Il lento declino di Javier Mascherano. Quando il ‘Jefecito’ perde i gradi

Il lento declino di Javier Mascherano. Quando il ‘Jefecito’ perde i gradi

Barcellona crisi Mascherano – La terribile batosta rimediata il martedì scorso a Torino dal Barça è il complicato nodo di problemi che vengono al pettine nuovamente dopo unaremontada che aveva mascherato una crisi di gioco e di sensibilità all’interno dello spogliatoio blaugrana. Il gruppo ‘gestito’ da Luis Enrique è logoro all’interno da moltissimo, a causa sia di un rapporto idilliaco mai realmente sbocciato tra tecnico e calciatori sia della logica involuzione di un sistema di gioco che non può vivere di rendita se non alimentato da elementi validi. Emblema di questa debacle è Javier Mascherano, che a Torino da mediano è sembrato un bambino nordico nel deserto, completamente fuori luogo e senza quasi aria per respirare.

Centrale, non mediano

L’assenza di Sergio Busquets, bussola del gioco blaugrana, aveva costretto Luis Enrique ad agire d’impulso inserendo al suo posto l’argentino, che in passato e in nazionale aveva ricoperto questo ruolo con ottimi risultati. Eppure,dopo ormai più di sei anni da centrale di difesa, quello che in Argentina chiamano el ‘Jefecito’, il capo, sembra aver perso le facoltà fisiche e la calma necessarie per occupare il fulcro del gioco di qualsiasi squadra. La sua ultima reale apparizione di un certo livello da ‘5’, come direbbero in Argentina, fu al mondiale 2014, quando più grazie alla determinazione che alla tecnica tenne in piedi la mediana albiceleste ed evitò in spaccata il gol di Robben in semifinale. Oggi però Mascherano è lento, impacciato, vive di ricordi e di esperienza che in certi momenti sono insufficienti. Allo Juventus Stadium, l’argentino è stato risucchiato in un buco nero dal quale sarà ormai difficile uscire visto il suo calo costante, qualcosa di fisiologico dopo una carriera fatta di sudore e sacrifici.

Ruggine

Al top da oltre tredici anni, l’ex Liverpool da centrale era riuscito a camuffare il passo dell’età dovendo fare i conti solamente con chi veniva da una parte del campo e non da quattro. Il suo scatto e il suo carattere da leader, in contemporanea con il ritiro di Carles Puyol lo avevano aiutato a rendersi indispensabile al centro della difesa, dove con Piqué l’intesa era ottima e la complementazione perfetta. Ma il gioco di Luis Enrique, meno cadenzato e più verticale, con molte meno pause rispetto a quello dei suoi predecessori, ha finito con lo sfilacciare una squadra che, a volte troppo lunga, ha finito col lasciare troppi spazi, soprattutto nelle retrovie. E, sebbene in molti avessero speculato che Masche volesse lasciare Barcellona proprio per andare alla Juve l’estate scorsa perché desideroso di tornare a giocare in mediana, è chiaro che ormai il 14 blaugrana in mezzo al campo è un pesce fuor d’acqua. E il gol di Chiellini, suo coetaneo più coriaceo, ha dato il colpo di maglio a una prestazione disastrosa del ‘Jefecito’.

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Mascherano, il motivatore dell’Argentina

Il clan Messi

Ma la crisi del Barça e di Mascherano non ha a che vedere solamente con quanto accade in Catalogna, ma è figlia di una tormenta elettrica proveniente da Buenos Aires, dove l’ambiente calcistico è in fiamme da tre anni, con l’alternanza di quattro commissari tecnici al comando della Selección. Mascherano, capitano in pectore, è il capro espiatorio di una generazione di calciatori che quando vestono la maglia albiceleste non rendono quanto nei loro club. E la nazionale argentina sembra essere da tempo ormai autogestita dai veterani, dei quali il ‘Jefecito’ è il portavoce, che formano quello che viene definito il ‘Clan Messi’. Nel Barça come nell’Argentina, l’umore del numero 10 è l’indicatore animico del gruppo, e dati i pessimi risultati della Selección in molti vorrebbero che Messi e Mascherano smettano di influire tanto nelle convocazioni, come accaduto con Bauza. La foto di Maxi Lopez con i due amici durante l’allenamento del Barça allo Stadium è piuttosto eloquente: nell’Argentina tutto passa per Messi, anche i convocati. Ed è per questo che, a meno di sorprese, Icardi non vestirà mai la 9 albiceleste.