SHARE
Mimmo Caso
Mimmo Caso - FOTO: TV2000

Il concetto del Fato e delle sue conseguenze è sempre più pressante nella vita di tutti i giorni, poiché per molte persone sembra aver assunto importanza più della vita stessa. D’altronde la gente è divisa in due macro-categorie: perché ci sono quelli che “ognuno è artefice del proprio destino” e altri che invece si ritengono essere solo delle marionette in mano a chissà chi (o cosa). Probabilmente la verità, come spesso accade, si trova invece situata nel mezzo o, quantomeno, nell’esperienza che ogni singolo individua accumula nel corso della sua esistenza. Al di là della facile ironia con il suo cognome, evidentemente non possiamo sapere in quale delle due fazioni Domenico “Mimmo” Caso si sia schierato. Ciò che sappiamo, però, è che forse la sua esperienza come allenatore non è stata esattamente una buona idea a livello progettuale ma magari, per l’appunto, solo frutto di qualcosa che non possiamo controllare e che invece controlla noi.

Mimmo Caso, una carriera da allenatore mai decollata

Come tanti altri colleghi prima di lui, Caso arriva ad allenare dopo una buona carriera da calciatore: in tanti anni nel pallone italiano arriva a vestire maglie prestigiose come quelle di Fiorentina, Napoli, Inter, Torino e Lazio, potendo vantare anche una presenza nella Nazionale maggiore e uno Scudetto con i nerazzurri. Dopo il ritiro la sua ambizione è quella di iniziare ad allenare, magari raggiungendo risultati ancor migliori come guida per i calciatori più giovani. Il suo percorso, peraltro, inizia bene: con la Primavera della Fiorentina – squadra con la quale aveva totalizzato più di 130 presenze in campionato – vince il prestigioso Torneo di Viareggio. Chi ben comincia è a metà dell’opera a quanto si dice, così Mimmo Caso preme sull’esperienza nei settori giovanili e compie un altro “ritorno”, stavolta alla Lazio: nel club biancoceleste lancerà alcuni dei futuri campioni del domani, come Nesta, Roma e Di Vaio. Con il club della Capitale vince anche il campionato Primavera 1994-1995. E quindi, dov’è l’inghippo? In pochi anni due trionfi a livello giovanile e la fama di guru per i ragazzini. I dolori però arrivano quando Caso decide di confrontarsi con realtà già consolidate a livello di rosa. E la sua aura da santone finisce inevitabilmente per dissolversi. La sua prima esperienza con i “grandi” arriva nel 1997 a Foggia: il club pugliese deve salvarsi dalla retrocessione in Serie B e si affida proprio a lui per farcela. La stagione è incredibilmente travagliata per tutti: Mimmo Caso raccoglie il primo esonero della sua carriera alla 23esima giornata, salvo poi essere richiamato qualche settimana più tardi dopo un altro cambio in panchina. La missione salvezza però fallisce e il Foggia retrocede in Serie C1 nonostante una rosa assolutamente competitiva. Nella stagione successiva è il Chievo a dargli una possibilità ma per la seconda volta consecutiva il tecnico viene esonerato, stavolta dopo 14 partite. La tendenza non si interrompe nemmeno alla Pistoiese: arrivato per sostituire Pillon, viene a sua volta rimpiazzato dopo appena 10 partite. Paradossalmente, però, Caso si ritroverà nel giro di qualche anno ad allenare addirittura in Serie A.

Mimmo Caso
Mimmo Caso – FOTO: Sportitalia

Core de Lazio

Nella stagione 2003-2004 la Lazio torna a bussare alla porta di casa del tecnico, che nel frattempo aveva tentato addirittura l’avventura in Nazionale Under 18. La società lo vuole nuovamente come allenatore della Primavera: Caso – che comunque mantiene la sua bontà lavorativa nell’ambito giovanile – accetta, senza conseguire però risultati clamorosi. La vera e inattesa svolta arriva nella stagione successiva: Claudio Lotito gli chiede aiuto per guidare la prima squadra. Il club vive una forte crisi economica e c’è bisogno di un condottiero interno, che conosca l’ambiente e possa arrivare a risultati quantomeno decenti. Caso accetta e diventa il primo allenatore dell’Era Lotito. Così come, dopo 16 partite, diventerà il primo tecnico esonerato dal patron laziale: alla base della cacciata la pochezza di punti in campionato (appena 17) e il cattivo rapporto con alcuni senatori della squadra, tra cui il leader Paolo Di Canio. Dopo l’unica esperienza in Serie A come allenatore Caso prova un colpo di reni anche in Serie B: chiamato dalla Ternana per evitare la retrocessione in Serie C, non riuscirà nell’intento di salvarla. Abbandonata ogni velleità di poter esplodere come tecnico ad alti livelli, Caso si concentra su quello che ha sempre saputo fare meglio nel post carriera: allenare i giovani. Negli ultimi anni di attività si ritrova a lavorare per Spoleto, Lanciano e Reggina, sempre tra Allievi e Primavera. La scelta più saggia, evidentemente, per un tecnico che ha saputo trovare linfa vitale solo nei progetti giovanili. E allora forse è meglio pensare che anche il caso, quello vero, in certi frangenti possa aver influito davvero nelle decisioni di chi aveva scelto di affidarsi a lui per inseguire sogni da adulti.