Calcioscommesse: il caso Izzo e una norma da rivedere

Calcioscommesse: il caso Izzo e una norma da rivedere

Izzo squalifica calcioscommesse – L’ultimo filone del “calcioscommesse” che ha travolto il calcio italiano è iniziato con la condanna in primo grado di tre tesserati e la penalizzazione di due società. 5 anni di inibizione e 50.000 euro di ammenda nei confronti di Francesco Millesi (ex calciatore dell’Avellino) e Luca Pini (ex Torbellamonaca), 18 mesi di squalifica e 50.000 euro di ammenda per Armando Izzo (ex Avellino, attualmente al Genoa), 3 punti di penalizzazione per l’Avellino e 2 per il Torbellamonaca (dilettanti), proscioglimento per Mariano Arini, Raffaele Biancolino, Luigi Castaldo, Fabio Pisacane, Fabio Peccarisi e Walter Taccone: queste le sanzioni disposte dal Tribunale Federale Nazionale – Sezione Disciplinare con sentenza del 12 aprile.

Non è ancora finita

E’ solo il “primo round”, e proprio in queste ore scadono i termini per presentare appello sia da parte dei soggetti condannati in primo grado (per cercare uno sconto di pena se non il proscioglimento) che da parte della Procura Federale (per arrivare ad un inasprimento delle pene o ad una condanna per i tesserati prosciolti): il procedimento vivrà un “secondo round” davanti ai giudici della Corte Federale d’Appello della Figc, e – nel caso – un terzo presso il Collegio di Garanzia dello Sport presso il Coni, organo di giustizia esofederale con funzioni di “cassazione” (giudizio di legittimità). Due le partite alla base del processo: Modena-Avellino del 17 maggio 2014 (1-0) ed Avellino-Reggina del 25 maggio 2014 (3-0), gare del campionato di serie B 2013/2014 che, secondo l’accusa, sono state alterate sia dal punto di vista dello svolgimento che del risultato. La Procura, sulla base di intercettazioni e interrogatori (ricevute dall’autorità giudiziaria, visto che i magistrati sportivi non hanno a disposizione mezzi sofisticati per indagare) contesta il reato di associazione dei tre soggetti poi condannati dal giudici federali, seppur per motivi diversi: il massimo della pena sportiva (cinque anni, pur senza la proposta di preclusione) è stato inflitto a chi, secondo quanto scritto in sentenza dal Tribunale Federale, si è adoperato fattivamente per alterare i risultati delle gare, agevolando il riciclaggio di somme di denaro investite dalla criminalità organizzata puntando sui risultati delle stesse.

Il caso Izzo

Il proscioglimento di altri sei soggetti nasce dal fatto che, da parte dei giudici, non è stata ritenuta raggiunta la prova della causazione dell’illecito contestato. In sostanza, non basta che qualcuno tiri in ballo qualcun altro se alla base non ci sono riscontri oggettivi che lascino pensare alla partecipazione fattuale ad una condotta illecita. Per responsabilità oggettiva sono state sanzionate le società per le quali, all’epoca dei fatti, erano tesserati i condannati. Con la condanna di Izzo per “omessa denuncia” si apre invece un ampio dibattito. Va premesso che la Procura aveva chiesto 6 anni di squalifica con proposta di radiazione, ma che i giudici hanno ritenuto lo stesso “colpevole” di sola omessa denuncia, pertanto hanno escluso che lo stesso abbia partecipato all’illecito: “le risultanze investigative – si legge nella sentenza – fanno emergere una posizione alquanto ambigua, a metá fra colui che non é in grado di divincolarsi dai legami e dalle frequentazioni legate al luogo di nascita ed ai vincoli di parentela/amicizia, ma che, nello stesso tempo non é pronto ad assecondare pedissequamente le richieste del clan”. Ad Izzo viene contestata la partecipazione ad alcune cene prima delle due gare, durante le quali (suppongono i giudici) si sarebbe parlato delle combine, ma la condanna si basa – come si legge –  anche sulla “reticenza mostrata dall’Izzo, poi, nel negare fatti e circostanze che, invece, si sono rivelati quali realmente accaduti (vedasi documentazione integrativa depositata dalla Procura Federale in data 27 febbraio 2017)”, fatti che “inducono a ritenere raggiunta quantomeno la prova della sua effettiva conoscenza dei tentativi in atto volti ad alterare il normale andamento della partite in questione”.

Una norma da ripensare

L’impressione è che la mancanza di prove oggettive possa ricondurre, quantomeno, ad un’attenuazione della pena nei confronti dello stesso Izzo mentre pare più difficile ipotizzare un proscioglimento pieno in quanto recentemente l’ex Corte di Giustizia Federale, in qualità di organo di vertice della giustizia calcistica, ha statuito che “la prova di un fatto, specialmente in riferimento ad un illecito sportivo, può anche essere e, talvolta non può che essere, logica piuttosto che fattuale” (C.U. n. 47/CGF del 19 settembre 2011). Quanto all’istituto dell’ “omessa denuncia”, i confini tra “sospetto” e “percezione” del fatto illecito sembrano essere stati delineati dal Tribunale Nazionale di Arbitrato per lo Sport del Coni attraverso il lodo Portanova c/Figc del 12 ottobre 2012): “è sufficiente che l’agente abbia la consapevolezza del fatto che sia in corso la commissione di un illecito sportivo e sia in grado di percepirne l’antigiuridicità”. Resta la difficoltà di capire non solo se un tesserato sapesse o meno dell’esistenza di una condotta illecita, ma anche se i suoi sospetti fossero realmente fondati, interrogativi non da poco considerato che un’eventuale “denuncia” esporrebbe il “denunciante” al serio rischio di subire ritorsioni sia da eventuali compagni/dirigenti coinvolti che (cosa ancora più pericolosa…) da soggetti estranei all’ordinamento sportivo. La necessità di una riforma di tale istituto è provata, da un lato, dal numero alto dei casi di “omessa denuncia”, dall’altro dal numero basso di “denunce”. Ripensare la norma, riconsiderando il sistema di tutela per chi denuncia e, magari, delegando l’obbligo di denuncia non direttamente alla Procura Federale ma agli organi apicali del club, potrebbe cambiare questo scenario.

 

di Marco Santopaolo