti Benitez.

Il talento di quello che diventerà “El Chucho” è però tanto debordante da impedirgli di rinunciare a giocare. In poco tempo attira le attenzioni dei media che lo dipingono come l’ enfant prodige del calcio ecuadoriano. Le partite giocate nei tornei scolastici lo mettono ulteriormente sotto i riflettori. Si racconta, e come sempre in questi casi non si sa fino a che punto la verità non sia stata trasfigurata in leggenda, che la squadra di Benitez avesse l’abitudine di stracciare gli avversari con punteggi incredibili. Come se tutto questo non bastasse si dice che, un paio di volte, fosse stato lo stesso Benitez a segnare tutti i venti e più gol della sua squadra. Quello che è certo è che Benitez si notava immediatamente in campo anche per un altro motivo: era l’unico giocatore di colore della squadra della sua scuola. Questo perché era stato il primo alunno di colore nella storia del Colegio Spellman.

La scelta su dove iniziare una carriera cui non si poteva più sottrarre era abbastanza automatica. Nel 2004 a diciotto anni esordisce nel Nacional, la squadra dove aveva lasciato maggiormente il segno suo padre. In tre anni i gol segnati saranno venti. Il primo Benitez è ancora avvezzo a cercare la giocata ad ogni costo. Il suo marchio di fabbrica è la progressione in velocità con cui spesso e volentieri salta il portiere per poi arrivare a appoggiare il pallone nella porta vuota. Col Nacional gioca i primi due campionati nazionali ma è la Libertadores del 2006 che funge da vera vetrina internazionale per Benitez. Si parla del Barcellona spagnolo (da non confondere con la squadra omonima in Ecuador) e soprattutto del Manchester United, che si era già interessato all’altro grande talento del paese sudamericano: Antonio Valencia.

Il 2006 è anche l’anno dell’esordio e del primo gol con la maglia della nazionale. In un amichevole sentitissima contro i vicini del Perù Benitez apre le marcature con un tiro da fuori area che batte il malcapitato Forsyth, passato fugacemente per Bergamo senza lasciare tracce. E’ oggettivamente difficile quantificare quanto fosse fuori dall’area Benitez al momento del tiro per il semplice fatto che l’amichevole si giocava a East Rutheford, nel New Jersey, su un campo da football americano adattato frettolosamente per ospitare una partita di calcio. Curiosamente anche il secondo gol, che arriverà l’anno dopo, Benitez lo segnerà nello stesso stadio. Il terzo gol arriverà invece durante un’altra amichevole contro il Perù, questa volta però nella ben più affascinante cornice offerta da Barcellona. Nel periodo che passa tra il primo ed il secondo gol Benitez riesce a fare anche parte della spedizione ecuadoriana ai mondiali del 2006, Al mondiale tedesco Benitez non gioca. In quel momento però nessuno sembra preoccuparsene troppo: non esiste qualcuno che pensi che quel mondiale possa essere l’unico della sua carriera in tutto il paese.

Il ritorno in Messico, con la maglia del Santos Laguna, sembra essere una tappa intermedia. Giusto il tempo di diventare il quarto ecuadoregno a vincere il titolo messicano e richiamare ulteriormente le attenzioni dei club europei interessati, che in quel momento si chiamano Benfica e Celtic. Sorprendentemente alla fine la scelta del Chucho cade sul Birmingham City, squadra della seconda città d’Inghilterra per abitanti ma alle prese con la stagione del ritorno in Premier. Il Birmingham è una squadra operaia: a centrocampo sfoggia giocatori come il ruvido Scott Dann. Il leggero Benitez pare presto un pesce fuor d’acqua. I problemi iniziano già da subito. Il tre giugno Chucho firma il contratto ma non supera le visite mediche per un problema al ginocchio. I medici inglesi evidenziano il fatto che a Benitez manchi un legamento della gamba destra. La cosa curiosa è che mai nessun infortunio al ginocchio aveva afflitto il giovane attaccante. Conversando con suo padre Chucho scopre che la mancanza del legamento è una caratteristica ereditaria. Una stagione incolore con solo quattro reti segnate bastano però a convincere gli inglesi a non riscattarlo e a rispedirlo al Santos con la scusa del legamento fantasma. La mancanza del legamento non è ovviamente un problema per quelli del Santos che lo riaccolgono a braccia aperte e lo trasformano in una pedimerica di Città del Messicona fondamentale per la vittoria del campionato.

