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mandzukic blood
Mario Mandzukic, Atletico Madrid

“Non ho nulla da offrire se non sangue, fatica, lacrime e sudore”, le parole con cui Winston Churchill, primo ministro inglese dalla sfrenata passione per il tabacco e per lo scotch, diede il via alla Seconda Guerra Mondiale. Il fatto che probabilmente sudasse un buon Johnnie Walker scozzese è irrilevante ai fini della storia. A farci tirare fuori dal cassetto dei ricordi questa storica citazione è un croato nato al confine con la Bosnia, quando la Iugoslavia era ancora una realtà unita, almeno sulla cartina geografica.

La storia di Mario Mandzukic alla Juventus, dall’arrivo nelle vesti di bomber al nuovo ruolo da terzino sublimato contro il Barcellona

Amato dai compagni, che prima delle doti sul campo – decisive nell’ultimo biennio – ne stimano il carattere. Dietro lo sguardo da bad boy Mario Mandzukic è amato e rispettato, e non perché intimorisca i compagni di squadra: basti ricordare il video su Instagram con Sami Khedira e Patrice Evra. “Of course I love this game, but no good”, ecco il croato sintetizzato in meno di dieci parole.

In questa stagione Mandzukic, arrivato con le stigmate di essere uno dei migliori bomber d’Europa, si è riciclato come esterno: in molti pensavano che il dualismo con Million Dollar Baby Gonzalo Higuain potesse portare a mugugni e lotte intestine. Ma grazie all’intelligenza ed all’applicazione del croato, oltre che alla flessibilità mentale di mister Allegri, quello che poteva essere un problema si è trasformato in una risorsa. 4-2-3-1 con Higuain, Mandzukic, Dybala, Cuadrado, Pjanic, Khedira, Dani Alves ed Alex Sandro tutti in campo: chi avesse proposto una cosa del genere ad agosto sarebbe stato al minimo tacciato di blasfemia, se non direttamente internato con TSO.

Tutto nacque da un errore

La Juventus pentastellata è nata – a livello embrionale nella mente di mister Allegri – il 16 marzo 2016. Si giocava Bayern Monaco-Juventus: dopo il rocambolesco 2-2 dell’andata i bianconeri, avanti per 2-1 in terra bavarese, tolgono il contropiedista Morata, che per 70 minuti aveva fatto a fette la difesa avversaria, ed entra Mario Mandzukic. Il croato, non al top della condizione, avrebbe dovuto garantire profondità e palloni gestiti contro la difesa avversaria. Una scelta di governo, una mossa che a posteriori si è rivelata una delle più grandi cantonate prese da un egregio divinatore di partite come il livornese: l’eccessiva generosità del guerriero Mandzukic ha causato un letale abbassamento del baricentro della squadra, sino alla topica del pallone non spazzato da Evra che ha decretato il requiem del sogno bianconero ai tempi supplementari.

La pacatezza di Mandzukic contro il Bayern Monaco

Da qui l’idea di riportare il guerriero croato sui binari laterali, dove aveva messo in atto le prime scorribande sul rettangolo verde. Come fare a far giocare insieme tutti i giocatori forti, si chiedeva Allegri. La risposta è arrivata: Mandzukic e Cuadrado pronti a fare i terzini per un bene superiore, Dybala e Higuain pronti a sporcarsi le mani con la sciabola, abbandonando il fioretto. La Juventus, dopo un autunno di rodaggio, si è trasformata in una macchina unica, che vive e respira all’unisono. Che si mette in moto per un solo obiettivo comune: vincere.

In raddoppio verso la gloria

Con in testa l’obiettivo di mettere in bacheca la seconda Champions League della sua carriera Mario ha tolto le mostrine da bomber ed ha indossato la divisa da soldato semplice. Una stagione passata a battagliare a centrocampo, a raddoppiare e rincorrere come il miglior adepto della scuola trapattoniana. “No good”, penserà, quando stremato dopo l’ennesima rincorsa in difesa cederà il pallone ad un compagno meglio piazzato, seguendolo con lo sguardo fino al gol. La parabola del Mandzukic 2.0 è tutta riassunta dopo 21 minuti e 31 secondi dal fischio iniziale di Juventus-Barcellona: discesa sulla fascia, assist per Dybala che segna e corsa ad abbracciarlo. Ha le spalle larghe ed il cuore grande, il soldato Mario, che raddrizza l’elmetto e torna a centrocampo.

Far arrabbiare Mario Mandzukic è sconsigliabile

Una partita a battagliare, assieme al fedele compagno di scorribande Alex Sandro, contro el diez più forte che l’era moderna ci abbia regalato. La Pulce non ne è uscita bene: si è visto un Messi nervoso ed imbrigliato come poche volte in carriera. Certo, dopo 180 minuti passati a ragionare con Mandzukic non lo biasimiamo.

Corsi e ricorsi

In molti, nell’esaltazione dell’Inter tripletista, lodavano l’abnegazione con la quale Samuel Eto’o si era messo al servizio di Mourinho, giocando praticamente da terzino e vincendo la Champions League. Arrivato con l’etichetta del bomber – come Mandzukic – e sacrificandosi più di tutti nonostante quella Coppa – come Mandzukic – l’avesse già alzata al cielo. Questione di cultura, non a caso parliamo di due squadre italiane, popolo che “perde le guerre come se fossero partite di calcio e le partite di calcio come se fossero guerre”, come avrebbe detto il nostro amico amante del buon whisky che abbiamo già citato in apertura.

Andando a scavare nel cassetto dei ricordi sopra citato possiamo ricordarci di un altro attaccante, spalle larghe e cuore tenero, dirottato sulla fascia per cedere il palcoscenico al grande bomber: parliamo di Fabrizio Ravanelli, che con Vialli e Del Piero ha composto il tridente dell’ultima Juventus Campione d’Europa, anno domini 1996. Il giovane fantasista, il grande bomber e l’esperto attaccante dirottato sulla fascia. Vuoi vedere che…