domenica, Dicembre 5, 2021

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Dodecalogo sulla duodécima del Real Madrid

Dodici Champions League, dodici motivi per cui il Real Madrid ha avuto la meglio sulla Juventus nella finale di Cardiff. Dalla stabilità della rosa a Leo Messi, un viaggio all’interno del mondo dorato delle merengues.

Un gruppo gattopardesco

Real Madrid Champions League 2016 finale Milano
Il Real Madrid alza la Champions League 2016

La stabilità è la più grande arma del Real Madrid. “Se vogliamo che tutto rimanga come è, bisogna che tutto cambi”, spiegava Tancredi nel Gattopardo: cambiano gli avversari, passano gli anni, ma il Real Madrid rimane immutato. Rispetto alla finale dello scorso anno le merengues hanno messo in campo gli stessi 9/11, con la sola differenza di un Pepe ed un Bale in meno (Isco sarebbe comunque entrato a partita in corso). Se andiamo addirittura a quattro anni fa, prima finale vinta in questo ciclo stellare, 6/11 sono gli stessi (con Marcelo ed Isco subentrati e Bale titolare).

Se il Real Madrid ha cambiato pochissimo non si può dire lo stesso della Juventus, che nell’undici titolare ha schierato solamente 3/11 presenti nella finale di tre edizioni fa (ed è subentrato il solo Marchisio dei titolari del 2015). Dover trovare ogni anno l’amalgama giusta è dannatamente difficile se sei intenzionato a mettere in piedi un ciclo sempre al top.

Dirige Luka Modric

Inutile girarci attorno, l’inerzia della partita è cambiata quando Luka Modric ha premuto il tasto on. Il croato nel secondo tempo ha letteralmente dominato gli avversari: spesso troppo sottovalutato in favore dei compagni più appariscenti, più belli a favore di copertina, Luka è lo scudiero perfetto per tenere in piedi l’impalcatura ronaldesca.

“Un sogno sul mercato? Io sono innamorato di Modric del Real Madrid”, parola di Maurizio Sarri, uno che un po’ di calcio ne mastica. In occasione del secondo gol di Ronaldo, quello che ha chiuso la partita, la sua azione è da fenomeno: intercetto a centrocampo, scarico sul terzino, triangolo dettato, cross al millimetro dalla linea di fondo. È un cioccolatino con su scritto push me. Artista.

Consapevolezza di se stessi

Cristiano Ronaldo intervista alla BBC, "sono il migliore"
CR7 intervistato dalla BBC

In quattro anni il Real Madrid ha cambiato tre allenatori giocando tre finali di Champions League ed uscendo in semifinale proprio contro la Juventus. Una costanza simile è rimasta sconosciuta anche al miglior Barcellona di Guardiola. Da capogiro.

Al contrario dei bianconeri le merengues sono scese in campo con la consapevolezza di essere un gruppo che le finali le vince: nonostante un primo tempo in cui la Juventus ha dimostrato di potersela giocare alla pari, nella ripresa la differenza di mentalità ha pesato come un macigno. Quel gap a livello mentale che ha permesso alla Juventus di vincere sei Scudetti consecutivi in Italia si è palesato, a sfavore dei bianconeri, in Champions League.

Giocare e vincere, non giocare per vincere

panolada santiago bernabeu
Pañolada e dimissioni

La principale differenza fra Real Madrid e Juventus sta nel motto: “vincere non è importante, è l’unica cosa che conta”. Questo nella capitale iberica non può essere applicato, citofonare a Fabio Capello per referenze. In casa delle merengues non si gioca per vincere, i tifosi vogliono divertirsi e vincere. Se manca uno dei due fattori, pañolada e dimissioni.

Una tifoseria capace di fischiare Cristiano Ronaldo che a gennaio, con il Real Madrid in vantaggio per 3-0, ha sbagliato uno stop. “Vergogna, vergogna”, fischi. Pochi giorni fa CR7 ha raccontato che “noi diamo sempre tutto ma a volte capita di sbagliare e a Madrid questo non è permesso”. Carlo Ancelotti, l’eroe che ha portato l’agognata decima a Madrid, è stato fischiato con tanto di hashtag #AncelottiDimision per due sconfitte consecutive il successivo ottobre.

Doppio binario

I bianconeri sono riusciti ad attaccare regolarmente solo sulla fascia sinistra: da anni la manovra dei bianconeri si sviluppa su un solo binario, a corrente alternata. Comprensibile paura di perdere equilibri e distanze che porta ad essere più prudenti, schierando Barzagli da terzino.

Una paura che a Madrid non hanno avuto, schierando tue fluidificanti: nonostante un Marcelo rimasto bloccato per gran parte della partita il Real ha potuto cambiare gioco con regolarità, risultando egualmente pericoloso su entrambe le fasce. Un’alternativa che a lungo andare ha sfiancato gli avversari, costretti a scivolare da destra a sinistra e viceversa molto spesso con il susseguente dispendio di energie.

Un nuovo Makélélé

Makelele motore Bentley
Makélélé con Zidane, Figo e Ronaldo

In questo sviluppo è stata importantissima la presenza di Casemiro. Al di là dell’insperato coniglio tirato fuori dal cilindro il brasiliano è quello che permette a Zidane di mettere in campo contemporaneamente Marcelo, Carvajal, Kroos, Modric, Isco, Benzema, Ronaldo e non perdere equilibrio. In questo ricorda molto il Real 2002, nel quale la presenza di Claude Makélélé permetteva a Roberto Carlos, Salgado, Solari, Figo, Zidane, Raul e Morientes di scendere in campo contemporaneamente.

