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© Contrataque.it
Cor fu la mia guida nella società. Il valore più importante che mi ha trasmesso è stato la dignità.

Mario Balotelli è come la Gioconda. Parole e musica di Mino Raiola. E Mino Raiola non sbaglia mai, tranne quando vuole ammantare le sue cose di un’eleganza che non hanno. Già, perché la Gioconda è al Louvre da più di due secoli, (quasi) ininterrottamente, mentre Balo all’epoca di questa perla era già al Manchester City, dopo aver mollato l’Inter a vent’anni, senza aver dimostrato neanche chissà che. Mino Raiola non sbaglia mai, non sbagliò con Balotelli e non ha sbagliato neppure stavolta, quando ha strappato Donnarumma al Milan a 18 anni appena compiuti. Ha fatto tutto bene, benissimo, alla grande, come sa fare lui. Tranne che per un piccolo particolare.

La nebulosa citazione che fa da incipit a questo articolo è di Johann Cruyff. Cor è Cor Coster, suocero di Cruyff e procuratore ante litteram per eccellenza. La faremmo lunghissima se entrassimo negli abissi del personaggio. Coster non era esattamente un santo: per dirne una, era un commerciante di diamanti accusato di essere stato una spia nazista negli anni della guerra, benché mai processato. Ma evidentemente con gli affari ci sapeva fare, ben oltre il vile denaro. Il racconto di Cruyff (a pagina 37 della sua illuminante autobiografia) prosegue così: “Sapeva che educarmi in un certo senso faceva parte dei suoi compiti. I calciatori famosi vivono davvero in un mondo parallelo dove tutto è anormale – lo stipendio, l’interesse dei media – e i procuratori devono evitare che i loro assistiti perdano il senso di realtà. È un rischio che con gli anni si è fatto ancora più alto, anche per colpa dei social media. Molti calciatori raccontano di avere migliaia di followers, ma loro chi seguono? Nessuno. E questo non è cool, ma soltanto un limite”. Così, a naso, vi ricorda qualcosa?

L’errore di Raiola, la scelta sbagliata di Donnarumma

Torniamo a noi. Dicevamo che Mino Raiola non ha sbagliato, tranne che per un piccolo particolare. Gianluigi Donnarumma invece sì. Ha sbagliato. Tanto. E forse un giorno (speriamo) lo capirà pure, anche se sarà troppo tardi. Nulla quaestio su un procuratore che fa solo il suo mestiere – il capitalista – nel modo più capitalistico possibile. Donnarumma nell’ottica di Raiola è la mucca ingravidata in modo coatto per farle produrre latte prima del tempo, e se questa è la logica del mercato va “munta” nel modo più redditizio possibile. Ma la mucca non può scegliere, Donnarumma e la sua famiglia invece potevano farlo. E non l’hanno fatto. Hanno lasciato che a scegliere fosse la logica del mercato, quella per cui un calciatore di 18 anni deve scegliere il progetto più convincente per diventare una superstar planetaria anziché quello per diventare il simbolo di milioni di tifosi, a 18 anni con al braccio una fascia indossata da Maldini, Baresi e Maldini. Dice: ma domani si rompe un braccio e il Milan lo manda via a calci. No, questo semmai accadrà al Real Madrid, alla Juve o dovunque diavolo (con la minuscola) vorrà andare il “Modigliani” (altra definizione – sbagliata – di Raiola) Donnarumma. Al Milan, anche senza più le mani, sarebbe rimasto comunque il ragazzino gigante che parava tutto e quel giorno parò anche il suo procuratore, decidendo di sposare una causa, per quanto sgangherata e non proprio limpidissima, nonostante le sirene stramilionarie che cantavano da mezza Europa. E pur restando lì al Milan, anche senza mani, si sarebbe regalato un avvenire sereno grazie ai 25 milioni di euro garantiti dal suo quinquennale firmato nel lontano 2017. Sarebbe stato così per i tifosi, eh, non per la società, che a occhio e croce segue le stesse regole degli agenti ma dall’altra parte della rete. Se non si fosse ancora capito questo articolo è autoreferenziale e un po’ parziale: parteggia per se stesso e per i tifosi. Per noi, per i tifosi (del calcio, non del Milan) comunque fosse andata, anche senza mani sarebbe rimasto Gigio, punto e basta. E invece, non so voi, ma io non riesco neanche più a chiamarlo così. Gigio. Non ci riesco più dopo quel “NO” che ho preso come un rifiuto personale. A me, che tifo Napoli e auguro al Milan decenni di sesti posti. Posso solo immaginare cosa stiano passando i tifosi rossoneri.

Dollarumma come il “giocondo” Balotelli

“Nella mia esperienza il denaro è secondario. Ovviamente i soldi contano, sebbene non abbia mai visto un sacco di soldi segnare un gol. La cosa più importante è la squadra, è sentire il club scorrere nelle vene. Può sembrare contraddittorio, ma io sono un idealista. Sono cresciuto nell’Ajax e, nonostante abbia lasciato il club tre volte in malo modo, ho sempre provato gioia per ogni sua vittoria. È un sentimento che ti entra nel sangue, difficile da definire, ma bellissimo. È un senso di appartenenza che ti fa stare bene e fa funzionare le cose”. Cruyff l’Ajax lo lasciò, e lo fece soprattutto per una prosaicissima questione di soldi, ma se permettete aveva pure 29 anni e aveva già fatto qualcosina per essere associato in eterno a quella maglia bianca e rossa. Donnarumma (o Dollarumma, stando al trend degli ultimi giorni) lascerà il Milan come il “giocondo” Balotelli ha lasciato l’Inter, e probabilmente farà anche una carriera migliore, non che ci voglia poi molto. Ma agli occhi dei tifosi, dovunque decida di andare, resterà per sempre il pagliaccio di McDonald, l’omino Michelin, la mela dell’Apple. Sarà il simbolo di un calcio capitalista e senza sentimenti, che decide cosa conviene, dove conviene e a quanto. L’esatto opposto del calcio romantico, quello che – piaccia o no ai Raiola e a chi lo sta debellando – è ancora il calcio che fa battere il cuore a tante generazioni di non-millennials. Domani chissà, ma ne dovranno passare di cadaveri prima che tutto questo sia normale.

Non è una questione di soldi?

“Cor si assicurò che la mia crescita sportiva proseguisse senza intoppi, ma pensò anche alla mia vita dopo il calcio, e purtroppo al giorno d’oggi sono pochi gli agenti che lo fanno. Ci si dovrebbe chiedere quali siano i veri interessi che tutelano: quelli del calciatore o i loro? Poi, se un agente ama davvero il mondo del calcio, vede anche gli interessi del club, e quindi sa capire cosa un club può permettersi o no, proprio come fece mio suocero durante le trattative con Ajax e Feyenoord”. Mino Raiola, nell’intervista che ‘spiega’ (a modo suo) l’affaire Donnarumma, dice che col Milan non è stata una questione di soldi. E qui Raiola ha sbagliato di nuovo, per quel piccolo, forse insignificante particolare: dire che non è una questione di soldi significa provare a dare a tutta la storia un’eleganza che non ha, e che proprio non può avere. Almeno quella, l’eleganza, lasciamola alla buonanima di Cruyff e al Calcio Totale. Ben diverso dal calcio col totale.

di Antonio Papa (@antoniopapapapa)