lunedì, Dicembre 6, 2021

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Sogno o son Ljajic?

Mandzukic, Perisic, Ilicic, Ljajic. In serie A spira forte il vento dell’est, una corrente d’aria meno gelida di quella che nei prossimi mesi porterà nel nostro paese la temutissima aria fredda che contribuirà a rendere rigido l’inverno, certamente piacevole per chi ha la fortuna di godere a pieno delle giocate di questi talenti enigmatici. Aggettivo sin troppo benevolo nei confronti di giocatori spesso dotati di una classe fuori dal comune, cui fa da contraltare un’indolenza talmente difficile da descrivere, che alla fine si è portati a credere possa essere insita nella natura del popolo slavo. Discontinui, eppure tremendamente forti, i calciatori balcanici hanno le sembianze delle sirene ammaliatici capaci di mettersi in crisi le certezze di Ulisse nel suo viaggio verso Itaca. Guai ad innamorarsene, perché la beffa potrebbe essere dietro l’angolo. Così anche il campionato italiano ha imparato nel corso degli anni a decifrare i loro umori, aldilà delle gesta tecniche. Dopo una grande prestazione, sarà molto difficile ne arrivi subito un’altra, ed ecco perché quando accade, fa sempre notizia. A Torino, sponda granata, l’inizio di stagione di Adem Ljajic ha colto tutti di sorpresa, alimentando la convinzione che questo possa essere per i granata l’anno del definitivo salto di qualità, proprio alla vigilia del derby della Mole in programma sabato sera.

Il sergente e l’allievo

Uomini, prima che atleti. I calciatori nati nelle repubbliche della ex Jugoslavia hanno tanti difetti, ma non mancano certamente di personalità e integrità morale. Il 26 maggio 2012 Adem Ljajic, all’epoca ventunenne, si appresta ad affrontare la Spagna campione del Mondo in amichevole con la maglia della nazionale serba allenata da Sinisa Mihajlovic. Prima del match, durante l’esecuzione degli inni nazionali, tutti si accorgono che il ragazzo di Novi Pazar non sta cantando il Boze Pravde, al contrario di tutti i suoi compagni. I settantacinque minuti disputati quel giorno resteranno gli ultimi disputati nell’era Mihajlovic, che decide di escluderlo dal giro delle convocazioni a causa proprio del suo rifiuto di cantare l’inno. Scelta se vogliamo impopolare, ma radicata nelle origini di Ljajic, nato in una zona di confine vicina al Kosovo a maggioranza musulmana, etnia da sempre in contrasto con il governo centrale della capitale Belgrado. Trascorreranno quasi due anni prima di rivederlo in nazionale, periodo in cui il giocatore non rinnegherà mai la propria decisione, riappacificandosi però con quello che molti addetti ai lavori riconoscono come il suo vero padre calcistico. Un rapporto turbolento quello tra lui e Mihajlovic, l’uomo che più di tutti l’ha voluto con sé nell’estate 2016, convincendo il presidente Cairo a sborsare la cifra record di 9 milioni di euro. “Ljajic? Un disastro. Non mi era piaciuto con la Juve e nemmeno oggi. Speriamo si svegli perché se è così è meglio non averlo…”, dirà il tecnico serbo a proposito del suo giocatore dopo la gara persa a Napoli nel dicembre scorso. Stilettate, battibecchi, rimproveri, spesso creati ad arte nel tentativo di destare il suo numero dieci, sempre troppo discontinuo nel corso dei 90’, svagato e indolente, nonostante qualità e talento. La stagione vive di picchi altissimi (notevole quello registrato tra l’ottava e la quattordicesima giornata, 4 reti, 3 assist) e inspiegabili latitanze (tra la quindicesima e la trentunesima, 2 reti, 4 assist), fino al suo punto di svolta, quando nella trasferta di Cagliari, Mihajlovic abbandona il 4-3-3 per passare al 4-2-3-1, schieramento che prevede Ljajic nella posizione di trequartista alle spalle di Belotti.

Continuo, determinante, protagonista

Con il cambio di posizione, Ljajic è più libero di svariare lungo tutto il fronte offensivo, divenendo meno prevedibile per gli avversari. L’esperimento funziona, se è vero che nelle ultime otto giornate dello scorso campionato, il trequartista serbo trova quattro volte la via del gol, servendo un assist decisivo a Iturbe nel pareggio 1-1 con la Sampdoria. Confortato dai numeri e dal riscontro del campo, Mihajlovic decide di insistere con il 4-2-3-1 anche nel precampionato estivo, anche a costo di sacrificare l’ex capitano Benassi, ceduto sorprendentemente alla Fiorentina perché voglioso di quello spazio che con il nuovo modulo tattico non gli verrebbe garantito. I risultati sono sotto gli occhi di tutti: in queste prime cinque giornate Ljajic ha messo assieme 3 gol e altrettanti assist. Dati che sanciscono il suo miglior inizio stagionale in carriera, supportati da numeri e statistiche da assoluto protagonista. 87.8% di passaggi riusciti, 3.8 di media di tiri a partita (fonte, www.whoscored.com), sempre impiegato per tutti i 90’, imprescindibile per il proprio allenatore, simbolo assieme a Belotti di un Torino ancora imbattuto. Finalmente maturo, resiste alla tentazione di estraniarsi dalla contesa proprio perché maggiormente al centro del gioco rispetto al passato, aprendo spazi interessanti per gli inserimenti senza palla dei centrocampisti, ispirando l’ultimo passaggio per le punte. Ecco perché, con l’autunno alle porte, dalle parti dello Stadio Olimpico Grande Torino tutti si augurano continui a spirare quel piacevole vento da Est…

 

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