30 anni dopo Maradona: Napoli, una città nel pallone

30 anni dopo Maradona: Napoli, una città nel pallone

NAPOLI – Il 10 maggio è una data segnata in rosso sul calendario di tutti i tifosi del Napoli. Ma il calendario di quest’anno ha un sapore diverso, ricorrendo il trentennale del primo, storico scudetto della società partenopea. Tra i molti modi di festeggiarlo, uno tra i più proficui può rivelarsi la lettura del volume Napoli. La città, la squadra, gli eroi (Bradipolibri, 2016, p. 208, euro 14), a cura di Luca Bifulco e Francesco Pirone (entrambi ricercatori di Sociologia generale presso l’Università “Federico II” di Napoli).

Il volume Napoli. La città, la squadra, gli eroi

Il testo raccoglie contributi di sociologi e giornalisti, raccolti nel corso di un seminario per la celebrazione del novantesimo compleanno della SSC Napoli svoltosi a Napoli nel 2016. Due immediati pregi balzano agli occhi del lettore e dello studioso. In primo luogo, i curatori amalgano saggiamente articoli di impronta accademica ad altri più leggeri, memorialistici, divulgativi, contribuendo ad una gradevole narrazione polifonica. In secondo luogo, per favorire una corretta contestualizzazione della storia politica, culturale e sportiva di oltre un novantennio napoletano, ciascun periodo analizzato – sulla scorta di un calciatore-icona – è anticipato da uno scritto introduttivo che ne inquadra, in ottica sociologica, i fenomeni, le tendenze e i processi più rilevanti.

Il viaggio inizia alla metà degli anni Venti, esattamente nel 1926, in una Napoli ancora afflitta dai postumi dei traumi postunitari e postbellici. Una città vittima della depressione economica, che ancora rimpiange i fasti dell’epoca borbonica. Nonostante gli interventi governativi in materia di industrializzazione, la città non risolve i problemi atavici che l’attanagliano e, in più, per effetto della politica ruralista del regime fascista, la questione napoletana esce dai radar del governo nazionale. Il regime, infatti, pensa a Napoli come porto verso il Nord Africa, nell’ottica dell’espansione colonialista mussoliniana, e in questa chiave orienta gli investimenti urbanistici in città.

NAPOLI, LA FONDAZIONE E I SUOI PIONIERI

Napoli - La città, la squadra, gli eroi dai primi idoli a Maradona
Napoli – La città, la squadra, gli eroi dai primi idoli a Maradona

In questo clima si colloca la fondazione del club A.C. Napoli, come viene rinominata nel 1926 l’Internaples, frutto della fusione tra due società minori, Naples e Internazionale. Il personaggio chiave, come spiega molto bene Pirone, è Giorgio Ascarelli, uomo d’affari d’origine ebraica, che ridisegna in chiave imprenditoriale la gestione sportiva delle società calcistiche locali. Grazie alla sua abilità politico-diplomatica, Ascarelli ottiene dalla Federazione l’inclusione del club tra le squadre del primo campionato a girone unico nel 1929-30. Il Napoli inizia così ad entusiasmare le folle, per esempio ottenendo uno storico terzo posto nel 1933-34 (con conseguente partecipazione alla Coppa d’Europa) e restando in serie A fino al 1941. In questo lasso di tempo si consolidano i processi di massificazione e mediatizzazione del calcio, grazie al coinvolgimento di fasce sempre più ampie della popolazione sia nella pratica sportiva (“popolarizzazione”) sia nel consumo dello spettacolo sportivo come spettatori (“platealizzazione”). Frutto di questa prima ondata di febbre per il pallone è anche la costruzione dei primi impianti di un certo rilievo. In questo primo quindicennio il Napoli passa attraverso tre stadi: l’“Alberico Abricci” all’Arenaccia, il “Vesuvio” al rione Luzzatti (probabilmente in assoluto il primo stadio di proprietà di una società di calcio prima di essere nazionalizzato dal fascismo) e il “XXVIII Ottobre”, più noto col nome con cui fu ribattezzato – “Arturo Collana” – al Vomero.

