Marco Borriello si racconta: “Abitavo nel quartiere col più alto tasso di omicidi”

Marco Borriello si racconta: “Abitavo nel quartiere col più alto tasso di omicidi”

Protagonista nell’ultima stagione in Serie A con la maglia del Cagliari, Marco Borriello ha rilasciato una lunga intervista ai microfoni di Premium Sport all’interno di “9 – Storie di Bomber”. L’attaccante napoletano ha iniziato a girovagare fin da piccolo per trovare la giusta dimensione cambiando tantissime squadre nel corso della sua lunga ed entusiasmante carriera. Dalla Triestina al Milan passando per Genova e Roma. In Sardegna, infine, il bomber campano sembra aver ritrovato la voglia di giocare e di segnare gol belli e decisivi come faceva un tempo. “Ho vissuto a Napoli fino a 14 anni: andare a scuola per me era una tragedia. La maestra spiegava e io pensavo alle rovesciate e ai tiri che dovevo fare con i miei amici del quartiere. Giocavo in piazza, poi sono entrato in una scuola calcio. Nell’aprile del 1998 venne a vedermi Franco Baresi, che era il responsabile del settore giovanile del Milan all’epica. Feci una partita stupenda da esterno sinistro. A Napoli non vedevo futuro, mia mamma era contenta di mandarmi al Nord, perché avevo delle amicizie un po’ così, c’erano bravi ragazzi e ce ne sono alcuni che sono ancora oggi in galera. Abitavo nel quartiere col più alto tasso di omicidi in Campania”.

Borriello, il Milan nel destino

“L’allenatore della Primavera del Treviso mi spostò centravanti e feci tanti gol: mi sono sempre sentito attaccante. Da lì mi mandarono alla Triestina e io avevo un entusiasmo incredibile, i miei compagni mi volevano bene perché io correvo anche per loro. Poi andai al Milan nel 2001: Galliani in ritiro presentò tutti i giocatori e mi fece cantare Malafemmena, ebbi tanti applausi. Quell’anno esordii, Nesta, Maldini e Kaladze mi picchiavano in allenamento, ma mi apprezzavano. A me non fregava niente, volevo arrivare. Giocavo poco, andai a Empoli, segnai il primo gol in A e tornai al Milan. Non dico che ho perso un anno, ma giocare è importante”.