mercoledì, Dicembre 1, 2021

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Della Valle contro Firenze, a rimetterci è solo la Fiorentina

DELLA VALLE TIFOSI FIORENTINALa querelle tra i Della Valle e i tifosi non accenna ad attenuarsi. Alle crude parole usate dai vertici gigliati sono seguite quelle altrettanto dure dell’UnoNoveDueSei – voce fuori dal coro della Curva Fiesole -, per un clima che si è fatto rovente dalle parti di Viale Manfredo Fanti. Sotto accusa, da parte della tifoseria, le decisioni prese in sede di calciomercato e nel corso dalla stagione; dall’altra parte invece i dirigenti imputano ai loro detrattori scarsa riconoscenza per il lavoro fatto dal loro arrivo in riva all’Arno.     

Scontro Della Valle-tifosi, il futuro della Fiorentina è nebuloso

Tutti pensavano, o forse speravano, che il triplice fischio dell’arbitro Martinelli domenica scorsa avrebbe messo la parola fine all’annus horribilis della Fiorentina 2016/17. Nemmeno a dirlo, così non è stato ed evidentemente non poteva di certo essere. A soffiare sul fuoco della polemica sono stati, a ricambi regolari, prima i Della Valle, poi i tifosi, infine le truppe cammellate facenti parte dell’organigramma viola. Tutti a chiedersi di chi sia la colpa e/o come questo bailamme possa fare bene o male alla Fiorentina, nessuno invece che si è posto la domanda “morale” – se di tal carattere ancora il calcio sia bagnato – se i comportamenti usati negli ultimi giorni, settimane e mesi da ambo i lati siano davvero peculiari con il calcio moderno. In secondo piano il calcio giocato, questo sconosciuto. Con Paulo Sousa che deve esserci rimasto anche male pensando all’indifferenza tributatagli al momento dell’addio: forse, il tecnico lusitano si sarebbe aspettato ben altra contestazione a cui avrebbe risposto – come sempre ha fatto – con il solito “helter skelter” di locuzioni, abbreviazioni, citazioni e chi più ne ha, più ne metta. Passando così dall’essere uno dei protagonisti assoluti della stagione fiorentina ad un comprimario, spettatore non pagante, anzi pagato, di una disfatta annunciata per la quale poco o nulla è riuscito a fare in termini di salvaguardia o inversione del trend.

DELLA VALLE DICE LA SUA

“Non si può stare in paradiso a dispetto dei santi”, ha precisato Diego Della Valle alla sua prima uscita da Dottore honoris causa in quel di Benevento. “Sulla Fiorentina faccio un passo indietro. Il giorno di Sassuolo resta inquieto”, ha aggiunto il fratello Andrea. Tutto in risposta alla contestazione dei tifosi viola, intenti a sbertucciare l’operato della dirigenza che l’ex di turno Pradé pochi mesi fa stigmatizzò così “Mangerei più volentieri con Bergonzi che con Cognigni”. Armi e bagagli prendiamo allora il “toro per le corna”, partendo dal patron viola: insignito del titolo in Economia e Management, tutto ci saremmo aspettato tranne che un riferimento del genere alla propria “clientela”. Lato marketing, non si è mai sentito un leader d’azienda parlare male o mettere sull’attenti i propri compratori, fulcro centrale del mercato, senza i quali poco e male si potrebbero raggiungere determinati obiettivi. Bill Gates non ha mai arringato i clienti Microsoft, Steve Jobs o Tim Cook meno che mai quelli Mac. È come se Marchionne dicesse “Clienti insoddisfatti? Non è colpa nostra ma loro”. Velo pietoso steso, asciugato e stirato.

Decliniamo adesso tutto ciò nel mondo calcistico, nel quale il concept di azienda è permeato di umanità. Anche qui – a maggior ragione – mai vista una cosa del genere. Il calcio non è un business nel vero senso della parola perché non c’è la concorrenza spicciola che spinge un cliente a passare ad un altro “elargitore di servizi”, almeno non nell’immediato. Il tifo è fatto di “fede”, qualcosa che ti accompagna nella vita e da cui è difficile discostarsi (seppur portatrice di dolore che non di soddisfazioni assolute). Il tifo gigliato ha scelto la Fiorentina, non i Della Valle, ne Cecchi Gori o i Pontello prima di loro. L’unico modo per una folla “senza volto”, oltre a tifare e gemere al freddo d’inverno sulle seggioline del Franchi, di far sentire la propria voce è quella di gridare e contestare, a maggior ragione quando le cose vanno male o al palesarsi della sensazione di veder svilita la propria passione. L’atto in sé è di coraggio e di amore puro: sarebbe troppo semplice mettere il capo sotto la sabbia e far finta di nulla, solo chi ama è pronto a fare del male a ciò che più gli sta a cuore; mentre è da arrivisti e ignavi non prendere mai posizione se non a favore della realtà fattuale.