È in questo clima di pioneristici entusiasmi virali per il calcio Napoli che si colloca l’epopea dei primi due campioni raccontati dagli autori dal volume. Per il primo, il portiere emiliano Arnaldo Sentimenti, il decano dei cronisti sportivi Mimmo Carratelli ricorda come il calcio fosse una via di fuga dalla miseria. Nello stesso articolo si possono rintracciare gustosissimi aneddoti sul presidente dell’epoca, Vincenzo Savarese. Sentimenti II (in una famiglia di ben cinque calciatori!) in campo era l’emblema del coraggio e del sangue freddo, ma fuori dal campo divenne un beniamino dei napoletani per la sua semplicità, tanto da scegliere di restare a Napoli anche a fine carriera. Insieme a Sentimenti, l’altra leggenda del Napoli degli anni Venti è Attila Sallustro. Di origine paraguaiana, Attila è il primo esempio di celebrità calcistica in salsa napoletana. Fenomenale attaccante, abilissimo in ogni fondamentale, il bomber Sallustro ben presto si guadagna l’amore del pubblico, diventando icona del tifo. Addirittura per difenderlo dallo “scippo” del posto di titolare in Nazionale, che il commissario tecnico Vittorio Pozzo attribuì a Giuseppe Meazza, i napoletani scrissero ai quotidiani nazionali (siamo nel 1929) e da lì in poi ne fecero la bandiera di una lotta contro il Nord ricco e “raccomandato” dei Pozzo e dei Meazza, come si legge nella puntuale ricostruzione di Davide Morgera.

Il 1929 è l’anno in cui il Napoli è protagonista della prima radiocronaca sportiva: un evento sui generis, come si legge nel contributo di Guido Panìco, in quanto fu il giornalista Felice Scandone, collegato al telefono con Milano, dove il 23 dicembre si stava giocando un importante Lazio-Napoli, a raccontare le fasi salienti del match al pubblico assiepato sotto al balcone della sede del giornale “Mezzogiorno sportivo”. Si tratta comunque di un innegabile indizio della rapida penetrazione dello sport nei consumi popolari, nonché della crescente attenzione dei media al fenomeno.

Dagli anni Venti e Trenta si passa alla Napoli che esce, tra molti drammi e poche gioie, dal secondo conflitto mondiale. Preziosa, puntuale e documentata risulta qui la ricostruzione storico-sociologica di Bifulco. La Napoli degli anni Cinquanta è dominata da un personaggio unico come il Comandante Achille Lauro, la cui impronta sulla vita cittadina è tale da spingere alla creazione del neologismo “laurismo” per descrivere quest’epoca. Lauro crea un conglomerato di potere politico, mediatico e sportivo, in qualche modo persino precursore – mutatis mutandis – del berlusconismo: egli assomma in sé le cariche di armatore (detiene una flotta floridissima di navi), proprietario del quotidiano “Il Roma” e patron del calcio Napoli. Il Comandante userà questi bastioni del consenso per diventare consigliere comunale, sindaco di Napoli (dal 1952 al 1957, e per nove mesi nel ‘61), deputato e senatore dapprima in formazioni monarchiche e più tardi nel Movimento Sociale Italiano. Nonostante irrisolte criticità, Napoli all’inizio degli anni Cinquanta è una città appetibile per il vasto mercato che rappresenta, essendo in ogni caso la più grande e popolata città del Mezzogiorno. Lauro escogita allora un sistema di cementificazione di tutti gli spazi edificabili, che non si arresterà nei decenni successivi fino alla saturazione delle aree urbanizzabili. Il modello laurino mette d’accordo i costruttori, che fiutano immensi profitti, i professionisti orbitanti nel mondo edilizio (geometri, architetti, ingegneri, commercialisti, notai…), la burocrazia comunale (che beneficia di regalìe e mazzette), il popolino e i disoccupati, che possono sperare in almeno un po’ di lavoro.

Achille Lauro saluta i tifosi del Napoli - Fonte: Wikipedia
Achille Lauro saluta i tifosi del Napoli – Fonte: Wikipedia

