sabato, Gennaio 29, 2022

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Addio a Nicky Hayden, campione di disumana umanità

NICKY HAYDEN / Nicky Hayden è stato un campione silenzioso, fuoriclasse nella vita prim’ancora che in pista. La tristezza e la commozione che hanno travolto il mondo dello sport – ma non solo – nel momento in cui è stata reso noto il suo passaggio a miglior vita, certificano l’appartenenza di Nicky alla ristretta cerchia degli sportivi, o meglio degli uomini, destinati a lasciare il segno per il semplice fatto di essere esistiti. Nicky Hayden come Marco Simoncelli – con il quale aveva in comune poco o nulla, se non la sfrenata passione per le due ruote e per la vita – non tanto perchè entrambi piloti ed entrambi morti davvero troppo presto, quanto perchè come il Sic il pilota americano ha sempre raccolto consensi per il suo essere vero, sincero, quasi fuori dal contesto patinato che è oggi il mondo delle corse.

Nicky Hayden, un americano atipico

Un campione dal talento umano, ma di disumana umanità. Si potrebbe riassumere così l’uomo e lo sportivo Nicky Hayden. Uno che in pista ha sempre dato tutto attingendo dal suo sconfinato amore per le due ruote, uno che fuori dalla pista ha saputo dare ancora di più, ma senza fare il minimo sforzo. Più che sui numeri e sulle statistiche – comunque degni di nota – per rendere giustizia a Kentucky Kid bisogna posare lo sguardo sui dettagli, su quanto accaduto tra un podio e l’altro, tra un boccone amaro e una festa mondiale. L’affetto provato dai colleghi e dagli addetti ai lavori nei confronti di Nicky Hayden derivava dal suo modo di essere così particolare. Apparteneva ad un mondo di uomini che spesso amano definirsi dei “pazzi” ma spiccava per compostezza, aveva ottenuto fama e ricchezza ma era rimasto il ragazzo del Kentucky che ad inizio carriera faceva impazzire i giornalisti con il suo inglese intraducibile, fatto di slang ed espressioni gergali che nessuna scuola e nessuna università ti insegnano quando decidi di voler fare il traduttore. Mai sopra le righe, Hayden è stato per assurdo un eroe anti-americano, poco avvezzo ai fuochi d’artificio e amante delle cose semplici, legato indissolubilmente al padre e alla famiglia tutta. Uno di famiglia, “uno di noi”: un concetto tutto italiano che forse per questo lo ha reso amatissimo dalle nostre parti. Un amore che Nicky ha saputo ricambiare a modo suo, con la sua straordinaria ordinarietà.

Campione del popolo

Nell’immaginario comune Nicky Hayden era il classico ragazzo che “ce l’ha fatta”. Uno “del paese”, un ragazzino dotato di talento ma non certo un predestinato su cui il Signore ha posato la propria mano quando è nato. Veloce, sì, talentuoso, certo: ma vuoi mettere con Valentino Rossi? L’impresa compiuta da Nicky nel 2006 è qualcosa che va oltre l’ordinario e oltre al suo pur abbondante talento. Battere Valentino Rossi in quegli anni era veramente un’ipotesi poco probabile, ancora meno se ti chiamavi Nicky Hayden e di mestiere avresti dovuto fare il numero due di Dani Pedrosa. Invece con costanza invidiabile e un pizzico di fortuna, Kentucky Kid ha stupito il mondo. La vittoria del mondiale MotoGP 2006 è un concentrato del Nicky Hayden uomo, prima che pilota. In testa per quasi tutta la stagione, al penultimo gran premio viene steso proprio da Dani Pedrosa e vede il sogno sfuggire sul più bello. La reazione è, ovviamente, disumanamente umana: il mondo intero guarda Rossi involarsi verso l’ennesimo trionfo in carriera, lui piange e nemmeno se la prende più di tanto con il compagno di box, che il 99% dei colleghi in una situazione del genere avrebbe con ogni probabilità demolito in un angolo buio del paddock. Non avrà ricevuto una grazia divina sin dalla nascita, ma è evidente che la sua umanità quella domenica 15 ottobre 2006 abbia indotto qualcuno, lassù in alto, a dargli una mano. Quella gara viene vinta da Toni Elias, primo davanti a Valentino Rossi per soli 2 millesimi. Il Dottore perde quei 5 punti che, col senno di poi, gli sarebbero valsi il titolo. Due settimane dopo, a Valencia, Rossi scivola, Hayden è terzo e campione del mondo. Piange, ancora una volta: come a Laguna Seca 2005, giorno della prima vittoria in carriera. Come due settimane prima ad Estoril, quando pensava di aver perso la chance più grande della propria carriera. Come il mondo intero oggi, dopo aver perso un campione del popolo, un campione di disumana umanità.


 

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