IL TIFO DICE LA SUA           

Nemmeno i tifosi si salvano. Sia chi si schiera, chi non. Criticare è giusto ma lo si deve fare nel merito, non sparando sul gruppo. L’UnoNoveDueSei non è tutta Firenze ne il portavoce della fiorentinità nel mondo – ne tanto meno chi scrive pensa che essi si siano voluti arrogare tale diritto -, eppure la sensazione percepita all’esterno è proprio quella. I ragazzi della Fiesole sono stati messi alla berlina da diversi opinionisti che si sono schierati – giustamente o non – a favore dei Della Valle. Quest’ultimi hanno però il diritto di poter dissentire, a maggior ragione se hanno il coraggio di redarre e presentare tempestivamente comunicati nell’immobilismo generale. Sono sbagliati i toni? È sbagliato il merito? Queste valutazioni non sta a noi farle, anche se dobbiamo ricordare che le minacce non sono mai un modo per poter comunicare, motivo per cui ce ne dissociamo.

È però da dirsi coerente la posizione del gruppo di tifosi, non troppo sparuto e disorganizzato come in molti vorrebbero far credere, proprio riproponendo il discorso lato marketing descritto in precedenza. Senza contare poi il livello di vicinanza alla realtà. Coloro che contestano lo fanno in presa diretta allo stadio, non trincerandosi dietro una tastiera e invadendo i forum e/o i siti specializzati, sebbene abbondino anche quest’ultimi. Ciò non toglie che i temi non possano essere sempre e comunque generali, della serie: “piove, governo ladro” – non è stato così ad onor del vero -, ne suddividersi in contestazioni plurime indirizzate quando alla squadra, quando al mister, quando alla dirigenza. Mantenere una linea comune e “battere” su pochi punti cardine senza chiedere continuamente la luna, finendo poi per inneggiare al dito il che, tradotto in parole povere, significa: imparare a stare al mondo.

A RIMETTERCI è LA FIORENTINA

A dir poco scontato. “Tra moglie e marito non mettere dito”, la situazione che traspare sembra questa. I Della Valle hanno fatto tanto per Firenze – inutile ribadirlo – altrettanto hanno però fatto i fiorentini per gli imprenditori marchigiani. Nel sistema calcio gigliato, gli uni non possono esistere senza gli altri a meno di cambi di rotta e cessioni tout cour. La chiave di volta per riportare la Fiorentina in alto, dove merita, sta proprio nella difficoltà di colmare il divario tra due posizioni al momento distanti anni luce. Un vuoto pneumatico riempito, solo nell’apparenza, dall’arrivo in società di Giancarlo Antognoni: una foglia di fico – con tutto il rispetto parlando per la “Luce” -, un atto dovuto, anzi una concessione arrivata fin troppo tardivamente che non un regalo benedetto dalla divina bontà.

I Della Valle dovrebbero piegare la propria visione marketing-addicted del mondo pallonaro a quella calcistica, evitando di incentrare la discussione solo e soltanto sui conti, bilanci e quanto di più lontano ci sia dal calcio giocato. Che poi sono i motivi per cui l’idioma calcio ha finito per rendere tutti i suoi appassionati dei contabili dalla gola secca che non validi supporter dall’ardito grido. A questa Fiorentina servono non solo interpreti di livello sul campo, quanto uomini di spessore lato comunicazione e amministrazione. Prospetti basculanti tra impeto gigliato e realtà economica, capaci di respirare, vivere una città fin troppo bella da vedere ma dura da assaporare, fatta di pietre e su di esse costruita. Qualora ciò non dovesse accadere, le parti potrebbero trovare nuova linfa dopo qualche bel risultato ma il destino sarebbe comunque segnato, destinato a saliscendi e mute continue con scadenza entro tre stagioni, due nel caso in cui le scelte fatte fossero palesemente sbagliate.

Stefano Mastini

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