Napoli si reggerà, nel ventennio 1950-1970, su un’economia precaria, fatta di avanzamento del ceto impiegatizio spesso in uffici dalla dubbia funzionalità, di assistenzialismo, di sottocupazione urbana. Su questa fame di lavoro Lauro imposta il suo programma personalistico e autoritario di gestione del consenso, elargendo prebende e beni di consumo, garantendosi appoggi vari e, di fatto, diventando il dominatore della Napoli del secondo dopoguerra. Negli anni del laurismo si inaugura pure il tempio del calcio napoletano, quello stadio “San Paolo” che ancora oggi ospita le gare casalinghe della formazione azzurra nel quartiere di Fuorigrotta (che subisce una furiosa riconversione: da zona agricola a zona dei servizi, tra stadio, Università e Mostra d’Oltremare). Tra il 1955 e il 1960 Lauro porta a Napoli uno dei grandi fuoriclasse della storia azzurra, quel Luìs Vinicio che ben presto occuperà un posto fisso nel cuore dei tifosi, sia per le eccelse attitudini tecnico-atletiche, sia per la caparbietà e l’attaccamento alla maglia: Bifulco ne ricorda una sovrumana doppietta al Milan nel 1956, dopo un infortunio alla gamba, così come il gol che segnò alla Juventus il 6 dicembre 1959, quando il Napoli battezzò il San Paolo battendo 2 a 1 la Vecchia Signora. La parabola del favoloso bomber brasiliano, ricostruita dai contributi di Franco Esposito e Oscar Nicolaus, si intreccia con la storia politica cittadina, attraverso i tentativi di Lauro di accaparrarsi i voti dei tifosi, in verità con esiti altalenanti, come altalenanti furono gli stessi risultati sportivi del Napoli laurino (pur annoverando la straordinaria Coppa Italia 1962-63, unico caso di vittoria del trofeo da parte di una società di serie B, ottenuto eliminando in serie Alessandria, Sampdoria, Torino, Roma e Spal in finale). Ma Vinicio diventa un eroe popolare anche come allenatore: due volte sulla panchina azzurra (1973-’76, e poi 1978-’80), riesce a imprimere alla squadra un gioco spumeggiante, all’olandese, anticipando le future rivoluzioni tattiche di Arrigo Sacchi e Maurizio Sarri (il quale riconoscerà al mito brasiliano lo statuto di ispiratore del suo lavoro) e portando a casa un terzo posto (‘73-’74), un secondo indimenticabile piazzamento alle spalle dell’odiata Juve (‘74-’75) e una Coppa Italia (‘75-’76, ottenuta con un perentorio 4 a 0 in finale ai danni del Verona). Nella Napoli degli anni Settanta percorsa dagli stessi fermenti sociali della società italiana dell’epoca il gioco del Napoli di Vinicio diventa quasi rappresentazione e sintesi di fenomeni socioculturali più ampi; nelle parole di Giuseppe Foscari “la rete di gioco, la fitta trama di passaggi e di movimenti è una risposta come collettivo, il singolo calciatore è funzionale a quel collettivo”.

NAPOLI ANNI 70: UN PERIODO TORMENTATO

L’intervento pubblico, attraverso la Cassa del Mezzogiorno, sostiene un progetto industriale che, però, ben presto, svela i propri limiti. Il sogno di ridurre il divario col Nord si ferma nell’annus horribilis 1973, quando l’austerity, il carovita, l’inflazione segnano la fine del boom economico partenopeo. Pirone evidenzia la forte carica simbolica di un altro evento tragico dello stesso ‘73: il colera. Ben oltre la reale, ridotta, incidenza del fenomeno, il colera rinfocola vecchi e mai sopiti pregiudizi sulla città, diffusamente ripresi dalle tifoserie avversarie. Gli anni Settanta sono ancora, a Napoli come nel resto del Paese, gli anni del conflitto sociale, con l’esplosione della violenza politica di matrice terroristica. Napoli è  tuttavia laboratorio di innovazioni politiche: nel 1975 vince le elezioni comunali il PCI e il sindaco Maurizio Valenzi governa la città fino al 1983.

