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Argentina-Perù, partita decisiva per andare al Mondiale. Detta così, mi fa venire i brividi. Perché il mio ricordo di “Argentina-Perù, partita decisiva per andare al Mondiale” significa rivivere la notte più incredibile, magica, emozionante e indelebile che il mio lavoro mi abbia mai portato. La notte a cavallo fra il 10 e l’11 di Ottobre del 2009, la notte del debutto (con gol) di Higuain nella Seleccion, di una tempesta biblica che arrivava fin dentro alla mia sala di speakeraggio sotto forma di telecamere appannate che non permettevano di vedere nulla. La notte del terrore e del mito, del pareggio di Rengifo, del tuffo di Maradona nella piscina del Monumental, dell’eterno Martin Palermo, tornato dopo dieci anni per fare uscire uno spiraglio di luce nella bufera dell’Argentina.

Prima e dopo, di partite ne ho viste e ne ho fatte tante. Ho assistito a cose magiche, ho vissuto Clasicos infiniti, ho ammirato due supereroi come Messi e Ronaldo fare gesta sovrumane. Il calcio mi ha recitato poesie, presentato drammi, dato lezioni e mi ha fatto anche arrabbiare. Ma mai mi ha toccato l’anima così in profondità come quella notte. E adesso, otto anni dopo, ci risiamo.

Argentina-Perù, la Bombonera aspetta i peruviani

Oggi molte cose sono diverse, ma sono tante anche le similarità. A partire dal fatto che l’Argentina è sì con le spalle al muro, ma nella situazione di avere il proprio destino in mano: a due giornate dalla fine del girone, l’Albiceleste è in quinta posizione (quella che la porterebbe comunque a un comodo playoff) e battendo il Perù lo staccherebbe, insediandosi in maniera pressoché definitiva fra le prime quattro e mettendosi in tasca la qualificazione. Però se non dovesse riuscirci si spalancherebbero davvero le porte dell’inferno, perché Cile e Paraguay le stanno alle calcagna. E allora, per esorcizzare una prospettiva infernale, a Buenos Aires hanno deciso di portare i peruviani nell’antro del Diavolo.

classifica sudamerica

Argentina-Perù si gioca infatti alla Bombonera, la ripida casa del Boca Juniors, là dove la terra pulsa (e non è un mito, la tv peruviana lo ha appena dimostrato) e dove, per uscire vivo, devi fare attenzione a ogni dettaglio. E magari snocciolare qualche preghiera. Lo sa bene “el Tigre” Gareca, che l’ha fatta esplodere quando vestiva la maglia azul y oro, che l’ha affrontata ai tempi del suo ciclo dorato al Velez e che ora ci porta un Perù determinato a fare quadrato su se stesso. Talmente tanto che la Nazionale con la banda rossa (outfit niente male per una serata di gala a La Boca…) si è presentata in Argentina con ampio anticipo e portandosi tutto l’occorrente per non dover dipendere da niente e da nessuno, compresa una scorta di viveri, perché si sa, in questi casi – da quelle parti – si fa di tutto per vincere. E quando si dice “di tutto”, l’interpretazione deve essere la più letterale. Spesso in senso negativo, da qui la decisione dei peruviani di portarsi persino l’acqua per timore di contaminazioni. A volte però anche con quell’ironia surreale che solo in Sudamerica vive ancora: vedremo se succederà davvero, però pare che qualcuno si sia messo in mente di dipingere le pareti dello spogliatoio degli ospiti di verde, colore odiato ed evitato dallo scaramantico DT Gareca.

La certezza è che attorno al campo ci sarà un vero e proprio calderone ribollente: Sampaoli ha voluto la Bombonera (nonostante sia stato lo scenario dell’ultima e unica eliminazione argentina sulla strada verso un Mondiale, nel 1969 proprio contro il Perù…) e la Federazione ha fatto in modo che si presenti nella sua versione più caliente, di fatto regalando seimila biglietti alla barrabrava del Boca Juniors (un potente gruppo criminale più che un’associazione di tifosi) per fare in modo che “La 12”, la mitologica curva xeneise, sia pronta ad essere il dodicesimo, e forse anche il tredicesimo, uomo in campo. Però poi la cosa più importante è quello che succederà dentro al terreno di gioco, dove l’Argentina del Pelado dovrà vincere la partita. E gli ultimi segnali, per la verità, non sono stati molto incoraggianti. Per questo – anche se lo dicono in pochi – in Argentina hanno creato un ambiente da paura proprio perché hanno paura.