Zinedine Zidane capisce benissimo l’importanza di quel tipo di giocatore. Quando il mediano francese venne silurato senza tanti complimenti Zizou disse: “Che senso ha dare un’altra mano di vernice dorata alla Bentley se vendi l’intero motore?”. Da quella cessione le merengues hanno dovuto aspettare il 2014 per mettere di nuovo le mani sulla Champions League.

Zidane, fortuna e bravura

Qui arriviamo dunque all’intelligenza – e alla fortuna – di Zinedine Zidane. Ogni bravo allenatore è anche fortunato, ma non tutti gli allenatori fortunati sono anche bravi. A lungo andare il trucco viene smascherato e la maschera cade. Vincere due Champions League consecutive non è derubricabile alla sola Dea bendata. Segnare due reti su due deviazioni decisive – Bonucci prima, Khedira poi – di certo aiuta, ma i presupposti per arrivare al tiro sono anche merito suo.

Non sono un genio, ha dichiarato a fine partita, smentendo un esaltato Florentino Perez. Eppure l’indicazione, nel secondo tempo, di aumentare la frequenza dei cambi di gioco attaccando sulle fasce è merito suo e di nessun altro. La decisione di puntare contro ogni senso estetico madridista su Casemiro come pilastro è tutta sua. Non chiamatelo solo fortunato.

Il sacrificio di Benzema

Non è stata un’annata facile per Karim Benzema. Il francese è partito male, faticando ad ingranare, con lo score a livello personale. Fischi sonori da parte della platea del Santiago Bernabèu, dovuti soprattutto all’accentramento di Ronaldo. Una presenza pesante: il lusitano ha completato il suo passaggio da numero 7 a numero 9 in questa stagione.

Il francese ha avuto l’intelligenza di mettersi a disposizione, decentrandosi. Nella finale ha giocato praticamente da esterno sinistro, non certo il suo ruolo. In molti parlano del sacrificio di Mandzukic, ma quello di Benzema non è da meno. “Non c’è nessun problema per me, devo solo continuare a lavorare così. Io sono tranquillo e la cosa più importante è scendere in campo e giocare. Devo cercare di difendere di più, ho ricevuto il messaggio del pubblico e continuerò a darmi da fare”.

Cristiano e la ricerca della perfezione

Difficile parlare di Real Madrid senza riferirsi a Cristiano Ronaldo. In questa fase della sua scintillante carriera il portoghese ha riconosciuto il fatto che il suo corpo, uno dei templi meglio gestiti del panorama sportivo mondiale, non è più quello di qualche anno fa. Ha accettato di lasciare il suo ruolo decentrato a sinistra ed è diventato un vero e proprio centravanti.

I risultati sono sotto gli occhi di tutti: 106 gol in Champions League, quando solo pochi anni fa Inzaghi e Raùl si azzuffavano attorno ai 70. L’undici bianconero, sommando le proprie reti, non si avvicina neanche al traguardo del lusitano. A memoria d’uomo si fatica a ricordare uno sportivo così decisivo ed incisivo, sempre determinato, nonostante i trofei conquistati ed i traguardi raggiunti, a migliorarsi, anche quando la carta d’identità inizia a chiedergli di iniziare a mollare il colpo.

Spendere tanto, spendere bene

Perez Cristiano Ronaldo risata
Perez ed un investimento ben riuscito

La disponibilità economica del Real Madrid, rispetto alla maggior parte dei competitors, è straripante. I blancos si sono permessi di pagare Kroos 30 milioni di euro – cifra irrisoria per il valore del giocatore – ma la differenza sta nello stipendio da 12 milioni annui percepito del giocatore, molto più alto di quello dei migliori stipendiati della Juventus. Quando puoi permetterti di pagare ingaggi stratosferici è più facile arrivare per primi sui profili desiderati, l’appeal della camiseta blanca fa il resto.

Ronaldo, Benzema, Isco, Bale, Modric e Kroos sono i giocatori che il Real ha pagato a peso d’oro e che ha inserito con successo all’interno del sistema di gioco. Oltre a questo ci sono le felici intuizioni di mercato: Marcelo, Casemiro e Carvajal, pilastri della prima squadra, sono costati tutti meno di 6 milioni di euro.

Resistere agli assalti

Pogba, giocata sbagliata
Pogba con la maglia dello United

Ricordate, a memoria, il Real Madrid cedere un suo titolare per un’offerta irrinunciabile? È anche questa la grande forza dei dodici volte Campioni d’Europa: mentre il resto d’Europa ha a che fare con giocatori alla ricerca del salto di qualità, sia esso tecnico o economico, a Madrid se vogliono tenerti tu resti. Per dirla parafrasando Cassano, sopra il Real Madrid c’è solo il cielo.

È questa la differenza con la Juventus, che invece molto spesso nella sua storia ha fatto cassa con un fuoriclasse per rifondare la squadra: l’ha fatto con Zidane ad inizio millennio e più recentemente con Paul Pogba. Se la tua intenzione è quella di competere continuamente in Champions League, come nel primo punto di questo dodecalogo, devi avere la forza di trattenere i tuoi giocatori migliori.

Giocare contro il Barcellona

Concludiamo con gli avversari di sempre: quando affronti il Barcellona per quattro volte l’anno tutti gli anni la tua tenuta a livello mentale cambia. Potersi “allenare” contro Messi e compagni rende la pressione di una finale di Champions League decisamente più sostenibile.

Era questo che intendeva Fabio Capello quando parlava di “campionato poco allenante”, dichiarazioni per le quali è stato attaccato a più riprese. Il gap fra un gruppo psicologicamente allenato ad avere sul collo il fiato del Barcellona ed uno che da cinque anni vince il campionato in carrozza non è assolutamente semplice da colmare quando il pallone inizia a scottare.

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