Calcisticamente, l’A.C. Napoli diventa società per azioni, trasformandosi in SSC Napoli nel 1964, quando diventa presidente Roberto Fiore, le cui scelte illuminate conducono al terzo posto del Napoli dei due argentini, il “petisso” Bruno Pesaola (in panchina) e Omar Sivori, altre due icone nel pantheon del pallone all’ombra del Vesuvio (stagione ‘65-’66). Nonostante il passaggio da Fiore al figlio di Lauro (Gioacchino), il Napoli consegue un ottimo secondo posto nel ‘67-’68: è il Napoli di Dino Zoff e Ottavio Bianchi. Un anno dopo, Corrado Ferlaino, rampante ingegnere e costruttore, conquista la presidenza e, dopo alcuni anni di risanamento dei bilanci societari, riapre un ciclo positivo dal 1973, che coincide con l’approdo in panca di Vinicio. La stagione ‘75-’76 si imprime nell’immaginario popolare per il faraonico acqusito di Beppe Savoldi (due miliardi di lire) e per il record di abbonati (oltre 70mila), nell’ansia di dimenticare i drammi cittadini attraverso lo spettacolo del calcio viniciano. Il tifo manifesta la sua dimensione pervasiva. Ricorda Pirone che, proprio nel 1972, si costituiscono i primi gruppi del tifo organizzato. I tifosi che non vanno allo stadio hanno ormai il calcio a portata di mano: nel 1960 prende il via la diretta radiofonica (inizialmente dei soli secondi tempi) con il programma di culto “Tutto il calcio minuto per minuto”, nel ‘65 la “Domenica Sportiva”, nel ‘67 la moviola e nel ‘70 “Novantesimo minuto”.

Sono gli anni di Antonio “Totonno” Juliano, la tappa successiva nei territori della mitologia calcistica partenopea. Abilmente ricostruita nei racconti di Dario Sarnataro, Carlo Franco e Domenico Maddaloni, quella di Iuliano è la figura atipica di un mediano settepolmoni, un napoletano dei quartieri operai (San Giovanni a Teduccio), che rappresenta l’emblema di una Napoli che vuole lottare, combattere, affermarsi con il lavoro e il sacrificio, lontano dagli stereotipi, dall’oleografia, dai pregiudizi. Juliano (ininterrottamente al Napoli dal 1962 al 1978, capitano ventitreenne dal 1966, 18 presenze in Nazionale) è una delle due bandiere del calcio azzurro, insieme a Beppe Bruscolotti e, ci si augura, Marek Hamsik.

Proprio a Bruscolotti è riservato il capitolo successivo del viaggio. La sua epopea, affidata alle sapienti penne di Massimiliano Gallo, Luciano Brancaccio e Claudio Botti, è quella di un terzino dal fisico poderoso, dall’attaccamento alla maglia incredibile (la cessione della fascia di capitano a Maradona che favorì il clima interno allo spogliatoio del primo scudetto), arcigno e quasi impossibile da superare. Eroe di un calcio perduto, Bruscolotti, nativo di Sassano, resta a Napoli dal 1972 al 1988, in tempo per godersi lo scudetto e la Coppa Italia del 1986-87. Il ciclo maradoniano si inscrive in un periodo di buio cittadino, segnato dalle tragedie del colera (1973), del terremoto (1980) e delle follie urbanistiche con cui, per sistemare sfollati e terremotati, si creano quartieri ghetto nelle periferie, deprivate di servizi, collegamenti e luoghi di socializzazione. Un immenso Napoli e una piccola Napoli, questa potrebbe essere la sintesi di un decennio controverso, in cui per altro si segnalano anche fenomeni culturali dirompenti, come il Neapolitan Power di Pino Daniele, James Senese, Tony Esposito, Tullio De Piscopo, Rino Zurzolo (sublime contrabbassista scomparso di recente). La giunta Valenzi con un bilancio di più ombre che luci, lascia spazio al potere democristiano che gestisce malamente i fondi per il terremoto, amplificando pesi e poteri delle affamate clientele che premono sui beni pubblici (imprenditori famelici, borghesia affarista, popolino assistito).

L’ARRIVO DI MARADONA A NAPOLI

In questo coacervo di ataviche debolezze strutturali e rinnovati malgoverni, a Napoli c’è spazio per un sogno, uno dei pochi sogni che la tifoseria ha visto trasformarsi in realtà: l’acquisto del calciatore più forte di ogni tempo, quel Diego Armando Maradona in rotta col Barcellona, che, durante una trattativa essa stessa memorabile (qui ricostruita magistralmente da Antonio Corbo), nell’estate del 1984 approda – davvero! – a Napoli. Sono anni convulsi di straordinaria bellezza, in cui Napoli approda sul tetto del mondo e l’identificazione tra squadra e città raggiunge l’apice.