L’Argentina di Jorge Sampaoli

Jorge Sampaoli, tecnico impregnato di scaltrezza prima ancora che di filosofie, bravissimo nel cavalcare i sentimenti popolari e nel tradurli in benzina per alimentare sé e le sue squadre, sta preparando questa partita da un mese. La considera una cosa a parte, non una semplice tappa nel suo cammino di costruzione della “Nazionale degli argentini”. Lo aveva fatto anche Maradona nove anni fa, scegliendo di far debuttare Higuain ed Enzo Perez, soprattutto portandosi in tasca il talismano Martin Palermo. Stavolta il Pipita non ci sarà, escluso (molto discutibilmente) per scelta tecnica dalla lista così come altre figure che con ogni probabilità torneranno ad essere importanti, a partire dal sempre più stupefacente Joaquin Correa. Ma oggi, quello che punta ad essere sia l’Higuain che il Palermo della notte, è uno che in Europa conoscono ancora in (troppo) pochi: Darìo Ismael Benedetto, ça va sans dire il centravanti del Boca Juniors. L’idea di Sampaoli è quella di piazzare Mauro Icardi come numero nove titolare, però Benedetto lo tenta e lo intriga: ha segnato 31 reti in 38 partite ufficiali con la maglia xeneise, le ha fatti in tutti i modi. In più, è uno che non rifugge la pressione, che vive il calcio con serenità e così si approccia al suo ruolo di cannoniere. E’ un “ottimista del gol”, e non credo di dovervi ricordare chi ha portato per molti anni questo soprannome…lui potrebbe essere l’uomo di punta, ma sicuramente l’epicentro sarà Leo Messi. Un Messi che ha iniziato la Liga come mai aveva fatto prima d’ora, segnando 11 gol in 7 partite e riprendendosi una posizione centrale nell’apprezzabilissimo sistema di gioco del Barcellona di Valverde: il suo capitolo con la Seleccion è l’unica, pesante sbavatura nel più grande ritratto che il calcio abbia mai prodotto; lì, a casa sua, trova le uniche voci aggressive e contestatrici, spesso rese miopi da un amore viscerale che trascende verso il morboso. Ma lì, adesso, è al momento cruciale e ci arriva come un Messi trentenne, maturo, arrabbiato e determinato a fare uscire dalle bocche dei suoi connazionali solo grida di esultanza. Dietro al “nove” e al “dieci”, possiamo aspettarci una squadra diversa dalle versioni che fin qui hanno caratterizzato l’inizio dell’era Sampaoli. Possiamo aspettarci una difesa a quattro, dove tornerà a comandare il Jefecito Mascherano, rabbuiato e seccato dalle panchine di fine estate ma rigenerato dalla continuità trovata nelle ultime settimane e, soprattutto, figura dal carisma indispensabile per sostenere le pressioni e affrontare le paure. Con lui, tre soldati da trincea: Mercado, che a Siviglia si sta confermando di livello mondiale, Otamendi e Marcos Acuña, che ha caratteristiche più da esterno offensivo che non difensivo ma che al momento rappresenta l’opzione migliore in un ruolo, quello di terzino sinistro, che non ha un vero e proprio profilo definito. Così come non appare ancora definito il centrocampo, sia nella forma che nella sostanza: fra gli “europei” Biglia e Banega e i “porteños” Gago ed Enzo Perez usciranno due (se non tre) centrocampisti puri, poi c’è Leo Messi e una folta batteria di candidati per la trequarti, da un Rigoni che a San Pietroburgo è sempre più in rampa di lancio fino a un Di Maria sempre sul filo del rasoio, passando per il Papu Gomez, ora come ora una carta alla quale chiunque rinuncia con fatica. Lo sapremo all’ultimo, quando scoccherà di nuovo l’ora della storia a Buenos Aires. Lo vedremo sul campo, sul prato della Bombonera, in questa “Argentina-Perù, partita decisiva per andare al Mondiale” che ci dirà se la Seleccion risorgerà o se andrà incontro a uno dei più grossi fracassi della propria storia. Soprattutto, statene certi, vedremo cose che non dimenticheremo facilmente.