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fonte: http://www.footballexpert.com

Maurizio Sarri affronta la trasferta più lunga della prima parte di stagione, e la cosa che viene da dirgli prima di tutto è che il viaggio in aereo non è il suo principale problema, perché lo Shakhtar Donetsk è il vero trabocchetto da disinnescare in un girone di Champions che non deve fare paura ma che impone, senza dubbio, attenzione. Fra tutte le difficoltà e i drammi che gli eventi di questa epoca storica stanno portando da quelle parti, il Futbolniy Klub Shakhtar rimane un avamposto calcistico. Nel senso che stiamo parlando di una realtà in cui risiede un progetto vero, duraturo e qualitativo, che porta impresso il nome di un grande maestro troppo poco celebrato: Mircea Lucescu.

Dopo tredici stagioni, nel 2016 il tecnico romeno ha passato la mano a quello che si sta dimostrando un perfetto erede per gestire questo tesoro: il portoghese (originario del Mozambico) Paulo Fonseca, che dopo aver sorpreso tutti con imprese come qualificare il Paços de Ferreira ai preliminari di Champions League o far vincere la Coppa di Portogallo al Braga a cinquant’anni di distanza dall’ultima volta, si è presentato a Donetsk senza paura e con l’illuminata idea di proseguire la strada di Lucescu. La strada di un calcio marcatamente latino, offensivo, veloce e imprevedibile. Con il risultato di ottenere al primo colpo un doblete campionato-coppa che allo Shakhtar mancava dalla stagione 2012-2013. Stagione che è stata anche l’ultima in cui gli ucraini hanno superato la fase a gironi nella massima competizione europea: allora come oggi, ironia della sorte, erano inseriti in un girone che sembrava apparecchiato per il placido passaggio di turno di due big, una italiana e una inglese. Andò avanti la Juventus, rimase piantato lì il Chelsea….

Shakhtar Donetsk, chi tenere d’occhio

Il passaggio di turno, oggi, è più un obiettivo che un sogno per una squadra matura, sicura di sé e complicata da affrontare. Soprattutto a livello difensivo, perché la base brasiliana portata da Lucescu dà allo Shakhtar non solo un contropiede dal quale guardarsi bene, dove le ali Taison e Bernard rappresentano frecce esterne con un tasso tecnico significativo a velocità vertiginose, ma ha permesso anche alla base di giocatori locali di accrescere sensibilmente il proprio livello. L’esempio chiaro è rappresentato da Viktor Kovalenko, centrocampista classe ’96 che negli ultimi tempi ha modificato il proprio posizionamento in campo, passando dall’essere un interno puro al giocare sotto la punta, per sfruttare le sue ottime doti di inserimento e le sue giocate risolutive. Con piena soddisfazione sia di Fonseca che di Shevchenko, suo commissario tecnico in Nazionale. Altre due figure sono da tenere d’occhio: il centravanti argentino Facundo “Chuky” Ferreyra, talento precoce emerso dal Banfield, esploso nel Velez, passato attraverso enormi difficoltà nelle sue prime tre stagioni europee ma ridestatosi nettamente in un ultimo anno in cui ha preso una continuità realizzativa che impone prudenza, e il mediano brasiliano Fred, ventiquattrenne scuola Internacional che ha i mezzi per essere un centrocampista centrale di altissimo livello, e che – se riuscirà a superare psicologicamente la botta della squalifica per doping della scorsa stagione – può rivelarsi un tremendo valore aggiunto. Poi c’è anche il rovescio della medaglia, rappresentato da una difesa un po’ impacciata, che ha aperto la porta in sei delle otto partite fin qui disputate nel campionato ucraino e che sembra poter soffrire enormemente le folate dei talenti azzurri.

Questo per dire chiaramente che il Napoli ha tutto per poter partire di slancio in un’avventura che inizia oggi e nella quale non deve porsi limiti, specialmente dopo la dimostrazione data nel playoff con il Nizza. Però attenzione: adesso è vera Champions e il primo avversario è già di livello superiore rispetto ai francesi. Ci vuole attenzione, ci vuole mentalità e ci vuole convinzione: questi sono i gradini che Sarri dovrà far salire alla sua squadra, una squadra che l’anno scorso ci ha portato il gioco più bello e più nuovo che si sia visto in Italia da diverso tempo, ma che ora deve concretizzarlo. Tradotto: deve vincere.

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Stefano Borghi, pavese classe ’82, ama le squadre di calcio con una tradizione e una bella maglia, oltre che le chitarre ruvide e le cene di qualità. Di professione fa il telecronista: gli piace raccontare storie vere e prova a tirarle fuori dall’ordinario, guardando più al contenuto che all’involucro. Oggi lavora per Fox Sports ed è la voce della Liga spagnola