Diego Armando Maradona con la maglia del Napoli - Fonte: Wikipedia
Diego Armando Maradona con la maglia del Napoli – Fonte: Wikipedia

Maradona assume le sembianze di una creatura mitica, un fatto socioculturale impregnato di leggenda, di poesia, di religione. Il suo Napoli diventa bandiera del riscatto del Meridione, che dopo decenni di inferiorità, conquista due scudetti (1986-’87, ‘89-’90), Coppa Uefa (1988-’89), una Coppa Italia (1986-’87), una Supercoppa (‘90-’91). In questo lasso di tempo, Napoli vive una stagione amara di dissipazione di risorse pubbliche, recrudescenza del fenomeno camorristico, disastro urbanistico (in verità già iniziato negli anni Settanta, come documenta Massimiliano Bencardino in un altro attento capitolo). Splendori calcistici e miserie sociopolitiche, come sintetizza bene il professor Guido Trombetti, spingono sempre più napoletani a guardare al calcio come presidio identitario, deposito di antiche virtù partenopee, coacervo di simboli, valori e desideri collettivi. Il settennato maradoniano (omaggiato dai pezzi di Ernesto Paolozzi e Carlo Verna) crea un legame indossolubile tra città, squadra e il capitano/condottiero di Villa Fiorito, che ha persino la forza di creare un cortocircuito identitario tra i napoletani, allorché, per uno scherzo del destino, il 3 luglio il San Paolo è chiamato ad ospitare la semifinale dei Mondiali italiani del 1990 tra Italia e Argentina. Le capacità retoriche di Diego, che con astuzia sottile ricorda ai napoletani l’odio da tante parti d’Italia vomitato contro Partenope, fanno riemergere antiche e mai sopite questioni circa l’italianità del popolo napoletano, che è messo di fronte alla scelta: tifare per chi li ha posti sul tetto del mondo o riconfermare una mai tanto convinta adesione al patriottismo italico. Luca Bifulco con grande rigore ricostruisce questo dilemma identitario, aggiungendo una pregevole analisi del dibattito sulla carta stampa, che assunse tonalità quasi opposte tra stampa nazionale e stampa regionale.

Il volume curato da Bifulco e Pirone si rivela, dunque, un’occasione assai gradita di ripercorrere un novantennio di storia sportiva e socioculturale di Napoli, andando a ricercare le ragioni profonde della comunione mistica tra una squadra di calcio e una città – unione mistica che non ha eguali in nessuna metropoli italiana, ognuna delle quali si divide in almeno due tifoserie (Roma/Lazio, Torino/Juventus, Milan/Inter,Genoa/Sampdoria). Con piglio appassionato, e allo stesso tempo con piacere divulgativo e rigore accademico, i vari saggi  accettano la sfida di interrogarsi sul tracciato affettivo scavato dai colori azzurri nel tessuto profondo di una città così intrinsecamente sudamericana, così densa di accensioni, così sospesa tra antichità e futuro, da non poter restare insensibili al fascino del futbòl.

Il libro Napoli. La città, la squadra, gli eroi rientra in una serie di attività scientifico-didattiche riservate allo studio del calcio dal Dipartimento di Scienze Sociali dell’Ateneo federiciano, tra cui rientrano seminari, talk, convegni e altre due pubblicazioni di estremo interesse come A tutto campo. Il calcio da una prospettiva sociologica (Guida, 2014), sempre di Bifulco e Pirone (con una prefazione di Salvatore Bagni e una postfazione del professor Vittorio Dini) e Maradona. Sociologia di un mito globale (Ipermedium, 2014), a cura di Bifulco e Dini, con contributi di sociologi napoletani e argentini.

Proprio per celebrare la ricorrenza del trentennale dello scudetto di Diego Armando Maradona e compagni, nel solco delle attività svolte negli ultimi anni, il Dipartimento partenopeo ha organizzato la giornata di studi “L’eredità di una vittoria storica. 1987-2017 Trentennale del 1o scudetto della SSC Napoli” in programma martedì 9 maggio. Ad aprire i lavori il pro-rettore Arturo De Vivo e il Direttore del Dipartimento di Scienze Sociali Enrica Amaturo. Introducono e moderano i lavori Bifulco e Pirone, seguono le relazioni di Nicola De Ianni (Università di Napoli Federico II) e Guido Panìco (Università di Salerno). I lavori si chiudono con una tavola rotonda con Francesco De Luca  (Il Mattino), Massimiliano Gallo (Il Napolista), Oscar Nicolaus  (Università Suor Orsola Benincasa) e Guido Trombetti (Università di Napoli Federico II).

di Mario Tirino