Houston Rockets: si può vincere con il sistema D’Antoni?

Houston Rockets: si può vincere con il sistema D’Antoni?

Houston Rockets sistema D’antoni- Dopo gara 1 delle semifinali di Conference gli Houston Rockets venivano esaltati da tanti: sembrava che la serie con San Antonio fosse già finita (come se non conoscessimo gli Spurs) e che anche Golden State dovesse temere fortemente una già certa finale. Sono poi arrivate le vittorie di San Antonio in gara 2 e 3 e, in quel momento, Mike D’Antoni è passato da essere il migliore di tutti ad essere il problema vero di Houston, quasi che ci si possa stupire quanto una squadra allenata da lui possa vivere di alti e bassi!

Mike D’Antoni e gli Houston Rockets: un connubio vincente?

D’Antoni è arrivato a Houston questa estate ed ha subito dato l’impressione di essere l’uomo giusto nel posto giusto. Via Howard e subito dentro giocatori funzionali al suo sistema come Gordon e Anderson prima dell’aggiunta di Louis Williams a pochi giorni della chiusura degli scambi. Il general manager Daryl Morey gli ha messo a disposizione un roster più congeniale al suo gioco, pieno di giocatori in grado di mettere la palla a terra, battere il proprio uomo e creare una superiorità da cui costruire il tiro. Mike ha dovuto in parte rivedere il suo sistema di gioco: ovviamente i principi sono gli stessi ma ha dovuto limare dei dettagli. Ad esempio, quando incantò il mondo sulla panchina dei Phoenix Suns, il gioco era nettamente più rapido. Jack McCallum scrisse addirittura un libro sul modo di interpretare il gioco di quei Suns dal titolo “Seven second or less” (7 secondi o meno), in cui spiegava come la transizione ideale per l’ex allenatore di Milano e Treviso dovesse portare ad un tiro nei primi 7 secondi dell’azione.

7 seconds or less…ancora applicabile?

Harden, che è diventato il vero “play-maker” dall’arrivo del nuovo coach, va ad un ritmo totalmente diverso da Steve Nash e la maggior parte delle volte i 7 secondi gli servono al massimo per arrivare nell’altra metà campo. Ovviamente, in questo libro venivano ancor più estremizzati dei concetti di un gioco già estremi di loro. Houston, ad esempio, è una squadra che in attacco rifiuta tiri dalla media distanza a meno che non sia costretta, prediligendo attaccare il ferro o tirare da tre: in questo modo i tiri presi sono quelli a più alta percentuale reale dal campo. L’idea,certo, ha una sua logica e infatti è seguita anche da diverse altre squadre, ma se resa così estrema si corre il rischio che l’attacco risulti troppo poco bilanciato e prevedibile.

Il sistema D’Antoni: pregi e difetti

Il sistema di D’Antoni ha tanti aspetti interessanti ( l’idea da cui Steve Kerr ha preso spunto per costruire i suoi Warriors nasce proprio da quei Suns di cui lo stesso Kerr era general manager) ma anche alcuni negativi tra cui il principale è la poca elasticità. Volendo azzardare un parallelo con il calcio potremmo dire che D’Antoni è un po’ lo Zeman del basket. La domanda fondamentale è: un sistema di questo tipo può essere vincente? Sinceramente esistono molti dubbi sul fatto che possa esserlo. Dubbi dovuti al fatto che il basket è, insieme al tennis, il gioco in cui la mente ha maggiore incidenza e, considerando il fatto che le squadre di D’Antoni fanno grande uso del tiro da tre, è sicuramente diverso prendere questo tipo di tiri in una normale partita di stagione regolare dal prenderli in una partita decisiva nei playoff. Nella stagione regolare questo tipo di gioco è in grado di divertire e permette di vincere tante partite, ma nei momenti decisivi a fare la differenza sono la fisicità e la difesa (basti vedere come Cleveland abbia ribaltato la serie delle finali NBA l’anno scorso).

Si vince in difesa

La difesa, per l’appunto, non propriamente è la specialità della casa. Houston ha degli ottimi difensori, come ad esempio Patrick Beverley ,Clint Capela o Trevor Ariza, ma ha anche un James Harden che spesso omette completamente la fase difensiva mettendo di conseguenza in difficoltà tutta la squadra. “Il barba” era un gran difensore ai tempi di OKC e questa metamorfosi può essere dovuta in parte a problemi di volontà e in parte al fatto che, entrando in tutti i giochi della fase offensiva, abbia bisogno di riposarsi. Farlo nella propria metà campo non aiuta di certo, ma tant’è. I Rockets, ovviamente, non possono rinunciare al loro migliore giocatore ma “nasconderlo” in difesa nei playoff è molto difficile.

Per tutti questi motivi, non sarà facile superare gli Spurs e sembrerebbe quasi impossibile battere i Warriors, ma se c’è una squadra da cui ci si può aspettare di tutto è proprio Houston. Comunque vada ci sarà da divertirsi!

Di Leonardo D’Oronzio