L’anno dopo Benitez passa all’ America di Città del Messico, la squadra più potente del paese politicamente ed anche economicamente, almeno fino alla recente ascesa del Tigres. Durante l’ultimo anno con l’America risulta chiaro quanto ormai il campionato messicano stia stretto al Chucho. Nel 2013 la coppia Benitez-Raul Jimenez fa impazzire i tifosi dell’America. Nelle semifinali del campionato si incontrano l’America e il Monterrey, i cui giocatori sono per tutti semplicemente “los Rayados”. L’andata è la classica partita sudamericana: las Aguilas si lasciano trascinare da Benitez che con la sua velocità fa il bello e il cattivo tempo. Segna e fa segnare. Solo nel finale arriva il 2 a 2 di De Nigris a rovinare la festa, almeno parzialmente. L’America infatti parte comunque con un vantaggio in vista del ritorno. In caso di parità anche nella seconda partita il titolo andrebbe infatti comunque all’America, capace di posizionarsi più in alto degli avversari nella classifica della stagione regolare.

Il match di ritorno stavolta all’Azteca, casa dell’America, è molto più fisico. I protagonisti annunciati sono gli attaccanti: alla coppia Chucho-Jimenez risponde il tandem formato da De Nigris e Humberto Suazo dall’altra parte. Il pareggio dei Rayados fa passare un brivido sulla schiena di tutti, in primis di Miguel “El Pijojo” (il pidocchio) Herrera, allenatore delle aquile, già eliminato due volte in semifinale. A scacciare le paure ci pensa però il solito Benitez che con il due a uno porta i suoi in finale.

Un testamento calcistico

Benitez dopo il gol corre verso la bandierina, si mette sui cartelloni pubblicitari e mulina le braccia, come se fossero ali e lui fosse un’aquila destinata a volare. Sarà l’ultimo gol su azione della carriera del Chucho. In finale, contro “La Maquina”, come viene chiamata la squadra del Cruz Azul, si limiterà a segnare il suo rigore dopo 120 minuti in cui si era sacrificato per la squadra. Basterà per portare a casa il titolo. Questa stagione sarà l’ultima di Benitez e coincide con l’apice della sua carriera sportiva. E’ il giocatore che ogni allenatore vorrebbe avere: se alla squadra serve che lui si sacrifichi lui lo fa. Se alla squadra serve che lui segni un rigore lui si prende le sue responsabilità e segna il rigore. Dopo poche settimane lascia da idolo il campo dell’Azteca. Il ventotto luglio gioca i suoi primi e ultimi venti minuti con la maglia della squadra quatariota che lo ha acquistato e che lui ha scelto sorprendendo tutti. Quei venti minuti rappresenteranno quasi, col senno di poi, un testamento calcistico. Morirà il giorno dopo, quando una malformazione al cuore lo porterà via.

Quando era bambino Benitez faceva sempre il solito scherzo agli amichetti. Si metteva a piangere da solo, di punto in bianco, finché il suo pianto non contagiava anche i vicini. Quando vedeva quelli intorno a lui preoccupati o anche loro in lacrime, scoppiava in una sonora risata. Il giorno della sua scomparsa una intera nazione ha pianto ma stavolta Chucho non è riapparso ridendo, stavolta non era uno scherzo.

Nel 2016 si gioca la Copa America Centenario. Agli ottavi c’è il match tra i padroni di casa degli Stati Uniti e la Tricolor ecuatoriana. Antonio Valencia scopre il tatuaggio sul braccio e lo mostra ai media statunitensi: ha tatuato il viso del Chucho. “Noi giochiamo per lui”, sentenzia. La Tri uscirà sconfitta ma Chucho, a tre anni dalla scomparsa non è morto davvero se è vero, come dice qualcuno, che muore solo chi viene dimenticato.

di MANUEL SANTANGELO