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Isco Real Madrid Borghi
Stefano Borghi per Contrataque: "Isco, la storia di un fenomeno"

ISCO REAL MADRID RINNOVO – Ci sono grandi giocatori e giocatori normali. Fuoriclasse e sopravvalutati. Meteore e talenti mai espressi. Trasversalmente a queste categorie opposte, ce n’è una sempre molto intrigante: quella dei giocatori differenti. Calciatori che per caratteristiche, interpretazioni, possibilità o atti rompono le consuetudini: Francisco Román Alarcón Suárez, al secolo Isco, è senza dubbio uno di questi. Un fantasista, nel senso più puro del termine. Un giocatore dalla classe cristallina e dalle idee artistiche, che ha detto fin dall’adolescenza di essere un “top” ma che non ha ancora incontrato la dimensione che meriterebbe. Un campione del quale difficilmente si parla alla vigilia di una partita ma spesso lo si fa dopo, perché non è fra i più mediatici ma sa essere costantemente decisivo. E che, proprio per questo, a quasi venticinque anni pare aver deciso – per la seconda volta – che non gli interessa per forza la maglia se non la può indossare tutti i giorni. E che potrebbe diventare una delle più grandi occasioni del prossimo mercato, se non addirittura la più grande.

Isco, un unicum in una generazione speciale

Isco fa parte della golden generation del 1992, un’annata che potrebbe partorire una formazione del genere:

4-2-3-1 (reparti da dx a sx): Courtois; Carvajal-Phil Jones-Mustafi-Alaba; Verratti-Koke; Coutinho-Isco-Neymar; Morata – panchina Ter Stegen, De Sciglio, Casemiro, Salah, Muniain, Eriksen, Gotze

Niente male eh? Anche se inserire Isco in una formazione porta il primo spunto di ragionamento: qual è il suo ruolo naturale? Trequartista centrale? Esterno con licenza di convergere? Mezzala? Lo abbiamo visto in svariate zone, avendo sempre più o meno lo stesso riscontro sul piano tecnico: ha un repertorio altissimo che lo rende uno dei migliori al mondo nel giocare fra le linee e nei corridoi intermedi, nel trovare varchi e far passare palle filtranti dal limite dell’area attraverso difese affollate. Il suo grado di incisività è proporzionale a quanto più gioca vicino all’area: da centrocampista puro rimane lontano dalle zone in cui impone la sua legge percui è consigliabile utilizzarlo sulla linea dei trequartisti, dove può stare sia in mezzo che largo. E’ uno di quei rari giocatori che cambiano il volto di una squadra, danno un’impronta personale al gioco e servono a tutto: a manovrare, ad assistere e a segnare. Un David Silva ancora più spagnoleggiante, uno Zidane barocco se volete, nel senso che non ha né il fisico né la capacità di Zizou di calamitare gli occhi e separare le acque creando strade prima inesistenti come Mosé nel Mar Rosso (ma quella non ce l’ha nessuno), però ha i suoi ritmi e quell’estrosità fantasiosa che si traduce in riccioli calcistici in grado di portare costantemente geometrie. L’investitura di un talento speciale gli viene data dalla giuria più significativa per un calciatore: i colleghi. Nello spogliatoio del Real Madrid lo chiamano “Magia”, un’etichetta decisamente importante vista la provenienza. Ma oltre al talento, quello che fa presagire prospettive veramente alte è quella mentalità che ha dimostrato fin da ragazzino: Isco è umile, non pretende nulla a priori, però ha le idee molto chiare. E la sua idea è quella di essere un protagonista, perché è quello che è stato fin da subito e che non rinuncerà mai ad essere.

