mercoledì, Gennaio 19, 2022

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Ciro Ferrara, il Guardiola incompreso

Alzare al cielo la coppa del mondo è privilegio per pochi, farlo alla primissima esperienza in panchina è da record. E’ iniziata così la seconda carriera di Ciro Ferrara, collaboratore tecnico di Marcello Lippi ai mondiali del 2006. Segno del destino, ancora una volta benevolo per un uomo che da calciatore aveva già vinto tutto, prima a Napoli e poi a Torino. La buona stella, quella che accompagna i campioni, anche durante il delicato passaggio dal campo alla panchina. Sembrava tutto scritto, prima la nazionale e poi la corsa al capezzale della “nuova” Juventus, vecchio amore mai sopito. La bandiera che torna, con tutta quella serie di buoni propositi e di retorica tipica dell’universo calcistico; i valori, l’identità, la maglia da onorare, la storia e tutto il resto. E comincia bene (come al solito), subentrando a Ranieri a maggio e guadagnandosi, senza troppi sforzi, l’accesso alla Champions League da secondo in classifica. D’altronde, se le stagioni durassero un mese, Ciro Ferrara sarebbe il miglior allenatore in circolazione.

Ciro Ferrara, un altro nuovo Guardiola

L’anno seguente parte con le medesime buone intenzione, rafforzate da una campagna acquisti “sontuosa”. Arrivano, in serie, Fabio Cannavaro, Diego, Felipe Melo, Fabio Grosso e Martin Caceres. Soldi ben spesi da Alessio Secco, un direttore sportivo che sotto la mole ricorderanno con estremo piacere. L’abbrivio è come al solito esaltante: quattro vittorie consecutive e titoloni sui giornali per la nouvelle vague della panchina tricolore. Ferrara è il nuovo Guardiola, non è un’esagerazione tipica dei media: “Pep credo abbia battuto un record, non so quanti siano riusciti a vincere tre trofei al loro primo anno. Credo sia la dimostrazione che gli allenatori giovani possano fare bene”. Così Ciro parlava di Ferrara, senza falsa modestia. Un paragone ribadito e confermato finanche da Caceres, uno che Guardiola l’aveva visto e conosciuto da vicino: “Ha carisma, ha un bel modo di fare allenare la squadra. Sa coinvolgerci, sa stemperare la tensione senza perdere autorevolezza. Se può ripetere alla Juventus ciò che ha fatto Guardiola al Barcellona? Certo, lui ha qualità, la Juve è competitiva. Può farlo”.

Ciro-Rocky e poi la SampCina

L’effetto dura un mese, poi il patatrac. Celebre la sconfitta con il Napoli, da 2 a 0 a 2 a 3, con la scelta di inserire Tiago a destra (sovrastato dal carneade Datolo) al posto di Camoranesi. Così come resta indimenticabile il commento a margine del capitombolo: “Cosa ho detto alla squadra negli spogliatoi? Preferirei non rispondere. Ci prendiamo questo pugno in faccia che ci fa molto male”. Destino segnato, stavolta in senso negativo ed esonero a fine gennaio, a seguito della sconfitta in coppa Italia con l’Inter. Una seconda opportunità non si nega a nessuno, Ferrara si accasa alla Sampdoria e firma un biennale con opzione. Vince all’esordio con il Milan a San Siro e conquista undici punti nelle prime cinque partite. È un ritorno in grande stile, è la perfetta ricostruzione della storia del sassolino estratto dalla scarpa. È una pietra ma somiglia di più a un boomerang: seguono nove sconfitte consecutive e l’inevitabile licenziamento. Dopo quattro anni di inattività, Ferrara torna in sella, sulla panchina del Wuhan Zall, in Cina. Nuove occasioni dall’Oriente e consueta partenza col botto: la squadra passa dal tredicesimo al sesto posto. Primo step superato, non il secondo: il campionato si apre con un punto in due partite e con il solito comunicato di benservito. Una simpatica costante per il Guardiola incompreso.

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