mercoledì, Gennaio 19, 2022

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Fiorentina revolution: stop al catastrofismo, ecco il nuovo ciclo

Come si fa la rivoluzione in una squadra di calcio di Serie A nel 2017? “Soldi in bocca” – alla Bud Spencer, per intenderci – o come diceva Victor Hugo “Si dovrebbe prendere la società ai quattro angoli della tovaglia e buttar tutto in aria”. Il grande discrimine gira intorno ad una premessa fondamentale: a vedersi rovesciato non è un comparto societario, ne tanto meno i capisaldi dell’amministrazione, quanto quello tecnico e sportivo. Nuovo allenatore, nuovi giocatori ma con usanze antiche, che possono far storcere il naso ai più. Del resto, pensare che a rivoluzionare una squadra siano gli stessi che fin qui l’abbiano traghettata lascia stupiti, ma il mondo privato non prevede ingerenze asfittiche o estemporanee di chi nulla ha a che spartire con esso, soprattutto se a ragionare sono appassionati, tifosi, amanti. Ecco quindi che nel mondo Fiorentina spunta la domanda dalle mille pistole: “Ci sono i soldi?”.

Fiorentina e catastrofismo: Firenze mostra la sua faccia peggiore

Risposta immediata: sì e no. Dipende dall’uso che se ne fa di essi. I Della Valle hanno passato il primo mese post-campionato a ricordare come siano loro ad avere tra le mani i cordoni della borsa – più serrati che mai -, con il comunicato sulla vendita della Fiorentina apparso subito come una ripicca verso l’universo viola che non una richiesta di aiuto o messaggio di addio, con tanto di cartellino e prezzo di vendita. Nessun “approccio sceicco”, si passa da un Corvinismo soft ad Corvinismo hard: il massimo del bipolarismo consentito. Ecco allora che i movimenti di mercato che dovevano essere fatti negli anni passati, come le cessioni di Borja Valero e di Ilicic, sommate a quelle annunciate a più riprese dei vari Kalinic e Bernardeschi finiscono per trasformare l’estate fiorentina in un vero e proprio calderone degno di Malebolge. Il disegno dantesco è tornito poi dagli altri cerchi infernali gremiti di tifosi intenti a scudisciare e scudisciarsi, rivoltarsi come se ne valesse della propria vita, inquinare i social con insulti e spergiuri, pronti ad attaccare striscioni ai cancelli del Franchi rivendicando così il diritto di intelletto di un’intera tifoseria. Insomma, la faccia peggiore della fiorentinità. Mettiamoci pure il modo di articolare risposte mediatiche della Viola e il gioco è fatto: si naviga a vista, verrebbe da dire e/o pensare.

Pioli e la squadra soli come non mai

Nella querelle tra i tifosi e i dirigenti a rimetterci è solo la Fiorentina squadra. I ragazzi di Pioli sono più lontani che mai dalle telecamere, schermati dai titoloni dei giornali che riportano i volti e i nomi di sedicenti compagni di squadra che alcuni non hanno mai visto, altri hanno invece salutato a fine stagione scorsa. Nel mezzo lui: Stefano, nuovo tecnico gigliato che sperava di aver trovato la tranquillità in riva all’Arno dopo l’ambiguo inverno sul Naviglio. Sia mai, trincerato dietro le alte spalle di Astori, unico pezzo rimasto con il physique du rôle degno di nota, ha ribadito le sue necessità, la sua voglia di costruire una squadra capace di attirare la gente. Prendiamo atto di questo, anche perché Pioli è bravo in tutto tranne che nel nascondersi: troppo poco mediatico per una big, troppo ben preparato per una squadra che punta solo alla salvezza. La Fiorentina è la “terra di mezzo”, nonché quella promessa, per il tecnico di Parma. Capace di gestire polveriere assodate – la Lazio di Lotito, ad esempio -, è sempre stato un tecnico bravo a sviluppare le peculiarità dei suoi uomini. Per Corvino è una dote, per i suoi detrattori un simbolo di “aziendalismo”: eppure sarà proprio lui il “primo mattone” del nuovo corso gigliato. Mentre si vede sfilare i pezzi pregiati da sotto le mani, ultimo ma più doloroso di tutti il probabile addio di Vecino, lavora sul campo con i giovani speranzoso di veder varcare la porta a qualche virgulto d’eccezione (Simeone in particolare).

Mercato in rapido divenire

Le cessioni hanno ad ora abbassato il monte ingaggi della Fiorentina di quasi 16 milioni di € lordi, che potrebbero aumentare nei prossimi giorni. Tagliati soprattutto numerosi stipendi “pesanti” che poco e nulla hanno reso in termini tecnici nell’ultima stagione: pensiamo a Gonzalo Rodriguez, Josip Ilicic, Borja Valero o Tello. Tutti al di sotto delle aspettative per una rendita stagionale decisamente mediocre. Federico Bernardeschi è la chiave di volta del calciomercato gigliato, la Juventus ha staccato un assegno da 40 milioni per un ragazzo che a 23 anni ha messo insieme 14 centri in Serie A in tre stagioni, più che del presunto “erede di” un qualcuno non meglio identificato (se non per  il numero sulla maglietta). Tra Kalinic e l’uruguaiano su cui ha messo gli occhi Spalletti ne dovrebbero arrivare altri 37 (immediatamente) e una 15ina il prossimo anno. L’ossatura della squadra verrà quindi completamente riassemblata intorno ad una difesa arcigna e dalle caratteristiche pseudo-internazionali: Sportiello sarà il nuovo portiere, Astori-Vitor Hugo e Gaspar i sicuri titolari mentre a sinistra resta da colmare il posto lasciato da Milic (Olympiacos). Sulla mediana spazio a Vertout – per il cui annuncio si attende la prossima settimana -, Badelj e altri due pezzi da identificare (Fofana dell’Udinese, uno di questi). In attacco ad avere un posto fisso sono Saponara e Chiesa, mentre Corvino vuole chiudere per Eysseric, con Simeone che avrebbe espresso la sua preferenza per Firenze.     

Unica soluzione

Stravolgere tutto per tornare ad essere competitivi in futuro, almeno in ottica Europa League. Questo è quanto. In Serie A stanno passando i “big money” e bisogna solo capire chi sarà più bravo ad accaparrarseli, onde evitare di rimpiargerli in futuro. La Fiorentina è una società che vive di luce riflessa: ogni grande passo fatto sul campo deve portare ad un rinforzamento economico dei bilanci che passa – inevitabilmente – per cessioni di livello soprattutto se non può contare sui diritti tv al pari delle altre. La grandezza di una squadra sta nel rinnovarsi, nella propensione a gestire virtuosamente i propri indotti legittimando al massimo il lavoro fatto dai talents scout. Una realtà che cozza con quella sportiva, di chi sogna di vincere qualcosa o almeno lottare: come se il calcio fosse un gioco in cui partono tutti alla pari o dove vige la meritocrazia. Niente di tutto ciò: gli investimenti fanno la differenza, negli ultimi anni si sono create disparità impossibili da colmare a meno di cambiamenti importanti sotto il profilo delle governance in materia di tv o di costruzione di impianti. A fronte del grande ritorno sulla scena delle milanesi, con il Napoli entità di livello assoluto in Italia e una Juventus sempre più invincibile, non è da considerarsi un errore programmare l’inizio di un nuovo ciclo. A maggior ragione se questa sembra l’unica via possibile dopo un anno di calcio frustrante Sousa-style. La sensazione è che si debba fare la rivoluzione perché quello che ne scaturirà dopo sarà sicuramente meglio di quello che vi era prima.

Stefano Mastini

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