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Stefano Borghi Diario Clasico

CLASICO REAL BARCELONA / Il Maestro Gianni Brera, nel 1978, ci ha regalato una delle sue tante opere da conservare e tramandare. Si intitola “63 partite da salvare” e immortala i momenti più significativi di un trentennio di calcio italiano. Domenica sera ho trovato quella che si piazza direttamente e indiscutibilmente al primo posto della mia piccola esperienza. Un Clasico totale, dall’inizio alla fine, dalla vigilia al post partita. Una serata in cui la più forte rivalità d’Europa è esplosa in tutta la sua enormità: tecnica, fisica, sentimentale e mentale. In cui il miglior giocatore del mondo ha dato tutto se stesso, in cui nessuno ha risparmiato nulla. Non avevo mai visto una cosa così, e va salvata. Perché Real Madrid-Barcellona 2-3 del 23 Aprile 2017 non è solo la partita che ha zittito chi parla avventatamente, che ha riaperto una Liga che non si può considerare chiusa finché non lo decreta l’aritmetica e che ha dimostrato ancora una volta come questa sia la sfida più grande nell’attuale mondo del calcio. E’ stata prima di tutto la serata in cui il calcio ci ha tatuato nel cuore e negli occhi i motivi per i quali è lo sport più amato del pianeta.

IL CLASICO DEL CUORE

Potremmo parlare di tattica, di come Zidane sia rimasto imbrigliato dal voler per forza mantenere l’abito usuale dei gran galà madridisti e di come Luis Enrique invece abbia trovato un gran colpo di coda strategico. Potremmo parlare della presenza di Bale e dell’assenza di Neymar. Degli episodi, di cartellini, gomitate, fuorigioco e rigori negati. Magari anche delle parate straordinarie dei due portieri, meravigliosi eroi che – come da tradizione del ruolo – vengono confinati sullo sfondo dalla tirannia di quello che è sempre l’epicentro emozionale di questo gioco: il gol. Invece, per rendere giustizia a questo Clasico, bisogna guardargli dentro, al cuore e alla visceralità, all’essenza dei suoi protagonisti che hanno fatto detonare tutta la forza creatasi quando questa rivalità sportiva e politica, cruda come le più ataviche faide fra famiglie ma anche lirica per l’altezza dei suoi contenuti tecnici, si è ritrovata a scatenarsi in un momento in cui i poli opposti erano più opposti che mai.

MESSI IL FANTASISTA

E bisogna parlare di Lionel Messi. Il pathos è montato tutto attorno a lui: ci è arrivato con il volto ammaccato e il cuore ribollente dopo la caduta europea, dopo che qualcuno ha osato addirittura definirlo “normale”. Luis Enrique gli ha fatto l’occhiolino, decidendo di giocarsi l’all-in della stagione con una squadra costruita esattamente intorno al numero 10, con due punte vere (Suarez e Alcacer) che dessero linee per le sue geometrie e un piano tattico che prevedeva un concetto semplice: muoversi a seconda dei movimenti di un Messi che in questo passaggio della sua leggendaria epopea calcistica si sente più fantasista che mai, visto che agisce preferibilmente al centro e alle spalle di attaccanti veri. Infatti in questa annata ha segnato il maggior numero di gol dalla media o lunga distanza nella sua carriera (11 quelli da fuori area su un totale di 47, quasi uno su quattro), oltre che prodotto 14 assist in 46 partite giocate con la maglia blaugrana.

E IL PIU’ GRANDE DIVENTA IMMENSO

Ma questa è l’esteriorità, mentre è dal profondo che è nato il Clasico di Messi: dalla rabbia, dalla pancia e dal cuore. Lo si è visto subito: prima azione, un dribbling a Casemiro che alla maggior parte degli essere umani “normali” sarebbe costato la dislocazione del bacino e a seguire l’entrata durissima del brasiliano. Dura quasi quanto la gomitata infida di Marcelo, che ci ha fatto anche vedere il sangue. Da lì la rabbia è diventata furia, da lì el enano con la maglia che sembra sempre di una taglia troppo grossa e con la garza in bocca è diventato il più spietato dei killer. Ci ha regalato un gol abbacinante, la cui luce è stata più bianca del blanco che stava per ammantare definitivamente la Liga. Ha causato il crollo dei nervi dell’eroe opposto, quel Sergio Ramos che un girone prima aveva preso per il collo il Camp Nou e che invece stavolta è stato l’emblema della sconfitta, cacciato per un’entrata horror e battuto al minuto numero 92. Crudelissimo contrappasso per lui, catarsi per tutti gli altri. Con quella maglia che non sembra più solamente di una taglia troppo grande, ma diventa addirittura il colossale simbolo di un mondo. Anzi, di tanti mondi: non solo quello del più grande giocatore che il calcio abbia mai visto che sceglie per la prima volta di celebrare se stesso, non solo quello dei ribelli catalani arrivati a colpire l’establishment della capitale del regno, ma anche il mondo di tutti gli innamorati di questo sport, che in quel momento sono stati travolti da una corrente impetuosa e portati dritti dentro a quella maglia. Tant’è che, nonostante la possibilità che quel gesto fosse considerato una provocazione, dagli spalti del Bernabeu non è piovuto nulla. Tutto era in equilibrio su quella maglia, sospeso e armonioso. La ragione ritrovata nell’irrazionalità dell’impeto sentimentale. La catarsi, appunto.

LA RAGIONE DI UN EPILOGO IRRAZIONALE

E una ragione si può trovare anche negli accadimenti apparentemente inspiegabili dell’ultimo quarto d’ora di partita. Smaltito lo sbigottimento, metabolizzata l’emozione, nel raffreddarsi per trovare la lucidità di analisi i dubbi che sorgono sembrano irrisolvibili: perché il Barcellona, in vantaggio e in superiorità numerica, non ha fatto quel che natura imporrebbe, ovvero nascondere la palla ed entrare tranquillamente in porto? Perché invece è andato in tilt, permettendo alla furibonda reazione madridista di arrivare a compimento con la zampata dell’inatteso James? Soprattutto, perché il Real Madrid – che a quel punto aveva la Liga in pugno e avrebbe solo dovuto piazzarsi ad aspettare di poterla festeggiare – ha incassato il gol che la riapre totalmente, all’ultimo secondo e in contropiede? Sembra assurdo, ma non lo è. Il perché è uno solo e sta nell’essenza più pura del Clasico: la rivalità. Una rivalità bestiale, ingestibile. Talmente profonda che ti porta a non pensare, solo ad agire. A non placarti, a volere sempre matare il tuo rivale. Senza se e senza ma. Quando fondi questo spirito al massimo della qualità tecnica possibile, ottieni per forza la più grande partita del mondo. E la sua edizione numero 234 è stata una delle più grandi di sempre. Per questo, va salvata.