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Guardiola e Touré - FOTO: Telegraph

Alla fine della scorsa stagione Pep Guardiola aveva dichiarato: “Nella mia situazione, in un grande club sarei stato licenziato. Nei club in cui ho lavorato in precedenza, oggi non sarei qui. In sei mesi, al Barcellona o al Bayern Monaco se non vinci sei fuori. Lì tu devi vincere. Non ti danno una seconda chance. Qui, mi hanno dato una seconda possibilità e cercherò di farlo. La prossima stagione avrò un altro anno di contratto e se le cose non andranno bene cambieranno sicuramente allenatore”. Parole oneste da parte di un personaggio che più di tutti ha influenzato il calcio contemporaneo e ad oggi siede sul punto più alto della Premier League insieme al nemico di sempre. Eppure parlare di rivalità fra Mourinho e Guardiola è quasi irrispettoso: i due hanno sempre ammesso di stimarsi reciprocamente al di là di frecciatine e battibecchi da campo. Per tanto Pep dopo un anno ha permesso alla sua squadra un processo di miglioramento tale che ad oggi non c’è squadra in Europa che giochi meglio del Manchester City. Quando a inizio settembre vennero estratti i gironi di Champions nessuno era consapevole, come oggi, di quanto Manchester City-Napoli sia prospetticamente la partita di calcio tatticamente più avanguardista degli ultimi dieci anni.

Manchester City, cinture allacciate

Quest’anno il City ha definitivamente messo da parte la suggestiva ipotesi della difesa a tre, ideale introdotto dal Guardiola nel suo schema al Bayern ma tutti, forse anche lui stesso, ha capito che effettivamente era un rischio troppo poco comodo da assumersi. Ad oggi il Manchester ha una solida e audace linea di quattro difensori che a livello fisico non soffrono più i limiti tecnico-fisici dei difendenti dello scorso anno. Quella della prima annata di Guardiola con Kolarov, Sagna e Clichy fra i titolari non era certo la difesa voluta dal catalano, che oggi invece schiera Walker, Stones, Otamendi o Kompany e Mendy. Ma al di là degli uomini è il sistema che è cambiato: nell’ultima partita contro il Chelsea Delph è stato adattato a laterale sinistro nonostante il suo identikit di interno di centrocampo e il risultato è stata una prova ai limiti del capolavoro. Quindi non è solo una questione di uomini ma soprattutto di copertura collaudata. Raramente il City lascia scoperti i difensori, e quando lo fa non sono mai inferiori di numero all’offensiva avversaria: non a caso è diventato fondamentale il brasiliano Fernandinho, che se lo scorso anno era più un mediano dalla vorace grinta ora è un autentico re dell’equilibrio. Questo perché è migliorato nella posizione tattica in campo ed è meno riflessivo nel giocare il pallone. Anche la fisicità e la corsa dell’attuale miglior giocatore dei Citizens, Kevin De Bruyne, sono per la squadra elementi di imprescindibilità sia in fase difensiva che in quella avanzata. Dopotutto con Guardiola il concetto di coralità è più un credo che un semplice comando e l’attuale forza del City sta proprio nell’averla rodata al massimo della sua forma.

Personalità non nascoste

Quando a gennaio scorso Guardiola fece spendere diciassette milioni di pounds per prelevare Gabriel Jesus dal Santos molti non credevano che il giovane brasiliano sarebbe potuto diventare uno dei migliori centravanti dei campionati europei. Invece Jesus ha letteralmente rotto gli equilibri delle difese della Premier e dopo tanti anni si è rivisto in Inghilterra un attaccante non troppo forte fisicamente ma freddo sotto rete e devastante dal punto di vista tecnico. Quattro reti in sei partite giocate lo rendono un giocatore dall’importante vena realizzativa e con questo score in Premier di giocatori come lui pochi ce ne sono. Quella che inizialmente sembrava una staffetta con Aguero è diventata una micidiale arma offensiva ben sfruttata da Guardiola, che quando ha la possibilità di schierare il definitivo 4-2-4 con due punte centrali nasce un fitto sistema di scambi, movimenti dentro-fuori in area e corse sul filo del fuorigioco. Da notare poi come l’interesse offensivo della squadra dell’ex Barcellona possa contare soprattutto sulla definitiva consacrazione degli esterni ad eccezione dell’eterno incompiuto Sterling, definito da Massimo Marianella “troppo forte ma anche troppo incostante”. Certo quando una squadra chiude bene gli spazi come ha fatto il Chelsea sabato diventa difficile non sfociare in un ripetitivo possesso palla al limite dell’area, eppure con la classe e il movimento dei tenori offensivi Guardiola ha la possibilità di sbloccare il risultato e poi vincere, come effettivamente è accaduto nell’ultimo turno. Ultima nota va fatta ai ricambi, finalmente di livello a tutti gli effetti dopo il mix tecnicamente pericoloso della scorsa annata: questa volta in panchina siedono regolarmente Gundogan, Bernardo Silva, Sanè, Danilo, giocatori che sarebbero ultra titolari in club tanto prestigiosi quanto quello dell’Ethiad. La stagione è iniziata da poco ma Guardiola corre già come se fosse al rettilineo finale e se non si brucia prima, come purtroppo è successo a inizio 2017, il Manchester City può diventare una delle migliori tre squadre d’Europa.