Storia di un fenomeno

Il nome di Isco è noto in Spagna da una quindicina d’anni: era poco più di un bambino quando dominava da solo gli importanti tornei giovanili che si disputavano nella sua zona, la provincia di Malaga. Non aveva nemmeno quattordici anni quando si scatenò una corsa per prenderlo: la vinse il Valencia, che lo ha formato e a cominciato a dargli pista a diciassette, in terza serie con la squadra filiale. E quando, un anno dopo, fu lanciato in prima squadra, la risposta fu piuttosto eloquente: 11 Novembre 2010, partita di Copa del Rey contro il Logroñes, Unai Emery schiera Isco titolare dopo che era appena rientrato da una eccellente prestazione personale agli Europei Under19 e il risultato finale è 4-1, con doppietta del piccolo genio malagueño. Emery che però diventerà anche il motivo del suo addio a Mestalla: l’anno successivo, Isco voleva un ruolo stabile in prima squadra mentre l’attuale tecnico del Paris Saint Germain non lo vedeva ancora pronto. Ne uscì una polemica pubblica, il basco – supportato dalla società – prese posizioni intransigenti e la risposta del ragazzo fu quella di sbattere la porta e tornarsene a casa. Al Malaga, dove nel giro di un anno e mezzo ha fatto in modo di portarsi a casa il Golden Boy (premio istituito da Tuttosport e attualmente considerato il Pallone d’Oro Under21), il Trofeo Bravo del Guerin Sportivo ereditandolo da Verratti e passandolo l’anno successivo a Pogba, e infine la Scarpa di Bronzo all’Europeo Under21 del 2013, vinto contro l’Italia di Devis Mangia. Quello che gli ha spalancato le porte del Real Madrid.

Oneri e onori

Entrare alla Casa Blanca, per un trequartista ventunenne vuol dire trovarsi già al massimo del livello ma anche avere a che fare con dinamiche alle quali è obbligatorio adattarsi: se ci sono Bale, Cristiano Ronaldo e Benzema, se poi oltre a loro bisogna trovare spazio a Di Maria, Modric e Xabi Alonso (o a James e Kroos), allora portare un certo tipo di maglia può diventare un problema. Non perché non la si meriti, piuttosto per il fatto che difficilmente capiterà di trovarne una della taglia perfetta o nelle occasioni di gala. Ancelotti ha cercato di fargli spazio un po’ più indietro, ma – come detto – se Isco non può galleggiare negli ultimi venticinque metri perde parecchio. Zidane ha cercato di stimolarlo dandogli la sua posizione naturale e facendone la prima alternativa all’undici base, ma di fatto anche aumentando i suoi rimpianti. Principalmente, sono due i dati che agitano le elucubrazioni del numero 22 madridista: il primo riguarda il suo impiego nelle grandi partite, perché da quando è a Madrid ha giocato per intero solo una delle nove finali disputate dal Real (quella del Mondiale per Club 2014 contro il San Lorenzo) ed è partito titolare solo tre volte nelle partite che mettevano in palio un trofeo. Il secondo è dato dai riscontri che presenta in termini statistici: nell’attuale stagione è il quindicesimo della rosa per minutaggio acquisito ed è partito dal primo minuto solo in diciotto delle quarantaquattro partite disputate dalla squadra, facendo comunque registrare sei gol e altrettanti assist. Praticamente, contribuisce a una rete ogni 130 minuti giocati e con lui in campo il Real Madrid ha una media di 2,67 punti conquistati per partita. Dulcis in fundo, è il secondo giocatore dell’era Zidane con più vittorie conquistate in campo (42, meglio di lui solo Marcelo con 43). Numeri da protagonista, se non addirittura da talismano.

Un futuro da scrivere

Per questo ha già rifiutato un’offerta madridista di rinnovo del suo contratto in scadenza nel 2018, non certo per ragioni economiche (l’ultima di Florentino è un contratto di sei anni a sei milioni di ingaggio stagionale), quanto perché sente di meritare un ruolo primario, di poter essere decisivo anche al top del livello e vuole spazio per dimostrarlo, tant’è che secondo certe voci avrebbe già deciso di partire. Addirittura lo si segnala ammiccante nei confronti del Barcellona, che non ha ancora trovato l’erede di Iniesta e che sa far rendere al meglio i giocatori con queste caratteristiche, ma dal suo entourage smentiscono. Chi lo vorrebbe con tutte le proprie forze è la Juventus, che uno così non ce l’ha e prendendolo spalancherebbe ancor di più il gap fra sé e le altre italiane, avvicinandosi sensibilmente alle big mondiali. C’è anche la Premier pronta a muoversi, ma Isco deciderà a maggio, e il fatto che non sia rappresentato da alcun agente professionista rende ancor più fitto il mistero sul suo futuro. Che non sappiamo ancora dove sarà, ma riguardo al quale possiamo essere certi di un paio di cose: sarà grande per lui e per chi sceglierà di puntare su di lui.

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